Al faro

Tratto da “Al faro” di Virginia Woolf

“Ma potrebbe anche essere bello. Io credo proprio che sarà bello,” disse la signora Ramsay, piegando leggermente spazientita il calzerotto marrone che stava facendo. Se lo finiva stasera, e riuscivano ad andare al Faro il giorno dopo, avrebbe dato i calzerotti al guardiano per il suo bambino, che era minacciato di tubercolosi all’anca; insieme, gli avrebbe portato una pila di vecchie riviste, un po’ di tabacco, e in più qualsiasi cosa avesse trovato per casa di superfluo, che stava lì a impicciare le stanze, mentre avrebbe fatto piacere a quella povera gente che doveva annoiarsi a morte, a stare tutto il giorno lì senza far nulla, se non ripulire il fanale, pareggiarne il lucignolo, setacciare quel fazzoletto d’orto. A voi piacerebbe stare rinchiusi un mese intero per volta, e magari col brutto tempo, su uno scoglio non più grande di un campo da tennis? Senza lettere, senza giornali, senza vedere nessuno? Se uno è sposato, senza vedere la moglie, senza sapere come stanno i bambini, se si sono ammalati, se sono caduti e si sono rotti una gamba o un braccio? Sempre lì a guardare la stessa onda che si rompe monotona settimana dopo settimana e poi magari viene una tempesta tremenda, e le finestre si coprono di schiuma, e gli uccelli sbattono contro il fanale, e tutto rulla e non si può neppure mettere il naso fuori della porta per paura di essere travolti? Vi piacerebbe? domandava, rivolgendosi soprattutto alle figlie. Perciò, aggiungeva cambiando tono, bisogna portargli più cose che si può.

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