I porti di Claudio e Traiano

Fonte: www.interconficere.net

Il primitivo porto di Ostia per la sua ristrettezza e per il continuo insabbiamento della zona non consentiva l’ancoraggio di navi di grosse dimensioni le quali dovevano rimanere al largo della zona e trasbordare il carico su navi più piccole che risalivano il corso del Tevere. Per venire incontro a queste esigenze e per alleggerire il traffico del primitivo porto, l’imperatore Claudio (41-54 d.C.) decise di costruire un nuovo scalo malgrado il parere contrario dei tecnici che ritenevano la zona inadatta alla costruzione del porto. Nelle vicinanze del bacino portuale vi erano due moli su uno dei quali era presente il faro. La struttura portuale fu conclusa sotto Nerone (54-68 d.C.) e ben presto nei pressi di questo bacino si sviluppò il nucleo della città di Porto.

Il progressivo insabbiamento del Porto di Claudio spinse l’imperatore Traiano (98-117 d.C.) a costruire un secondo porto che prese da lui il nome. Il bacino era di forma esagonale (ogni lato misurava 358 metri con una diagonale di 716 metri) ed aveva sponde con mura con ormeggi costruiti in pietra. Al suo interno potevano attraccare circa 200 navi. Fu costruito in opus reticulatum e comunicava con il Tevere e con il Porto di Claudio mediante la Fossa Traianea (oggi Canale di Fiumicino). Il porto fu inaugurato nel 113 d.C. e la sua costruzione fu rievocata con la coniazione di alcune monete in bronzo. La crescita d’importanza del Porto di Traiano fece si che gran parte del traffico del grano che prima affluivano nel porto di Pozzuoli si dirigevano verso il nuovo porto.

La collocazione del faro, struttura oggi perduta, si pone sulla sinistra del molo che faceva parte del Porto di Claudio. Sulle modalità in cui fu costruito il faro ci soccorre Svetonio che scrive: “Fece costruire il Porto di Ostia circondato da un braccio a destra e da uno a sinistra e fece ergere un molo all’ingresso, in acque profonde, anzi, per poter gettare fondamenta più solide, vi fece affondare una nave che aveva trasportato dall’Egitto l’Obelisco Grande e , fissati su quella dei pali, vi fece costruire sopra un’altissima torre, ispirandosi al Faro di Alessandria, che guidasse la rotta delle navi con le sue luci notturne.”, (Svetonio, Vita di Claudio, 20,3).

Sulla forma del faro possiamo rifarci alla numismatica, al mosaico della tomba 43 della necropoli di Porto e a quello posto nel Piazzale delle Corporazioni.

Il faro doveva essere costruito da tre grossi dadi sovrapposti che si restringevano verso l’alto. In cima vi era una piccola torre dove veniva acceso un braciere che serviva per illuminare la zona del porto per un raggio superiore ai quarantacinque chilometri.

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