I fari e la loro evoluzione

Progetto di ricerca “Nereida”
ITS Nautico “A. Doria” di Imperia

Nel corso dei secoli mano a mano che il popolo dei navigatori, non più pago delle rotte a vista, iniziò vere e proprie traversate anche notturne, sentì la necessità di avere dei punti di riferimento nelle notti senza luna, in quelle di tempesta o di luna nuova.
Era nata la navigazione d’altura ma rimanevano i pericoli in vicinanza della terra: secche, scogli, correnti, fondali cattivi… Il primo poeta che ci parla di come si orientassero in prossimità della costa gli antichi piloti è Omero, nell’Iliade, quando paragona lo scudo di Achille, immenso e splendente come la luna, a quel fuoco ardente su di un’alta collina che appare ai naviganti a segnalare loro la via. In questo modo, probabilmente, inizia la storia della segnalazione marittima. Sicuramente questo sistema era in uso da parecchio tempo nelle comunità di mare per risolvere la necessità della piccola navigazione, ma quando le comunità si allargarono e formarono flotte e domini la navigazione andò acquistando una veste importantissima agli effetti politici ed economici per cui la sicurezza delle flotte divenne di primaria importanza.
Fin dall’antichità un modo per aiutare i naviganti fu quello di accendere fuochi sull’alto di rocce o costruzione. (Fuoco della Torre Timea, sul Bosforo; fuoco alle foci del Nilo..) Contemporaneamente furono edificate costruzioni, dette fari, che servivano sia come segnale diurno della vicinanza del porto, sia come segnale notturno con l’accensione di un fuoco sulla sua sommità. (Faro di Alessandria, di Rodi …) Il faro a poco a poco cominciò a divenire un’ immagine familiare ai naviganti e nell’età classica molti ne furono costruiti: i Romani, per esempio, ad ogni costruzione di porto facevano seguire quella del faro. (Fari di Ravenna, Ostia, Ancona, Messina, Pozzuoli, Capri ed altri nelle lontane provincie). Con la caduta dell’impero romano d’occidente e il conseguente vuoto di potere nel Mediterraneo, molte flotte furono disarmate e questi fattori furono responsabili, in gran parte, della caduta in rovina di parecchie segnalazioni costiere e portuali. Nel secolo XII con l’uso della bussola, la navigazione divenne più sicura; cominciarono ad essere redatti i primi portolani nei quali, oltre alla conformazione delle coste, furono anche riportati i punti cospicui e la descrizione dei fari esistenti. Nel comprensorio storico-geografico del bacino del Mediterraneo i governi delle quattro Repubbliche Marinare italiane si dimostrarono i più attivi e interessati all’espansione commerciale e demografica sentendo quindi il bisogno di nuove basi e la necessità di poter garantire una sicura navigazione alle flotte per la quale erano di vitale importanza sia la sicurezza dei porti sia ogni tipo di aiuto alla navigazione. Fu Genova , nei primi anni del sec.XII , a sentire l’improrogabile necessità di dotarsi di un faro vero e proprio che fosse segnalazione e al tempo stesso punto cospicuo. ( vedi Lanterna di Ge) Ugualmente Pisa, per facilitare l’accesso al porto alle flotte provenienti dal sud e renderle franche dalle secche della Meloria, fece costruire nel 1157 su di esse una torre a base quadrata alta 20 metri con braciere. Fu il primo faro al mondo costruito in mare aperto su di un basso fondale. La Repubblica di Venezia, oltre ai fari che segnavano l’ingresso alla laguna, sviluppò, all’interno della laguna stessa, un particolare sistema di segnalamento marittimo per rendere più spedito e agevole il traffico lagunare. In questo periodo che vede fiorire ricchezze, commercio e splendide città, nascono, nel Sud, comunità di monaci ed eremiti che dedicano la loro attività a custodire il fuoco dei segnalamenti marittimi. Per esempio il pio monaco Raineri custodiva un fuoco per guidare di notte chi navigava nello stretto di Messina; l’eremita Venerio teneva un braciere sull’isola del Tino all’imboccatura del Golfo di La Spezia. Via via che i fari assumono un’importanza precisa, i portolani diventano sempre più affidabili i fuochi accesi sulle torri o lanterne non sono più singoli episodi ma una costante presenza per i naviganti.

Evoluzione tecnica

Il principio di funzionamento dei fari si basa sulla possibilità, che ha il complesso, di essere avvistato da una ragionevole distanza: di giorno per la sua forma o la sua posizione in luoghi particolarmente favorevoli all’identificazione; di notte ,al buio, per la sua prerogativa, per la possibilità di generare un fascio di luce in grado di attirare l’attenzione dei naviganti senza alcuna incertezza. Le fonti luminose usate a questo scopo nel corso dei secoli, hanno caratterizzato la costruzione delle lanterne: fuochi veri e propri, fiamme prodotte dalla combustione di sostanze oleose e/o volatili fino all’elettricità dei giorni nostri. Inizialmente il fuoco vivo fu adottato come unica sorgente luminosa: questi fuochi erano prodotti dalla combustione di legna e ardevano in bracieri posti sulla sommità di torri che dovevano essere sufficientemente ampie per poter accogliere, oltre al braciere, la riserva di legname, un deposito per le ceneri residue, spazio sufficiente per chi doveva curare il fuoco.
Uno dei problemi maggiori era, allora, quello di impedire che il vento o la pioggia spegnessero il fuoco. Nelle zone dove un settore del faro era orientato verso la costa, venivano eretti dei muretti di protezione in grado di reggere piccole tettoie; in seguito i fari vennero concepiti per contenere all’interno un fuoco coperto con sistemi di ventilazione e camino per i fumi. Questo sistema presentava l’inconveniente di annerire i vetri che racchiudevano la stanza della lanterna, che difficilmente potevano essere puliti, e quindi diminuiva l’intensità luminosa; per cui quasi tutti i fari a fuoco vivo rimasero aperti fino alla conversione ad olio anche perchè l’alta colonna di fumo era un buon riferimento potendo essere vista ancor prima della comparsa del faro sopra alla linea dell’orizzonte. Un sistema alternativo al braciere col fuoco fu l’uso di lampade ad olio, usato soprattutto nel Mediterraneo dove vi era abbondanza di olio d’oliva. ( vedi Lanterna di Genova ) Certamente il consumo di combustibile aumentò considerevolmente ma l’importanza dei segnalamenti era tale da annullare ogni tipo di difficoltà di approvvigionamento e furono emanate leggi protezionistiche per impedire l’abuso dei prodotti necessari alla luce dei fari. Si dice che Cosimo de Medici all’epoca della costruzione della torre del faro per il porto di Livorno avesse emanato un editto dove si prescriveva l’adulterazione dell’olio d’oliva in consegna ai guardiani dei fari in modo che questi non ne facessero commercio, ne tanto meno ne facessero uso domestico. Lo sviluppo dei vari sistemi fu lento e nessun tipo di combustibile prese il sopravvento su altri.
Ogni faro aveva in uso il prodotto più facilmente reperibile nella zona.
Una svolta decisiva nel modo di produrre la luce sarà data dalla disponibilità di due nuovi prodotti: la paraffina e i gas.

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