Gita al faro

Autore: Virginia Woolf
Dati: 261 p. (trad. L. Bianciardi, pref. V. Papetti)
Anno: 1995
Editore: Rizzoli
Collana: BUR Superclassici

“Gita al Faro”, che la BUR presenta in una nuova traduzione, viene dal ricordo e dal rimpianto di un’infanzia felice, protetta da madre e padre, allietata da fratelli e sorelle, nella casa delle vacanze al mare. Virginia Woolf scrive questa elegia mentre sta leggendo Proust, forse in gara con lui. Progetta il libro in tre parti: alla finestra del salotto, sono passati sette anni, la gita al Faro che finalmente è compiuta dal padre, ormai vecchio, da due figli ormai adolescenti. La madre è morta, e anche i due figli più grandi. Della terribile guerra che intanto è accaduta non parla: è il suo modo di condannarla. Inserisce nel quadro un alter-ego di se stessa, Lily Briscoe, una pittrice che vorrebbe fissare sulla tela la bellezza misteriosa e appassionante della madre, la signora Ramsay, e vi riuscirà solo alla fine, nello stesso momento in cui Virginia Woolf finisce la sua scrittura. Nel diario ne parla come di un processo di gestazione, faticoso e doloroso, un parto. Ha dovuto districare dentro di sé i sentimenti, spezzare il codice genetico: quanto è dovuto alla madre e quanto al padre. “E’ uguale a un doloroso però eccitante processo di natura, che si desidera follemente di portare a termine.” La figlia è rinata come scrittrice.

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