La leggenda del faro

Autore: Dario Alfonso Ricci
Dati: 160 p., ill.
Anno: 2002
Editore: Bandecchi e Vivaldi

Il vecchio nonno Carlo era un piccolo impresario edile venuto dalle campagne del senese a cercare lavoro e fortuna sulla costa. Qui sul mare, nei rari momenti di sosta fra uno scavo di fondamenta e un’intonacatura di facciata, se ne andava col suo barchino a pescare tra gli scogli e le calanche sabbiose del litorale.
Fu con lui, un giorno lontano della mia infanzia, che andai a calare un palamito sotto il promontorio del faro, dove finisce la terra e inizia l’infinito mistero dell’oceano.
Dal barchino, il nonno levò la mano ad indicarmi la svelta altera sagoma del faro, dipinta a fasce rosse e bianche, immota e viva.
“Molti anni fa sono stato lassù con quindici operai. Abbiamo rimesso a nuovo la torre e il casamento.
Si dormiva per terra su pagliericci portati dai militari, si mangiava il rancio come nel ’15 nelle buche dell’Isonzo e meno male che non c’erano i cecchini che sparavano.
Però, non so perché, la notte in quel luogo c’era un po’ di paura, specie quando il tempo era cattivo, o quando c’era la nebbia e il segnale ci urlava nelle orecchie. Che roba, nipote….”
Avevo sette, forse otto anni. Non ricordo il resto dei discorsi del nonno, ma il faro m’incute ancora rispetto anche quando lo vedo da lontano, le rare volte che ritorno da queste parti.
È stato l’anno scorso, tornato qui per le vacanze a smaltire nel mare estivo la stanchezza di terre lontane e di lavoro invernale, che mi sono deciso ad affrontare da vicino il faro del promontorio.
Con la mia nuova barca ho ripercorso quelle acque della mia infanzia, e vinta ogni paura del mistero, sono sceso a terra, ho fatto la grande arrampicata lungo il sentiero che porta al faro, e qui ho incontrato due persone dolcissime che, con la saggezza della loro vecchiaia felice, mi hanno svelato la leggenda del faro e hanno disperso le insicurezze e i timori della fanciullezza.
La leggenda del faro: in essa è forse la chiave di tante verità della vita che gli uomini non sanno più vedere, o almeno non sanno più apprezzare.

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