Vasily Ivanovich Ilchenko, guardiano del faro

Fonte: www.f8.com

In fondo alla ripida e sconnessa strada che conduce all’estremo sud della penisola di Egershelde, a Vladivostok, si incontrano due abitazioni verdi identiche, l’una parallela all’altra, circondate dai raccolti di fine estate: patate, pomodori, cavoli, barbabietole. Le case si trovano di fronte alle scure acque di Capo Tokarevsky, su cui si erge soltanto il faro bianco costruito nel 1910. Vasily Ivanovich Ilchenko cammina lungo il percorso stretto che conduce dalle case attraverso le fila del giardino, con le spalle strette e le mani infilate nelle tasche dei suoi pantaloni grigi. Attraversa il cancello di legno che circonda il lotto, fa una pausa per accendersi una sigaretta e si avvia, in basso, per lo stretto e tortuoso percorso che conduce fuori dall’acqua, verso il faro.
“Questa striscia di terra è chiamata coda del gatto”, dice. “E’ un percorso naturale fuori dall’acqua, che hanno cercato di rinforzare aggiungendo terriccio sulla superficie. Quelle rocce lungo il bordo là, quelle sono del tutto naturali”. Vasily cammina con passi lunghi e prudenti: la camminata di un uomo che sa dove sta andando. Il percorso verso il faro è suggestivo, sempre affascinante: l’acqua che avvolge le rocce colorate e lisce sotto l’edificio, le delicate colline verdi dell’isola russa davanti, le baie ed gli edifici di Vladivostok sulla sinistra. Il sole sta salendo, il cielo è di un azzurro intenso. Ma Vasily non sembra notare queste cose. Ha visto questo percorso già molte altre volte, in passato.
“Mio padre ha cominciato a lavorare in questo faro nel 1954, quando avevo dieci anni” – dice, inclinandosi dalla torre bianca – “io e mio fratello siamo cresciuti qui e ora facciamo funzionare il faro, come mio padre”. La vita di Vasily al faro è cambiata pochissimo durante i molti anni che ha vissuto qui: dopo la caduta dell’Unione Sovietica, afferma, la sua paga non è certo alta e il faro non è ridipinto così spesso come vorrebbe. Eccetto per questo, vive come suo padre ha fatto prima di lui. Ma ci sono segnali che il suo stile di vita tranquillo è sul punto di cambiare. Cumuli di rifiuti lungo la costa segnano il terreno dove un gruppo di imprese ha cominciato a scavare per liberare l’accesso alle proprie navi. L’azienda, che comprende soci francesi e giapponesi, ha in progetto di trasformare il punto isolato della penisola nel centro dei propri traffici marittimi.
“Hanno cominciato a lavorare la scorsa primavera. Non so se concluderanno l’opera o meno, se avranno i soldi. Se la realizzano, la realizzano” – dice Vasily, scrollando le spalle e gettando il mozzicone a terra. “Non è niente di preoccupante”. La moglie di Vasily, Valentina, che pure lavora al faro, non è così sicura. “Stiamo bene qui. Le nostre famiglie vivono insieme, il nostro lavoro ci piace, abbiamo un piccolo pezzo di terra su cui vivere. Sarebbe un peccato se tutto questo dovesse cambiare.”
Valentina è nella cucina a bollire bacche rosse in un miscuglio denso e zuccherato. La sua cucina è il posto delle gelatine casalinghe, delle insalate marinate, delle verdure stufate. Lava i pochi piatti in una larga bacinella bianca; non c’è acqua corrente, per cui raccoglie l’acqua piovana dentro un barilotto al lato della casa per lavare i piatti, fare il bagno e il bucato.
Guarda l’orologio, si asciuga le mani e si dirige verso la stanza del generatore, in cui controlla il barometro e misura la velocità e la direzione del vento. Allora si siede ad una radio nella stanza del generatore, e chiede informazioni all’istituto meteorologico di Vladivostok. Ogni tre ore, a partire dalle 2 del mattino, si devono effettuare tali chiamate.
“Conosci un altro lavoro che ti permette di poter leggere un libro, guardare una piccola televisione e persino fare un sonnellino?” Sorride malignamente dopo quest’ultimo suggerimento. “Non si tratta di immaginare di dormire in servizio, ma di farlo davvero, puoi trovarti sul divano a dormire un po’ e allora apri gli occhi ed è là! Il faro è ancora là! Tutto bene…”. Valentina è cresciuta lontano dal mare, nella città siberiana di Irkutsk. “Sono venuta a Vladivostok quando avevo vent’anni, per vedere com’era. Ho pensato che avrei lavorato più o meno per un anno”.
“Ma ho incontrato Vasily. La cosa divertente è che sembravamo fratello e sorella. La gente ci diceva che eravamo talmente simili da dover rimanere insieme per forza. Ci siamo sposati sei mesi dopo”.
Tra i rapporti, i lavoretti e i viaggi in città per comprare la carne, il formaggio ed altre merci, gli Ilchenko hanno tempo di intrattenersi con qualunque visitatore che percorra la ripida strada sterrata. Vasily e Valentina sono entrambi felici di offrire alcuni “giri” di vodka ai loro ospiti e, se c’è cordialità, il samogon (liquore) casalingo fatto dalla cognata di Vasily.
Verso la fine del pomeriggio, come il sole sta spostandosi sopra i mucchi di rifiuti che possono segnare l’inizio della fine del loro mondo, Valentina solleva in alto un bicchiere colmo di vodka casalinga. “Se intendono realizzare questo porto, dovranno fare una stanza per noi”, promette. “Possono costruirci una casa un po’ più in alto sulla collina, ma non mandfarci via.”
“Le navi hanno bisogno del faro ed il faro deve avere gente che ci lavora. Questo è il nostro posto”. E vuota il bicchiere fino in fondo.

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