Vecchi fari, e’ l’ora della rinascita

Articolo di Marina Cavallieri
Fonte: www.repubblica.it

Demanio pronto a convertire 88 lanterne in hotel, ristoranti e musei
Il progetto attende solo il vaglio degli enti locali. Non saranno messi in vendita ma dati in concessione per lo sfruttamento economico

ROMA – Addio all’isolamento, ai nidi dei falchi, alle orchidee selvatiche, all’abbandono. I fari che rassicuravano i naviganti quando andare per mare era rischio e solitudine, potrebbero diventare i nuovi alberghi di moda, i futuri ristoranti esclusivi o gli ultimi avveniristici musei. Giace infatti da tempo nel cassetto dell’Azienda del Demanio un progetto di ristrutturazione dei fari, monumenti alla memoria storica e naturalistica, che in molti casi rischiano di sgretolarsi sotto il sole, mangiati dalla salsedine. Un programma che potrebbe veder sostituito il vecchio guardiano del faro con un raffinato chef, ma l’iniziativa non riesce ancora a trovare la sua realizzazione. L’Italia ha delle lanterne bellissime e antiche, alcune leggendarie come quella di Genova, altre poco conosciute, come quella di Palmaiola (alla storia suggestiva dei fari National Geographic, in edicola il prossimo lunedì, dedica un lungo servizio, dal mito romantico al futuro tecnologico). I fari sono luci antiche seminate in mezzo al mare che nascondono storie e aneddoti fatti di salvataggi, isolamenti forzati, visite di ammiragli e diari ingialliti, luoghi cari a famiglie cresciute tra le stesse mura che hanno coltivato per generazioni la stessa identica passione, un mondo a parte che oggi rischia il disfacimento e aspetta una nuova valorizzazione. «Il progetto è allo studio, aspettiamo soprattutto il vaglio degli enti locali», dicono all’Agenzia del Demanio che ha individuato 88 fari, divisi in cinque categorie e destinati a diventare centri di benessere, «autogrill del mare», piccoli alberghi ma anche luoghi di ricerca e sperimentazione che potrebbero diffondere la cultura marinara. In questo elenco ci sono strutture suggestive come il faro di Capo d’Orso sulla costiera amalfitana, circa 320 metri quadrati coperti, altre in stato di degrado come quello di Fiumara a Fiumicino. Nessun faro verrebbe venduto ma dato in concessione per lo sfruttamento economico dopo la concessione del rilascio d’uso da parte della Marina che gestisce i circa 200 fari italiani. Il progetto è possibile ma la strada appare tortuosa. Molti dei fari individuati dal Demanio si trovano in luoghi difficili da raggiungere, selvaggi e privi di servizi. Le Soprintendenze inoltre, in alcuni casi, si sono mosse per porre dei vincoli architettonici come è accaduto per il faro abbandonato dell’isola di San Domino, alle Tremiti. Ma la riscossa dei fari è all’inizio. Il faro di Capo d’Otranto, lanterna del 1850, totalmente in pietra, è stato ristrutturato con finanziamenti comunitari e diventerà presto un museo virtuale, già per evitare che finisse all’asta ci fu una fiaccolata nel Capodanno del Duemila con cittadini e ambientalisti. «Il faro sarà il riferimento del parco naturale da Otranto a Leuca e della riserva marina che è in fase di istituzione», spiega Tommaso Farenga, ingegnere che ha realizzato il progetto e assessore ai Lavori Pubblici di Otranto. «Il museo virtuale che sta nascendo è un insieme di finestre sul parco e sul mare, per me è una scommessa». Il futuro dei fari però è ancora incerto. Quello dell’isola del Giglio è stato battuto all’asta E-bay, gli altri attendono. E fanno sognare. Lo testimoniano le migliaia di lettere che arrivano alla Marina, uomini e donne che chiedono come fare per diventare guardiano di un faro, non sapendo che questo mestiere antico e solitario sta per scomparire.

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