Fari, lanterne magiche

Articolo di Enrica Simonetti
Fotografie di Nicola Amato e Sergio Leonardi
Fonte: www.nationalgeographic.it

“Ogni giorno, quando sono qui, mi sento in cima al mondo”, dice Bruno Colaci, il farista di Capo Sandalo, aprendo con una grossa chiave il portone della casa solitaria sotto la lanterna. La chiave del “paradiso” è rimasta nelle sue mani anche ora che lui, il guardiano del faro più a ovest della Sardegna, è andato in pensione: «Questo posto mi manca e ogni tanto ci torno a dormire», aggiunge mentre il vento sibila sinistro tra le finestre. Saliamo in cima alla lanterna, percorriamo i 134 metri in altezza della torre e, guardando fuori, ci troviamo avvolti da un blu immenso, a tratti angosciante, interrotto da un’unica piccola striscia di terra.
Siamo all’isola di San Pietro; per arrivare qui da Cagliari ci si imbarca a Portovesme dopo aver attraversato luoghi “svuotati” di vita, come le miniere abbandonate del Sulcis. Anche il faro è deserto, e ormai a popolarlo sono soltanto i ricordi del suo guardiano o i falchi che nidificano oltre il maestoso precipizio di roccia che tutti chiamano “l’orrido”.
In Italia però non tutti i fari sono monumenti alla memoria. Anzi, decine e decine di torri sono ancora custodite dai loro guardiani: gente che vive da decenni con una lanterna sulla testa, che ha una casa tra mare e cielo, nel bel mezzo di una città o su uno scoglio sperduto. Andar per fari lungo le coste italiane significa scoprire non solo un patrimonio culturale e architettonico, ma anche queste esistenze e un mestiere – quello del guardiano del faro – che rischia di scomparire.
Stesso lavoro, vite diverse e uguali: c’è chi abita sotto un faro alla foce del Po e si sposta con una zattera invece che con l’auto; c’è chi vive ad Anacapri, a Portofino, nel castello di Scilla o su un tratto di costa calabra continuamente erosa dal mare. Una donna, la prima a vincere il concorso di farista in Italia, Rita Di Loreto, ha regnato da sola per 20 anni al faro di Punta Preposti, sul Gargano, con cani, gatti e gabbiani, in un eremo dal fascino selvaggio.
Un tempo i fari isolati erano definiti zone disagiate e oggi appaiono spazi senza tempo, a volte abbandonati a se stessi, a volte agognati da qualche compratore o trasformati in focolare domestico. È questo il domestico “italian style” dei fari, che all’estero appaiono affacciati sull’oceano e spruzzati di salsedine: da noi il faro e la sua casa coincidono con il concetto di famiglia, di vita quotidiana, di orto coltivato e di bambini da mandare a scuola.

Varcare il cancello di un faro è un po’. come entrare in contatto con un mondo a parte. La natura a volte è così bella da togliere il fiato e non solo per le tante scale da percorrere all’interno della torre fino a raggiungere la lanterna. A Strombolicchio, ad esempio, l’isolotto che si trova davanti a Stromboli, i gradini sono nascosti nella roccia e, salendo, si ha l’impressione di toccare il cielo avendo ancora i piedi nel mare, tra le onde, tra i fondali che qui sembrano di cristallo e l’aria calda e fumosa di quello che in fondo è da sempre stato un faro: il vulcano. È mozzafiato la sensazione che si prova salendo in cima a fari molto elevati e imponenti, come a Trieste, a Taranto, a San Vito Lo Capo (Trapani), dove il furore dei venti fa oscillare la lanterna così come descriveva lo storico Jules Michelet, a metà Ottocento, osservando “l’ondulazione delle torri più antiche e più solide”. Emozioni fatte di terra e di acqua, come lo sono i fari, che appaiono luoghi di confine, con un’identità sospesa, né appartenenti al mondo del mare né a quello della terraferma. Lo provano gli antichi documenti notarili del Regno delle Due Sicilie, in cui il territorio di una città costiera si definiva “al di qua del faro”, perché “al di là” c’era solo la torre, c’era solo il mare.

I fari italiani conservano questo alone di mistero. E non sono visitabili in quanto zone militari appartenenti alla Marina. I faristi però non sono militari, ma personale civile dipendente, la cui esistenza un tempo era regolata dall’accensione e dallo spegnimento della lanterna, al tramonto e all’alba. Oggi il sistema è automatizzato ma la presenza del guardiano del faro garantisce il buon funzionamento della lanterna, la manutenzione, la pulizia degli specchi di Fresnel (dal nome del loro inventore) che permettono al raggio di luce di essere visibile miglia e miglia lontano.
«Guardi, questo è il vecchio forno del faro. I miei genitori facevano il pane qui, perché la città a quei tempi era lontana, e c’era solo un asino come mezzo “militare” in dotazione», spiega il guardiano del faro di San Cataldo a Bari, Gaetano Serafino, ultimo rappresentante – come spesso accade – di un’intera generazione di faristi e anch’egli guardiano della torre affacciata sul porto, un tempo solitaria, oggi circondata di case borghesi. Ogni farista è orgoglioso del suo lavoro, della sua casa, della sua lanterna e ti conduce in cima come se ti stesse aprendo la porta dei suoi segreti, mostrando i vecchi congegni rimasti inalterati, come in un museo.

Già, un museo. Negli USA i fari abbandonati vengono trasformati in musei (uno è stato inaugurato a giugno nel Maine, a Rockland), mentre in Croazia sono nati alloggi per turisti, così come nei Paesi Bassi e su altre coste d’Europa. Da noi – che vantiamo alcune delle lanterne più antiche del mondo – i programmi di salvataggio fari sono bloccati da anni e lavori di ristrutturazione sono stati portati a termine negli ultimi tempi solo in alcuni fari abitati. L’Agenzia del Demanio ha presentato lo scorso anno un progetto che riguarda 88 fari, divisi in cinque categorie e destinati a diventare hotel, centri benessere, poli di ricerca e centri di ristorazione. Il programma comprende strutture incantevoli come Capo d’Orso sulla costiera amalfitana o Talamone a Grosseto e Punta Alice in Calabria: si parla di “autogrill” del mare o di piccoli alberghi e “isole” del gusto. Nove fari nell’ambito del progetto si trovano al Nord, 13 al Centro e 66 al Sud (di cui ben 27 in Sicilia) e nessun faro verrebbe venduto, ma dato in concessione per lo sfruttamento economico, ovviamente dopo la concessione del rilascio d’uso da parte della Marina. Ma le divergenze tra istituzioni non sono poche e lo stesso comandante Stefano Gilli, capo del Primo ufficio gestione segnalamenti dell’Ispettorato Navale della Marina, di recente ha dichiarato che «a noi di questo progetto presentato sui giornali l’Agenzia del Demanio non ha notificato nulla».

La salvaguardia dei fari prevede un’azione capillare e gli interventi non sono semplici, neanche nelle decisioni sul futuro dell’enorme patrimonio presente. La gestione degli oltre 200 fari sparsi per l’Italia e dei quasi 1000 segnalamenti (dalle boe alle mede ai fanali) compete alla Marina Militare e il programma dell’Agenzia del Demanio implicherebbe invece un cambio di destinazione d’uso su cui il dibattito deve ancora cominciare. Molti dei fari individuati per il riutilizzo sono inoltre totalmente privi di servizi: le torri si trovano spesso in luoghi difficilmente raggiungibili, in angoli in cui la natura regna ancora indisturbata e selvaggia. Le Soprintendenze, in qualche caso (come ad esempio mesi fa per il faro abbandonato dell’isola di San Domino, alle Tremiti), si sono mosse per apporre vincoli architettonici, quindi tutto resta ancora da stabilire. Diverso è il caso dell’Isola del Giglio, il cui faro delle Vaccarecce, finito all’asta su e-Bay nel giugno scorso (nonostante le proteste di Legambiente) risulta già appartenente a una società privata.
L’intento di salvare i fari è sicuramente ben mirato, in quanto tutto il patrimonio storico e architettonico rischia un domani di “annegare” nel tempo. La riscossa – anche se con fondi a rilento – parte dalla Puglia, dove il faro di Capo d’Otranto è stato ristrutturato con finanziamenti comunitari e sta per diventare un museo virtuale. Per evitare che questa lanterna del 1850, tutta in pietra, finisse all’asta, la notte di Capodanno del 2000 si è svolta anche una fiaccolata portata avanti dagli ambientalisti e dalla gente del posto. Nel nome del faro da salvare sono anche stati abbattuti i confini ideologici, dato che ad accendere le torce in segno di protesta sono stati ambientalisti, verdi e semplici cittadini e in prima linea anche lo stesso sindaco di Otranto, Francesco Bruni, di Forza Italia. «Lo Stato aveva avviato una politica di dismissioni di alcuni immobili con l’intento di fare cassa», ricorda, «e tra questi sono stati inseriti immobili di pregevole valore e interesse come il faro di Palascìa. Il Comune insieme con alcune associazioni presenti a livello provinciale si mobilitò con una forte campagna di sensibilizzazione e in prima battuta fu organizzata una fiaccolata. Successivamente il Comune ha scelto la strada giudiziaria con ricorso d’urgenza al pretore di Maglie bloccando la vendita. Il seguito è stato caratterizzato dall’avvio di un ampio tavolo di concertazione col Ministero delle Finanze da cui si è aperto un confronto importante che è sfociato nella stipula di un protocollo di intesa, la cui importanza e il cui significato sono testimoniati anche dalla sottoscrizione con l’Agenzia del Demanio».
Il faro dista circa sette chilometri dal paese e s’impone su uno scoglio in cui in primavera crescono le orchidee selvatiche: qui, come raccontava l’anziano guardiano, ormeggiavano le navi della Marina Militare inviate a rifornire di acqua le famiglie.

Ma a Punta Palascìa sta per nascere il primo progetto culturale a largo raggio legato a un faro: «Il faro sarà il riferimento del Parco naturale costa da Otranto a Leuca, nonché della Riserva marina, che è in fase di istituzione», spiega l’ingegner Tommaso Farenga, che dopo aver progettato il futuro della torre è diventato assessore ai Lavori Pubblici a Otranto. Nel faro nascerà un museo virtuale: «Sarà un contenitore di cultura, il cui sviluppo dipenderà dall’azione sinergica che si sta attivando con il coinvolgimento del Comune, della Regione, dell’Università e delle associazioni ambientaliste», spiega Farenga. «Il museo virtuale che sta nascendo è un insieme di finestre sul parco e sul mare. La sua fruizione sarà orientata al coinvolgimento del pubblico a tutti i livelli facendo vivere ai visitatori un tuffo nella natura e nella cultura che ha reso celebre Otranto».
Programmare il futuro dei fari non è facile: «Si tratta di una tipologia edilizia molto parti
colare, anche per la sua conformazione, oltre che per la posizione», sostiene l’architetto Marcello Benedettelli, soprintendente ai Beni culturali Bari-Foggia. «La stessa base volumetrica dei fari rende limitata la loro destinazione. Ma rendere visitabile un faro, modificarlo in modo da creare un piccolo museo e comunque consentire la fruizione di questo patrimonio senza stravolgerne l’identità è un percorso di sicuro interesse».
Anche gli italiani sono molto interessati ai fari. Lo dimostrano le migliaia di domande per partecipare a eventuali concorsi per diventare faristi di cui la Marina Militare è subissata. Gli stessi comandanti non riescono a spiegarsi il fenomeno, forse legato all’idea della vita a contatto con il mare, al fascino della lanterna e alla mitologia del mestiere di guardiano del faro.
Oggi, anche il mondo dei fari è cambiato. Una rete telematica permette il controllo a distanza delle lanterne e i nuovi sistemi di navigazione (Gps) rendono la luce e l’eclissi del faro meno necessari di un tempo. Eppure i pescatori che di notte escono con i piccoli gozzi dai porticcioli dell’Adriatico, dello Ionio e del Tirreno, continuano a seguire il raggio del faro. «Strano il nostro mestiere», confessa guardando le barche il farista di Cozzo Spadaro, in Sicilia: «Loro non ci conoscono, ma noi li guardiamo uno a uno, dall’alto, ogni notte». Anche quando splende il sole, il faro ha una sua funzione ineguagliabile: è per questo motivo che le torri da sempre sono state costruite una diversa dall’altra, a fasce orizzontali, a scacchi, a gradoni, in modo da costituire un punto di riferimento continuo per chi naviga.
Soprattutto nell’antichità il timore delle tenebre del mare è stato fortissimo, tanto che quando i fari ancora non esistevano, si accendevano fuochi in prossimità della costa, in modo da renderla visibile a chi sfidava il mare. Di ciò esistono persino testimonianze scritte: ne parlano Omero (nell’Iliade) ed Eschilo, sottolineando il chiarore delle fiamme sulle rocce e i bagliori di fronte all’inquietudine del mare.

«Il fascino del mare è un’invenzione moderna, che risale al Romanticismo; quanto al piacere del navigare si può dire che è attitudine propria della contemporaneità, legata al diffondersi del diporto come fenomeno di massa. Per gli antichi il navigare era soprattutto rischio, fatica, solitudine, precarietà», dice Paolo Lodigiani, scrittore, saggista, autore di guide e portolani, appassionato di cultura marinara. Lodigiani cita le parole scritte nel Medioevo dall’anonimo autore del Seafarer (il navigante), poema sassone del VII secolo: “Le navi sono la dimora della tristezza”, dimostrando che «i fari per il marinaio dell’antichità non sono dunque solo un ausilio alla navigazione, sono un ristoro alla desolazione e alla paura della vita in mare: dietro al faro ci sono uomini che tengono viva la fiamma, c’è la terraferma con la sua quiete e la sua sicurezza, c’è un paesaggio familiare che si può immaginare anche nell’oscurità della notte senza sentirsene irrimediabilmente separati. È il contrario di ciò che esso rappresenta per il marinaio romantico, che nel faro di ogni approdo vede la promessa di nuove avventure, le tentazioni di un porto esotico, un mondo sconosciuto da scoprire ed esplorare».

L’antica storia dei fari, che ha attraversato i racconti degli eroi e delle imprese sull’Egeo o la mitologica sagoma del faro di Alessandria d’Egitto, ha una sua versione tutta italiana e a molti ignota, sul Mar Ligure, dove il primo ad accendere i falò per aiutare i naviganti fu – tra il VI e VII secolo – un monaco eremita, Venerio. Viveva da solo sull’isola del Tino, un luogo ancora oggi incontaminato davanti alle Cinque Terre, e qui cominciò a illuminare con il fuoco (e con la fede) il mondo della navigazione. I resti del suo monastero sono ancora lì e Venerio è diventato il santo protettore dei faristi: sullo stesso scoglio ligure (vi accede solo la Marina Militare) non c’è null’altro che il faro e qualche lapide, lucertole, pini e piante di agave.
L’accostamento tra luce del faro e luce della fede si ritrova spesso non solo nella simbologia religiosa della “fiamma” o nei tanti dipinti nati come ex voto dopo il salvataggio miracoloso di qualche navigante, ma anche nel passato della gestione dei fari. A Genova, ad esempio, in uno dei fari più antichi della penisola (esisteva già nel 1128), fu una casta sacerdotale a governare la lanterna nel XV secolo e sulla cupola i religiosi fecero montare un pesce e una croce di metallo dorato come simbolo di cristianità. La “sacralità” del faro era anche dovuta alla cura che – in tempi di fuochi accesi con la legna – la lanterna richiedeva: nel vecchio lessico della Marina Militare, la camera sotto la cupola del faro si chiamava “stanza dello scapolo”, in quanto si pensava che un uomo sposato non potesse occuparsi contemporaneamente del faro e della famiglia. E quindi doveva essere un guardiano solitario, un single.

Poi, invece, nei secoli, le lanterne sono state abitate dai guardiani e dalle loro famiglie e, come per i torrieri dell’antichità, il mestiere è passato di padre in figlio, tanto che esistono ancora oggi in Italia persone che da sempre hanno vissuto in un faro. Spesso i racconti sono fatti di miti e leggende, spesso nelle isole e nei paesi attorno alla torre silenziosa del guardiano del faro nascono racconti horror o favole su misteriose presenze. In un faro, quello di Ustica, nel 1933 avvenne anche un delitto e furono uccise una donna, moglie del capofanalista, e una ragazzina di 13 anni. Un lunghissimo processo vide tra gli accusati alcuni confinati mafiosi sull’isola che furono condannati all’ergastolo.
Ma neanche le storie noir o i nomi agghiaccianti dei promontori – da Punta Omo Morto a Cala del Corvo – riescono a offuscare l’incanto dei nostri fari che in ogni luogo hanno la loro identità storica: a Capo d’Anzio la torre si trova nel tratto di costa amato da Nerone, dove ancora oggi ci sono i resti archeologici della sua villa; a Capo Colonne, in Calabria, la lanterna è la regina di un bosco sacro, dato che lì sorgeva il tempio di Hera Lacinia e l’unica colonna dorica superstite dal V secolo a.C. è rimasta in piedi a guardare la luce del faro.
All’Asinara, in tempi più recenti, la storia del faro ha coinciso con le vicende dei detenuti del supercarcere aperto nell’isola sarda molto dopo la costruzione della lanterna. Alcuni dei condannati che ottenevano la semilibertà venivano messi a lavorare al faro e potevano utilizzare ogni attrezzo salvo la barca del guardiano: quella era sinonimo di libertà, di viaggio verso il continente guidati dalla luce della lanterna.

Nelle foto sono visibili:
1) la Vittoria alata svetta sulla lanterna del faro di Trieste, progettato dall’architetto Berlam e innaugurato nel 1927 da Vittorio Emanuele III
2) il faro di Strombolicchio, al largo dell’isola di Stromboli, nell’arcipelago delle Eolie, è raggiungibile soltanto dal mare. Fu costruito nel 1925 ed è arroccato a 57 metri di altezza
3) la torre esagonale a fasce bianche e rosse del faro di Monopoli segnala l’ingresso del porto pugliese fin dal 1878, anno della sua attivazione
4) dall’alto, da sinistra, Scogli Porcelli a Trapani, la Lanterna di Genova, il faro di Sant’Eufemia a Vieste, Forte Stella all’Isola d’Elba, Punta Spadillo a Pantelleria, il faro di Livorno, il fanale nel Canal Grande a Venezia, il faro di Capo Sandalo sull’isola di San Pietro in Sardegna, il faro di Napoli sul Molo San Vincenzo
5) il faro del porto di Olbia si trova sull’Isola della Bocca, al centro del golfo: uno scoglio oggi disabitato in cui un tempo vivevano le famiglie dei guardiani
6) la torre della Rocchetta (1855) a Malamocco (VE) spunta tra le isole della laguna. Qui già a fine ‘800 una “tromba a vapore” avvertiva acusticamente i naviganti in caso di nebbia
7) la lanterna di Rimini, affacciata sul porto canale. L’edificio, più volte ricostruito, fu progettato nel ‘700 dall’architetto Luigi Vanvitelli
8) il guardiano del faro di Santa Maria di Leuca, in Puglia, controlla l’efficienza della lampada, Questa lanterna, dotata di 16 lenti, proietta il suoi fascio a 50 chilometri di distanza
9) suggestiva veduta aerea di un faro solitario che segnala l’ingresso alla laguna di Venezia

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