Il faro di Marettimo e il suo guardiano

Articolo di Annamaria “Lilla” Mariotti
Fonte: www.ilmondodeifari.com

Bonaventura Venza, o meglio, Ventura, come ama essere chiamato, l’uomo che nacque due volte. La prima fu a Marettimo, una delle Isole Egadi al largo della Sicilia, il 28 Giugno 1934, la seconda 13 anni dopo quando, in seguito ad un qualche incidente di cui non ama parlare, lui morì, andò di là, come dice Ventura, e ritornò in vita dopo aver visto tante cose, molto toccanti, che segnarono per sempre la sua vita. Forse è per questo che Ventura è un uomo così sereno, così pacato, così gentile. Può sembrare un racconto, strano, fantastico, ma chi conosce Ventura sa che le cose stanno proprio così, come lui le racconta.

La sua vita si svolge come quella di tanti ragazzi nati e cresciuti su un’isola e quando compie 18 anni la cosa più logica da fare è entrare in marina, cosa che fa con tutto l’entusiasmo della sua età. Ma con il tempo la salute lo tradisce. Il mare, si sa, è un elemento meraviglioso, ma cela dei pericoli e per Ventura questo pericolo si manifesta come una grave forma di reumatismi che gli impedisce di continuare la sua carriera. Viene congedato per invalidità a Venezia, e ora tutto quello che lo aspetta è una pensione e il diritto ad un posto statale che gli consenta di vivere decorosamente. Il destino è lì che aspetta, non ci sono molti posti disponibili, Ventura deve accontentarsi di un posto di Farista, e nel 1968 viene assegnato proprio al Faro di Punta Libeccio, nella sua Marettimo e Ventura torna a casa.

Marettimo e una delle isole Egadi, insieme a Levanzo e Favignana. E’ un’isola particolare, una montagna in mezzo al mare, la più lontana dalla costa della Sicilia, un’isola quieta e tranquilla, dove si sentono solo lo sciabordio delle onde che si infrangono sugli scogli, il sibilo del vento e le grida dei gabbiani. Qualcuno ha detto: “Trovata Marettimo, ritrovi te stesso”. Ventura, che nel frattempo si è sposato, va a vivere dentro il faro con la moglie e un altro farista, suo sottoposto, anch’egli con la famiglia e subito comprende che quella è la sua vita, che quello è il posto più bello del mondo. Il Faro si trova sulla costa Sud dell’isola, su una roccia alta 24 metri sul livello del mare, è alto 50 metri, è stato costruito nel 1860 tutto in pietra con una torre ottagonale, ed è bianco con una striscia nera al centro del caseggiato su cui spicca la scritta “Punta Libeccio”. Le sue Lenti di Fresnel di prima classe, di fabbricazione svedese ed installate nel 1955, ne fanno il secondo faro d’Italia per importanza dopo la Lanterna di Genova. Il Faro ha una portata luminosa di 36 miglia, con due serie di lampi e due eclissi per un periodo di 15 secondi. Questo faro ha un’altra caratteristica: la sua luce si bacia con quella del faro di Capo Bono in Tunisia che è proprio di fronte a lui.

Il tempo passa e Ventura vive in simbiosi con il suo Faro, il suo lavoro comincia la sera, quando cala il sole e lui accende la lanterna, poi va a dormire tranquillo, perché se qualcosa non va un segnale di allarme lo avverte e lui ha il tempo di intervenire. Poi, di giorno, ci sono tante altre cose da fare: pulire, lucidare, riparare e lui fa questo ed altro, perché non c’è lavoro che Ventura non sappia fare. Quella è la sua casa e Ventura ci vive felice, immerso nella natura, di fronte alla montagna di cui impara a conoscere ogni minimo particolare. Tutto questo dura 18 anni, poi il Faro viene automatizzato e la presenza costante di un Farista non è più necessaria, così lui e la moglie si trasferiscono in paese, a Marettimo, a 9 chilometri dal Faro, e ogni due giorni, su una campagnola, Ventura affronta la strada dissestata che attraversa la montagna e lo porta al Faro. Questa strada è così pericolosa che ogni volta lui saluta la moglie come se fosse l’ultima volta che la vede, le curve sono così strette che spesso la campagnola si trova con una ruota sul precipizio, ma Ventura continua il suo lavoro con tenacia ed ogni volta torna a casa. Niente di male poteva accadergli vicino al “suo” faro.

Si racconta spesso che nei fari ci siano delle “presenze” misteriose, forse perché sono così isolati e solo il sibilo del vento che soffia intorno alla torre può far venire i brividi ai più coraggiosi. Ventura racconta che nel “suo” Faro si sono avute molte manifestazioni di queste “presenze”, soprattutto perché durante la Seconda Guerra Mondiale nello stretto di Sicilia ci sono state delle battaglie navali e sono affondate tante navi da guerra, così sugli scogli di Marettimo non c’era giorno che non si trovasse il corpo di qualche marinaio perito in questi scontri. Chi va per mare e chi vive vicino al mare sa che chi in mare muore non ha pace finché la famiglia non fa dire una messa per placare la sua anima, ma spesso quei poveri corpi non avevano un nome, e allora chi avvisare? Così in paese cominciarono a verificarsi strani casi, qualcuno incontrava di notte, per la strada, un giovane che, con aria sperduta, chiedeva di avvisare una famiglia lontana perché potesse dire una messa per lui, addirittura capitò che qualcuno si trovò uno di questi giovani alla porta, ma non tutti furono accontentati. Con il tempo quelle povere anime che non avevano trovato la pace trovarono rifugio nel Faro. Ventura li sentiva, ne percepiva la presenza con strani segnali : finestre che si spalancavano quando non c’era una alito di vento, porte che sbattevano, rumori su e giù per le scale. Quando questo succedeva Ventura, al momento di apparecchiare la tavola, metteva un piatto ed una sedia in più e i fenomeni sparivano come per incanto. Se si dimenticava questo rituale, per tutta la notte si sentiva il rumore di sassi lanciati contro le finestre, ma Ventura non ha mai avuto paura, per lui erano “presenze” amichevoli con le quali ha convissuto tranquillamente.

Ventura è anche un uomo dal cuore grande. Nel 1982 un amico medico lo ha portato con sé in Uganda dove dovevano costruire un ospedale. Sapeva che Ventura era un aiuto prezioso e infatti lui si è dedicato a questa impresa facendo mille cose e prestando la sua opera senza chiedere niente in cambio, solo la gioia di essere stato utile. Ma questo e stata anche fonte di una delle più grandi delusioni della sua vita. Nel Febbraio del 2002 Ventura torna in Africa, in Uganda, per rivedere il suo ospedale e lo trova trasformato in caserma, lui non dice niente, volta le spalle e se ne va. Cosa c’era da dire? Tanto lavoro, tanta dedizione per cosa?

Poi arriva il giorno della pensione e nel 1999 Ventura deve lasciare il suo Faro, deve abbandonare per sempre il suo amico. Lui dice che andandosene ha portato via con se l’anima del Faro ed è vero. Questa antica costruzione, che nel tempo è stata spesso ristrutturata, comincia a cadere a pezzi, non viene più fatto alcun tipo di manutenzione e certamente non è più lo stesso faro che Ventura ha lasciato 3 anni fa.

Poi c’è una voce che comincia a circolare per Marettimo: il Faro è in vendita, non sembra una voce strana, gli immobili dello Stato possono essere messi in vendita, compresi i fari, e la gente comincia ad accorrere, a chiedere se è vero, ad offrirsi di comprarlo per riportarlo in vita, forse come abitazione privata, forse come albergo. Tanto la gente ama i Fari che qualcuno vorrebbe aggiudicarsi quello di Punta Libeccio. Ma la Zona Fari di Messina, da cui dipende il Faro di Marettimo smentisce, non è vero niente, il Faro non è in vendita. Questo è un mistero che per ora resterà tale.

Intanto Ventura si gode la sua pensione, vive la sua isola e dipinge, perché questa è la sua passione più grande e poi, ogni anno, vola in California, a trovare i suoi parenti. Quando gli si chiede che fine faranno i fari, scuote la testa, dice che i fari saranno abbandonati, la figura del Farista sparirà, quest’uomo romantico e coraggioso sa di essere stato uno degli ultimi custodi rimasti perché si dice che la Marina non rimpiazzerà quelli che vanno in pensione, che non ci saranno più concorsi, anche se c’è molta richiesta da parte di tanti giovani per intraprendere questo mestiere. Così Ventura, anche nella sua casa di Marettimo, rimane “Il Guardiano del faro” e lo rimarrà per sempre.

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