Pale a prua

Libro di Nazareno Alocci
Fonte: www.ilmioargentario.com

Ogni rione si distingue per la sua particolare storia ed è caratterizzato da specifici colori e da simboli che ancora oggi vengono a colpire il nostro immaginario collettivo.
La contrada del Valle comprende la parte iniziale dell’abitato di Porto S. Stefano. Essa coincide con quella vasta area abbastanza pianeggiante, situata a ridosso del porto commerciale, che va dalla Cetina alle Fornaci, e si distende internamente lungo la valle del Campone, dalla quale prende appunto il nome.
Agli inizi del ‘900 tale zona era scarsamente abitata, pur essendo già sede di importanti attività lavorative. Fu nel dopoguerra che cominciò a svilupparsi dal punto di vista abitativo, così da divenire ben presto il quartiere più popoloso. Possiamo quindi dire che il Valle è cresciuto e si è sviluppato di pari passo con il Palio, e la sua presenza, nell’ambito della manifestazione, si è fatta sempre più determinante, tanto da renderlo un autentico protagonista, sia nella buona che nella cattiva sorte.
I vallaioli sanno oggi di essere i più forti e di appartenere ad un rione vincente, ma sanno anche che gli avversari non lasceranno nulla di intentato per dimostrare il contrario e procurare loro un grosso dispiacere. I colori del Valle sono l’azzurro chiaro e il bianco, che, nei giorni della festa, inondano letteralmente le vie e le piazze della contrada.
Nel suo stemma araldico figurano l’ascia e il faro. Questi simboli, oltre a rivestire un particolare significato nell’ambito della cultura marinara, stanno qui a rappresentare due importanti momenti della vita del rione.
L’ascia, che un tempo costituiva il principale strumento di lavoro dei costruttori di barche, rappresenta la nascita del Valle. Essa ci porta con la memoria ai tempi in cui questa parte del paese, ancora disabitata, era divenuta il luogo di lavoro dei calafati, carpentieri e maestri d’ascia. E qui, in questa autentica scuola all’aria aperta, venivano anche i giovani, animati dalla buona volontà di apprendere quegli antichi e nobili mestieri. Infatti, l’importanza assunta da Porto S. Stefano nel settore dei piccoli traffici marittimi aveva fatto sorgere la necessità di realizzare dei servizi a terra per provvedere alle opportune e periodiche operazioni di carenaggio.
A tale scopo, nella rada del Valle, era stata costruita la Darsena, che costituiva l’ambiente più idoneo per effettuare le opere di riparazione e manuntenzione dei natanti. La Darsena viene quindi a costituire la culla del nascente rione, ed è forse come gesto di riconoscimento di questo fatto originario e come segno di buon augurio che in essa, ogni anno, viene portato a stazionare il guzzo con cui il Valle disputerà la gara.
Ma la Darsena è sopratutto il luogo dove è nata una fiorente attività cantieristica che, espandendosi e perfezionandosi negli anni, ha fatto sorgere al Valle moderni laboratori, dove quelli che un tempo erano stati i giovani allievi dei vecchi maestri d’ascia sono oggi diventati degli affermati costruttori di caratteristiche barche da diporto, vero fiore all’occhiello dell’artigianato santostefanese.
Proprio in uno di questi cantieri sono stati costruiti anche i tradizionali guzzi con i quali si corre il Palio.
Il faro raffigurato nello stemma del Valle è quello che si trovava in cima al molo della Cetina (oggi chiamato Molo Garibaldi) e che, verso la fine degli anni ‘70, fu tolto di mezzo senza tanti complimenti per consentire i lavori di prolungamento di quel molo. Quest’opera è poi rimasta incompiuta e chi ne ha fatto le spese è stato proprio il povero faro, che oggi non c’è più e sopravvive soltanto nei ricordi di chi volle allora eleggerlo a simbolo del rione.
Esso infatti era considerato come l’emblema del nuovo porto, la cui realizzazione, avvenuta nel dopoguerra, aveva dato un notevole impulso allo sviluppo dell’intero quartiere. Una funzione emblematica alla quale il faro seppe tenere pienamente fede, sino al punto di venire sacrificato proprio per l’ampliamento del porto stesso é quindi per la maggior gloria del Valle. Un così alto sacrificio non poteva che esaltarne il valore simbolico, ed è così che esso ha continuato a vivere nelle numerose insegne, piccole e grandi, esibite con orgoglio dai vallaioli nei giorni della festa.
Prima di essere demolito, quel faro era un caratteristico punto d’incontro per la gente del paese, che, soprattutto nel periodo invernale, vi si recava per sostare un pò alla solina.
Nei caldi ed annoiati pomeriggi d’estate, invece, quando il sole spaccava le pietre e le ore sembrava non passassero mai, era il luogo preferito da noi ragazzi perché potevamo giocare all’ombra della sua imponente mole. Qualche volta ci capitava anche di incontrare il farista, al quale insistentemente chiedevamo di farci visitare l’interno. Quel brav’uomo non si stancava mai di spiegarci che ciò non era possibile, poi, quasi per farsi perdonare, si tratteneva un pò con noi per soddisfare le nostre curiosità.
Venivamo così a sapere che in passato era stato guardiano del faro a Giannutri, dove aveva preso il posto del padre in quel mestiere allora estremamente importante per la sicurezza della navigazione sotto costa. La prima volta che mise piede in quell’isola avrà avuto si e no cinque anni. Era stato il padre a volerlo con sè per avviarlo a quel lavoro che aveva scelto per lui. Non era semplice ciò che doveva imparare; i fari, in quel tempo, venivano alimentati a petrolio e carburo e occorreva assicurarne il perfetto funzionamento restando svegli per tutta la notte.
Fu grande la sua sorpresa quando scoprì che nell’isola abitavano due persone. Il padre, infatti, un giorno gli disse che lo avrebbe accompagnato dal Capitano Adami, il Garibaldino, perché gli insegnasse a leggere e scrivere. Fu così che conobbe il Garibaldino e la nipote Marietta, gli unici abitanti dell’isola.
A questo punto della narrazione, noi ragazzi rivolgevamo sempre le stesse domande: «Chi era il Garibaldino? da dove veniva? Perché era lì con la nipote?» Ma il vecchio farista, con il suo fare bonario, non è mai riuscito a soddisfare pienamente queste nostre curiosità. Tutto quello che sapeva era che questo tal Gualtiero Adami proveniva da Pisa ed era stato capitano dell’esercito garibaldino. Non si sa perché, ma un bel giorno Adami aveva deciso di andare in esilio volontario a Giannutri, portando con sé la Marietta. Forse nel suo gesto aveva voluto imitare il Generale Garibaldi che, indignato della sorti della politica monarchica, si era ritirato a Caprera dove era morto. Questo processo di identificazione con il Generale, lo aveva portato a Giannutri con la Marietta. Uomo di cultura, nella sua misera casa, ricavata all’interno di una grotta nella villa romana, unica cosa che aveva in abbondanza erano i libri. Il Garibaldino aveva una barba bianca, ingiallita dal fumo del sigaro toscano che teneva continuamente in bocca.
Marietta aveva allora forse vent’anni, era di corporatura esile, minuta, con due grandi occhi profondi. Silenziosa, poche volte il vecchio farista aveva sentito la sua voce e la ricordava sempre vestita di un abito fatto di tela marrone, consunto e pieno di toppe.
Adami era piuttosto avanti negli anni e nella casamatta, così veniva chiamata la grotta della villa romana, custodiva gelosamente, a capo a letto, una bandiera italiana, di quelle senza lo stemma sabaudo, e una pistola.
Vivevano come eremiti e passavano la maggior parte del tempo a leggere e sopratutto Marietta non si faceva avvicinare da nessuno. Fu Adami che insegnò al ragazzo a leggere e scrivere e quando lui, ormai grande, tornò a Giannutri, loro erano ancora lì.
Il Garibaldino morì qualche anno dopo e Marietta, rimasta sola, continuò ad abitare nella casamatta. Molti vecchi pescatori ricordano, ancora oggi, questa misteriosa figura di donna che si aggirava tra i ruderi della villa romana, e a cui loro portavano qualcosa da mangiare, lasciandolo sulla spiaggetta dell’isola. Poi di Marietta non si seppe più nulla; alcuni la dicevano morta, altri misteriosamente scomparsa. Il vecchio farista sostenava che, morta, l’avevano sepolta al Giglio. Non è stato mai possibile, per noi ragazzi, saperne di più, perché a questo punto la commozione del racconto portava il vecchio ad andare via, lasciandoci sempre più nel mistero di questa storia inverosimile.

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