A 186 metri sul mare, un farista e la sua antica lanterna

Articolo di Matteo “Pharus” Pipia

Costa nord-occidentale della Sardegna. Su un blu intenso di un mare irrequieto si erge un gigante di calcare, il promontorio di Capo Caccia, uno dei luoghi più belli e struggenti della Sardegna. La strada che arriva sin qua finisce in un piazzale panoramico molto ampio, quasi una culla nella roccia calcarea. Da qui partono le scale che scendono lungo il costone roccioso e conducono alle Grotte di Nettuno. Qui d’estate è un formicaio di turisti. Di fianco all’ingresso delle scale la strada si restringe e incontra un piccolo cancello verde con sopra un cartello giallo che indica l’inizio della zona militare.
Dopo questo la strada stretta e ripida, circondata dalla macchia mediterranea, s’inerpica sul lato del capo, lo risale e dopo alcuni tornanti ne raggiunge la cima dove, appollaiato, si vede il faro di Capo Caccia che domina tutta la costa. (per una descrizione del faro controllate la sezione fari italiani, Regione Sardegna nel magazzino del faro di Han).
E’ questo un paesaggio indimenticabile se visto in una giornata di sole, magari in primavera, ma ha un fascino davvero apocalittico se osservato durante una forte mareggiata o una burrasca, quando le onde sembrano almeno per un istante poter scalfire la compatta superficie della roccia. Ed è proprio dopo una nottata di burrasca che incontriamo chi, su quelle falesie, ci vive: Luigi Critelli, il fanalista del faro di Capo Caccia
Lo abbiamo rintracciato per telefono due settimane prima e lui si è subito reso disponibilissimo ad incontrarci.
E’ un uomo longilineo, dal carattere aperto e dall’umorismo vivace. Nato a Genova, vive al faro di Capo Caccia da 10 anni con la sua famiglia: sua moglie Maria Teresa che insegna chimica alle superiori ad Alghero, e i giovani figli Vincenzo e Fiorenza.

Ci racconta com’è arrivato a fare il farista lì a Capo Caccia.
“Lavoravo a Genova, presso l’istituto idrografico della Marina Militare, nella divisione editoriale.
Un giorno, mentre nell’ufficio festeggiavamo la nascita del figlio di un collega, per caso, trovo per terra, nel caos generale, un foglio malconcio e ricoperto d’impronte di scarpe: era la richiesta da parte della marina di personale disponibile a trasferirsi in alcuni fari per almeno un quinquennio”
A quel punto in Luigi Critelli qualcosa tornò in superficie. Una passione lontana, che proveniva dall’infanzia e che col tempo si era assopita ma non cancellata del tutto, rimanendo latente.
“Ricordo che quando ero piccolo, c’era un telefilm che si chiamava “L’uomo e il faro”: era la storia di questo signore che abitava in un faro e spesso si ritrovava coinvolto in vicende poliziesche, gialli, etc. Fu grazie a quel telefilm che iniziarono ad incuriosirmi i fari e la vita di chi li custodisce.
Poi quella curiosità fu messa da parte, da bambini si è fatti così, t’interessa un po’ tutto e poi lo si dimentica (e io sono ancora così…), ma quando vidi quel foglio tutto sporco sotto la mia scarpa rimasi di sasso.
Lo portai a casa la sera e li trovai ancora un’altra festa: era nato mio nipote, e c’era un macello assurdo.
Provai a parlare a mia moglie di questa richiesta della Marina, ma lei mi prese per pazzo, e poi c’era davvero troppo caos per affrontare la questione seriamente.
Ci misi un po’ a convincerla. Lei fa l’insegnante e lavorava in provincia di Pavia. Vivevamo lontani vedendoci solo nei fine settimana. Le dissi: “Che cosa potrà mai succederci? E poi torneremmo a vivere assieme”. Scelsi Capo Caccia perché tra i fari a disposizione era quello più vicino ad un paese, all’epoca i nostri figli erano molto piccoli e avevamo necessità di un centro abitato facilmente raggiungibile”.
La Marina dopo un anno rispose alla domanda di Critelli, accettandola.
Così fu la volta del corso di Farista presso La Spezia (“fu un corso intensivo, avevo gli elettroni che mi uscivano dalle orbite…” scherza Critelli) e finalmente l’arrivo al faro di Capo Caccia.
“Era il 21 Dicembre del 1994, il mio primo Natale in Solitaria. Mia moglie e i miei figli ancora non erano arrivati. Per fortuna trovai un collega che gia viveva lì con la moglie e festeggiammo il natale assieme. Fu una bella esperienza.”

Chiediamo a Critelli com’è stato il suo primo impatto con un luogo nuovo e abbastanza selvaggio:
“Non è stato un impatto duro, era più l’entusiasmo che non la realtà. Anche se poi in casa, pur essendomi assicurato che fossero fatti fare i lavori indispensabili per poterci abitare, trovai, si, i muri dipinti, ma anche il pavimento era pieno di vernice. E stata una situazione un po’ così. Però, ero solo, avevo tempo, allora piano piano ho pulito tutto, poi ho fatto fare altri lavori, e adesso la casa è una casa come tutte le altre. E non è rotonda, come tanti pensano…Certo, rispetto alle fantasie sui fari di quando ero bambino e guardavo quel telefilm, qui ho trovato tutta un’altra cosa”.

La nostra curiosità è tanta e chiediamo a Luigi Critelli com’è una giornata lavorativa-tipo di un farista:
“Ce ne sono due o tre tipi di giornate lavorative, anche quattro.
Se tutto è regolare, tutto va bene, in una giornata mettiamo di sole, o che comunque non ci sia una burrasca in corso, insomma, una bella giornata, la prima cosa che si fa è di sbrigare le pratiche d’ufficio: l’aggiornamento dei vari registri: dei consumi, dei materiali, benzina ecc, ti tiene impegnato per un’ora buona.
Poi c’è il riordino del segnalamento, questo va fatto tutti i giorni perché poi qui, essendo un edificio molto antico, c’è bisogno di molta manutenzione: spesso viene giù dell’intonaco e bisogna rimetterlo, poi ci sono la terra e la sabbia che s’infilano da per tutto e bisogna levarle.
Fondamentale ovviamente è la cura della lanterna.
Ogni giorno quindi si va su a controllare che non sia successo niente durante la notte e accertarsi che le apparecchiature rifunzionino correttamente, poi c’è la pulizia della lenti del gruppo ottico e dei vetri della lanterna.
Qui l’acqua non è di rete, ho dei serbatoi da 24.000 litri posizionati sotto il piazzale davanti al caseggiato del faro, e l’acqua mi arriva con l’autobotte da Alghero, e quindi vado giù al cancello da dove la pompo su, attento a non caricare troppo i contatori perché poi salta tutto. Ricarico la pompa
(perché generalmente non mi ricordo mai quando finisce e la svuoto tutta…..). Importante è la sistemazione della strada, quando piove vengono giù le pietre e le devo togliere. Io poi sono un tipo marino, su al faro non coltivo niente e non m’interessa neanche. La natura attorno al mio faro è come Dio la ha fatta. (anzi, quando viene qualcuno e magari strappa qualcosa mi scoccia, perché quella pianta è sempre stata lì e non capisco perché la debba strappare).
Il secondo tipo di giornata lavorativa è quella delle uscite.
D’accordo con i colleghi si decide quando andare a fare il controllo dei segnalamenti”. [la reggenza di Capo Caccia comprende, oltre il faro, i segnalamenti del porto d’Alghero, quelli del porto di Bosa marina, e i due piccoli fari dell’isola della Maddalenedda e della Baia di Porto Conte presso la Torre Nuova].
“Si prende la macchina, si va ad Alghero e si fa il controllo generale dei segnalamenti del porto, compreso Porto Conte, che ci viene di strada al ritorno.
Si controlla che non siano scattati gli interruttori generali, che le lampade siano buone, si controlla che i filamenti siano intatti: ogni lampada dei fanali ha due filamenti, quando se ne rompe uno, c’è l’altro, ma va cambiata alla rottura del primo, perché se no poi si potrebbe rompere anche l’altro e il fanale si spegne del tutto.
Poi, prima di andare a Porto Conte si passa a Fertilia a ritirare la posta, perché li abbiamo il fermo-posta.
Il terzo tipo invece è quando si va lontano: o a Bosa perché è successo qualcosa oppure all’Asinara perché i colleghi di Porto Torres mi chiamano e mi chiedono di dargli una mano per fare manutenzione generale o per sostituire qualche pezzo al faro di Punta Scorno.
Poi c’è il giorno in qui si può spegnere il faro, è un’evenienza rara ma che si può sempre verificare.
Una partita di lampade a volte può durare di meno rispetto ad altre. Da poco ho cambiato una lampada che mi si è rotta dopo poco più di un mese. Può capitare. Oppure a causa di calamità naturali: un fulmine che colpisce la lanterna può provocare dei danni alle apparecchiature elettroniche o ai quadri elettrici e allora bisogna fare dei collegamenti, passare cavi magari di trenta metri per farli arrivare in lanterna dove una scatola elettrica non ha sopportato la botta del fulmine.
Può succedere di tutto, può succedere niente.
Di primavera poi bisogna pitturare i segnalamenti: togliere la vecchia vernice e ripitturarli uno ad uno. E’ un lavoro manuale che però va fatto perché il segnalamento deve essere visto, altrimenti non ha più la sua funzione. Deve avere i colori adatti, non posso farlo del colore che voglio io.
Sono stato in Islanda e loro hanno i segnalamenti con i colori fluorescenti. Hanno il rosso e il verde fluorescenti. Lo fanno perché hanno molta meno luce di noi, è sempre nuvolo, piove molto, fa molto freddo e i segnalamenti in questo modo sono più visibili.
Forse un giorno ce li avremo anche noi…..anche se non ce ne facciamo niente, perché se metti il fluorescente per far vedere meglio un segnalamento, in una giornata di sole ti abbaglia e non vedi più niente, tanto vale aver messo la vernice fluorescente allora….”

Proviamo a chiedergli se durante il suo lavoro abbia mai avuto dei momenti in cui si è sentito soprafatto dalla solitudine.
“C’è stato un periodo nel quale ho sentito in maniera forte la mancanza della famiglia, e quando andavo a casa alla sera, e stavo li, senza accendere televisione, nel silenzio…. Quando qualcuno dice che il silenzio ha un rumore, è vero. Senti dei rumori che non esistono. Cioè, ti fischiano le orecchie dal silenzio.
Questo, sommato alla mancanza affettiva, mi ha fatto stare un po’ male, ma mi è passato in fretta.
Come già detto, il cancello del faro è affianco a quello della scala per le grotte di Nettuno, molti turisti quindi spesso si fermano davanti alla strada per il faro.

Chiediamo al nostro guardiano se ha a che fare con molti curiosi.
“In continuazione. Ogni volta che vado giù al cancello, o a sistemarlo perché s’incanta (ci va la terra nelle ruote e non si apre più) o a pompare su l’acqua, e vedono che io sto lavorando, entro ed esco indisturbato dalla zona militare, mi si avvicinano e qualcuno mi chiede sempre se si può salire, altri mi fanno domande, alcune intelligenti, altre un po’ di meno. Però generalmente tendono a voler visitare il faro.
Da quello che ho potuto capire in tanti anni, molta gente vuole visitare il faro come se fosse una cosa qualunque. Non per visitare il faro! Magari per vedere il panorama dalla punta.
Gli stranieri sono i più impiccioni, sono quelli che se c’è il cancello aperto e io sono un attimo distratto, prendono e salgono, con la scusa di non saper leggere i cartelli in italiano.
Me li sono trovati persino di fronte al portone di casa.
A volte magari il meccanismo che fa chiudere il cancello non funziona, o si posiziona un farfallone sulla fotoresistenza e quella legge che c’è qualcuno davanti e quindi il cancello non si chiude.
Allora sento voci da casa, mi affaccio e li faccio allontanare. Generalmente sono stranieri, ma mi è capitato anche con italiani”.

A questo punto poniamo una domanda classica rivolta ai faristi, ovvero se il loro mestiere e la funzione dei fari siano da considerarsi in via d’estinzione a causa della sempre più presente automazione dei segnalamenti.
“Sinceramente penso di no. Semplicemente per un fatto. Senz’altro si sta riducendo, il personale sarà ridotto notevolmente, perché i fanali sono già tutti automatizzati, però c’è sempre bisogno di colui che vada a controllare che funzionino, che li ripari in caso di guasto, che li dipinga quando non si vedono più, che pulisca le ottiche (perché non sembra, ma la salsedine crea uno strato deciso sui vetri e poi la luce sembra quella di una lampada da tavolo e non quella di un faro…).
Magari non occorreranno più tre persone, ma solo due, però certi lavori da soli non si possono fare.
Per esempio, andare su un fanale, su un palo situato sulla punta di un pontile, si arriva anche ad altezze di 10 metri: se uno è lì da solo e si fa male, rimane li appeso. Ci deve essere sempre qualcuno. Oppure quando vai in barca, da solo non ci puoi andare.
Potrà quindi esistere il GPS e tutti i moderni sistemi di navigazione satellitare, potranno essere telemonitorati tutti i fari (domani verrà al faro il tecnico della ditta incaricata che mi posizionerà il telemonitotaggio. Praticamente sono dei computer collegati ai fanali con cavo telefonico oppure via radio che in caso di rottura mi segnalano in reggenza il guasto), ma secondo me ci sarà sempre bisogno di qualcuno; invece di mille, ne serviranno 250, ma anche gli Americani che sono la nazione più avanzata tecnologicamente, hanno i faristi e i fari funzionanti, nonostante il GPS l’abbiano inventato loro.
E poi un’altra questione è che l’occhio vuole la sua parte. Non so in quanti andrebbero in macchina con il vetro oscurato, senza vedere niente, con il GPS che ti dice “tu sei qui”: “Tu sei qui” va bene, ma io voglio vedere dove sto andando.
Siccome non tutte le barche hanno il GPS, certo, quelle grandi lo hanno da tanto tempo, però i piccoli pescatori, i piccoli natanti, vogliono vedere il faro! Lo dimostra il fatto che ogni volta che io scendo ad Alghero e c’è qualcosa che non va, mi dicono “Luigi, lo sai che quel fanale l’altra sera si era spento, lo sai che…”. Lo stesso a Bosa Marina. Ogni volta mi dicono che i loro fanali non si vedono. Non perché siano rotti, ma perché non si vedono bene. Una volta a Bosa esisteva, sull’isolotto che c’è lì davanti, il faro a lampi bianchi, il faro 1406 dell’elenco dei fari, che si vedeva ben bene. Adesso, mi dicono che quando devono trovare il porto, quando magari non si vede un gran che bene, il fanale rosso non si vede, perché purtroppo ha una portata limitata.
E poi nel mio profondo, mi spiacerebbe se la figura del farista sparisse, non perché sia il mio lavoro, ma perché è una figura che ritengo veramente utile.”

Chiediamo ora al nostro farista genovese come si trova in Sardegna.
“Mi trovo benissimo. Ci mancherebbe altro. Non ci sarei venuto altrimenti. La conoscevo perché ci ho fatto varie vacanze, poi la mia passione è la pesca sportiva e questo è per me il miglior posto d’Italia per coltivare questo mio amore. Sono totalmente dipendente dalla pesca.”

Durante il nostro colloquio, Luigi Critelli ci appare una persona profondamente legata al suo faro e orgogliosa del suo lavoro. Ci nasce così una domanda che non avevamo previsto in scaletta. Una volta in pensione, cosa farà? Tornerà a condurre una vita normale?
“Non ci riuscirei più. Vi assicuro che quando io sono in vacanza, e torno a Genova a trovare mia madre, sono sempre affacciato alla finestra. Non riesco più a stare in un condominio. Non ce la faccio, è assolutamente improbabile. Sono sempre attaccato alla finestra, oppure esco.
Sinceramente credo che se mi lasciano e la salute mi mantiene, potrei rimanere anche di più a lavorare qua.
Il lavoro è abbastanza tranquillo, a parte quei giorni l’anno in qui devi sgambettare, saltare, alzare e passare cavi, e quindi penso di farcela.
Qui siamo gia in tre a lavorare [oltre Critelli presso la Reggenza di Capo Caccia lavorano i due fanalisti Giuseppe Vittellio e Giovanni Masia], l’aiuto non mi mancherebbe.
Sicuramente andrò a stare in una casa isolata, vicino al mare, più alta possibile. A me basterebbe abitare vicino al mare, non ad Alghero, non perché non mi piaccia, anzi, ma è una città, e non ce la farei.
Qualche farista quando va in pensione patisce un po’. Anche io credo di soffrire quando arriverà il momento di andarmene, ma la sofferenza è dovuta al lasciare un posto come questo, che ha i suoi pregi, ma anche i suoi difetti. Vivere in un posto non comune ha i suoi difetti. Per esempio la luce elettrica. Qui è linea terminale dell’Enel, cioè la rete finisce qui a Capo Caccia. La mancanza di corrente si sente più in un posto come questo che in città. Qui ci sono molti pali esterni, se un fulmine ne colpisce uno, qui siamo senza corrente, certo, ho il gruppo elettrogeno, ma intanto ci sono fili volanti, la roba nel freezer che va a male, il computer che salta, tutte quelle cose che in città generalmente non succedono. Ma si fa in fretta ad abituarsi alle cose belle.
Quando non lavoro mi piace guardare la natura attorno al mio faro: c’è un ramo secco di Ginepro, qualche decina di metri sotto il piazzale, sul quale si posa sempre un falco pellegrino.
Lui sta li, perché vede tutti, e nessuno lo vede, e poi, avvistata la preda, scatta come un fulmine.
Una volta ho visto un grosso cetaceo, è passato tra Capo Caccia e La Foradada, è venuto a galla una prima volta, e poi la seconda ho capito quanto era grande. Oppure un’altra volta ho visto uno squalo che girava in tondo poche centinaia di metri a sud-est del capo. Era un bestione di almeno 6 metri. Ho chiamato tutta la famiglia a vederlo. Sono esperienze che si possono fare solo in un luogo come questo. Ed è per questo che mi dispiacerà lasciarlo”.
Ha un tono di voce particolare Luigi Critelli, con una cadenza Genovese appena accennata, scherza e parla con noi molto volentieri, e non ci vuole molto per capire che è una persona davvero speciale.
Sarà forse per questo suo modo di fare, così cordiale e invitante, che spesso è intervistato dalle televisioni nazionali ed estere.
“Sono venuti in tanti a Capo Caccia, a vedere il faro e ad intervistarmi. Ci sono stati quelli di “Geo & Geo”, con i quali abbiamo realizzato un bellissimo documentario, “Lineablu”, ho fatto una diretta con “Sabato in Famiglia”: c’era un macello, cavi da per tutto, monitor, telecamere… poi altre volte sono andato io, come durante uno degli speciali su Luna Rossa, dove assieme a me è stata intervistata l’unica donna farista d’Italia [la signora Maria Rita di Loreto, farista del faro di Torre Preposti, sul Gargano], sono molto richiesto per le interviste televisive.”
E, infatti, mentre finiamo l’intervista (la nostra) gli squilla il cellulare. Come finisce la telefonata ci guarda e dice:
“Cosa vi avevo detto? Mi hanno avvertito che domani mattina sarò in collegamento telefonico con UnoMattina…”
Il tempo di una foto assieme a lui e di salutarci e la nostra avventura col farista di Capo Caccia si conclude, due ore indimenticabili, volate via senza accorgercene in una mattina nuvolosa di metà ottobre.
Lui è tornato su, al suo faro, da dove, ci dice: “Io vedo poca gente, ma di notte molti vedono me”.
E se qualche volta vi capiterà di andare a visitare le grotte di Nettuno, e vedrete un uomo con i capelli scuri e i baffi armeggiare attorno al cancello del faro, quello è lui, il Guardiano del Faro più in alto d’Italia, e se volete chiedergli qualcosa, siate intelligenti, non chiedetegli sempre se la casa dentro è rotonda…

Nelle foto sono visibili:
1) la punta di Capo Caccia;
2) il cancello del faro;
3) il faro di Capo Caccia ripreso dalla scala di accesso alla Grotta Verde;
4) la torre e la lanterna del Faro di Capo Caccia;
5) il faro visto da Nord-Ovest;
6) la vecchia mulattiera che dalla cala della Dragunara conduceva al faro;
7) veduta del cancello d’ingresso alla strada per il faro;
8) il piccolo faro presso la Torre Nuova a Porto Conte;
9) il faro di Capo Caccia ripreso dal piazzale panoramico;
10) il primo tratto della strada per il faro ripreso dal piazzale panoramico;
11) veduta del promontorio di Capo Caccia;
12) il sig. Luigi Critelli con Matteo “Pharus” Pipia.

Le foto 2, 3 ,6, 7, 8, 9, 10, 11, 12 sono di Gianluca Falchi.

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