Odissea, libro IV

Tratto da l’Odissea di Omero
Trad. it. di Ippolito Pindemonte

[…]
Giace contra l’Egitto e all’onde in mezzo
Un’isoletta che s’appella Faro,
Tanto lontana, quanto correr puote,
Per un intero dì concavo legno,
Cui stridulo da poppa il vento spiri.
Porto acconcio vi s’apre, onde il nocchiero,
Poscia che l’acqua non salata attinse,
Facilmente nel mar vara la nave.
Là venti dì mi ritenean gli dèi:
Né delle navi i condottieri amici
Comparver mai su per l’azzurro piano,
Le immobili acque ad increspar col fiato.
E già con le vivande anco gli spirti
Per fermo ci fallìan, se una dea, fatta
Di me pietosa, non m’aprìa lo scampo.
Idotèa, del marin vecchio la figlia,
Cui fieramente in sen l’alma io commossi,
Occorse a me, che solitario errava,
Mentre i compagni dalla fame stretti
Giravan l’isoletta, ed i ricurvi
Ami gettavan qua e là nell’onde.
“Forestier”, disse, come fu vicina,
“Sei tu del senno e del giudicio in bando,
O degli affanni tuoi prendi diletto,
Che così, a un ozio volontario in preda,
Nell’isola t’indugi, e via non trovi
D’uscirne mai? Langue frattanto il core
De’ tuoi compagni, e si consuma indarno”.
“O qual tu sii delle immortali Dive,
Credi”, io le rispondea, “che da me venga
Così lungo indugiar? Vien dai beati,
Del vasto cielo abitatori eterni,
Ch’io temo aver non leggiermente offesi.
Deh, poiché nulla si nasconde ai numi,
Dimmi, qual è di lor che qui m’arresta,
E il mar pescoso mi rinserra intorno”.
E repente la dea: “Forestier, nulla
Celarti io ti prometto. Il non bugiardo
Soggiorna in queste parti Egizio veglio,
L’immortal PrOteo, mio creduto padre,
Che i fondi tutti del gran mar conosce,
E obbedisce a Nettuno. Ei del vIaggio
Ti mostrerà le strade, e del ritorno,
Dove, stando in agguato, insignorirti
Di lui tu possa. E quello ancor, se il brami,
Saprai da lui, che di felice o avverso
Nella casa t’entrò, finché lontano
Per vie ne andavi perigliose e lunghe”.
“Ma tu gli agguati”, io replicai, “m’insegna,
Ond’io così improvviso a Proteo arrivi,
Ch’ei non mi sfugga dalle mani. Un nume
Difficilmente da un mortal si doma”.
“Questo avrai pur da me”, la dea riprese.
Come salito a mezzo cielo è il sole,
S’alza il vecchio divin dal cupo fondo,
E uscito dalla bruna onda, che il vento
Occidentale increspagli sul capo,
S’adagia entro i suoi cavi antri, e s’addorme
E spesse a lui dormon le foche intorno,
Deforme razza di Alosidna bella,
Già pria dell’onda uscite, e il grave odore
Lunge spiranti del profondo mare.
Io te là guiderò, te acconciamente
Collocherò, ratto che il dì s’inalbi:
Ma di quanti compagni appo la nave
Ti sono, eleggi i tre che più tu lodi.
Ecco le usanze del vegliardo, e l’arti:
Pria noverar le foche a cinque a cinque,
Visitandole tutte; indi nel mezzo
Corcarsi anch’ei, quasi pastor tra il gregge.
Vistogli appena nelle ciglia il sonno,
Ricordatevi allor sol della forza,
E lui, che molto si dibatte e tenta
Guizzarvi delle man, fermo tenete.
Ei d’ogni belva che la terra pasce,
Vestirà le sembianze, e in acqua e in foco
Si cangerà di portentoso ardore;
E voi gli fate delle braccia nodi
Sempre più indissolubili e tenaci.
Ma quando interrogarti al fin l’udrai,
Tal mostrandosi a te, quale sdraiossi,
Tu cessa, o prode, dalla forza, e il vecchio
Sciogli, e sappi da lui chi è tra i numi,
Che ti contende la natìa contrada”.
Disse, e nelle fiottanti onde s’immerse.
Io, combattuto da pensier diversi,
Colà n’andai, dove giacean del mare
Su la sabbia le navi, a cui da presso
La cena in fretta s’apprestò. Sorvenne
La prezïosa notte, e noi sul lido
Ci addormentammo al mormorìo dell’acque.
Ma poiché del mattin la bella figlia
Consperse il ciel d’orïentali rose,
Lungo il lido io movea, molto ai celesti
Pregando, e i tre, nel cui valor per tutte
Le men facili imprese io più fidava,
Conducea meco. La deessa intanto
Dal seno ampio del mare, in ch’era entrata,
Quattro pelli recò, del corpo tratte
Novellamente di altrettante foche;
E tramava con esse inganno al padre.
Scavò quattro covili entro l’arena:
Quindi s’assise e ci attendea. Noi presso
Ci femmo a lei, che subito levossi,
E noi dispose ne’ scavati letti,
E i cuoi recenti ne addossò. Moleste
Le insidie ivi tornavano; ché troppo
Noiava delle foche in mar nutrite
L’orrendo puzzo. E chi a marina belva
Può giacersi vicin? Se non che al nostro
Stato provvide la cortese diva,
Che ambrosia, onde spirava alma fragranza,
Venneci a por sotto le afflitte nari,
Cui del mar più non giunse il grave odore.
Tutto il mattino aspettavam con alma
Forte e costante. Le deformi foche
Dell’onde usciro in frotta, e a mano a mano
Tutte si distendevano sul lido.
Uscìo sul mezzogiorno il gran vegliardo
E trovò foche corpulente e grasse,
Che attento annoverò. Contò noi prima,
Né di frode parea nutrir sospetto.
Ciò fatto, ei pur nella sua grotta giacque.
Ci avventammo con grida, e le robuste
Braccia al vecchio divin gittammo intorno,
Che l’arti sue non obliò in quel punto.
Leone apparve di gran giubba, e in drago
Voltossi, ed in pantera, e in verro enorme,
E corse in onda liquida, e in sublime
Pianta chiomata verdeggiò. Ma noi
Il tenevam fermo più sempre. Allora
L’astuto veglio, che nel petto stanco
Troppo sentiasi omai stringer lo spirto,
Con queste voci interrogommi: “Atride,
Qual fu de’ numi che d’insidiarmi
Ti diè il consiglio, e di pigliarmi a forza?
Di che mestieri hai tu? “Proteo”, io risposi,
“Tu il sai. Perché il dimandi, e ancor t’infingi?
Sai che gran tempo l’isoletta tiemmi,
Che scampo quinci io non ritrovo, e sento
Distruggermisi il core. Ah! dimmi, quando
Nulla celasi ai dèi, chi degli Eterni
M’inceppa e mi rinchiude il mare intorno”.
“Non dovevi salpar”, riprese il dio,
“Che onorato pria Giove e gli altri numi
Di sagrifici non avessi opimi,
Se in breve al natìo suol giungere ardevi.
Or la tua patria, degli amici il volto,
E la magion ben fabbricata il fato
Riveder non ti dà, dove tu prima
Del fiume Egitto, che da Giove scende,
Non risaluti la corrente, e porgi
Ecatombe perfette ai dii beati,
Che il bramato da te mar t’apriranno”.
A tai parole mi s’infranse il core,
Udendo che d’Egitto in su le rive
Ricondurmi io dovea per gli atri flutti,
Lunga e difficil via. Pur dissi: “Vecchio,
Ciò tutto io compierò. Ma or rispondi,
Ti priego, a questo, e schiettamente parla:
Salvi tornaro co’ veloci legni
Tutti gli Achivi che lasciammo addietro,
Partendo d’Ilïòn, Nestore ed io?
O perì alcun d’inopinata morte
Nella sua nave, o ai cari amici in grembo,
Posate l’armi, per cui Troia cadde?”
“Atride”, ei replicò, perché tal cosa
Mi cerchi tu? Quel ch’io nell’alma chiudo,
Saper non fa per te, cui senza pianto,
Tosto che a te palese il tutto fia,
Non rimarrà lunga stagione il ciglio.
Molti colpì l’inesorabil Parca,
E molti non toccò. Due soli duci
De’ vestiti di rame Achei guerrieri
Moriro nel ritorno; e, ritenuto
Del vasto mar nel seno, un terzo vive;
Aiace ai legni suoi dai lunghi remi
Perì vicino. Dilivrato in prima
Dall’onde grosse, e su gli enormi assiso
Girèi macigni, a cui Nettun lo spinse,
Potea scampar, benché a Minerva in ira,
Se non gli uscìa di bocca un orgoglioso
Motto che assai gli nocque. Osò vantarsi
Che, in dispetto agli déi, vincer del mare
Le tempeste varrìa. Nettuno udillo
Borïante in tal guisa, e col tridente,
Che in man di botto si piantò, percosse
La Girèa pietra, e in due spezzolla: l’una
Colà restava, e l’altra, ove sedea
Della percossa travagliato il Duce,
Si rovesciò nel pelago, e il portava
Pel burrascoso mare, in cui, bevuta
Molta salsa onda, egli perdeo la vita.
Il tuo fratello, col favor di Giuno,
Morte sfuggì nella cavata nave.
Ma come avvicinossi all’arduo capo
Della Malèa, fiera tempesta il colse,
E tra profondi gemiti portollo
Sino al confin della campagna, dove
Tieste un giorno, e allora Egisto, il figlio
Di Tieste, abitava. E quinci ancora
Parea sicuro il ritornar; ché i numi
Voltàr subito il vento, e in porto entraro
Gli stanchi legni. Agamennòn di gioia
Colmo gittossi nella patria terra,
E toccò appena la sua dolce terra,
Che a baciarla chinossi, e per la guancia
Molte gli discorrean lagrime calde,
Perché la terra sua con gioia vide.
Ma il discoprì da una scoscesa cima
L’esplorator, che il fraudolento Egisto
Con promessa di due talenti d’oro
Piantato aveavi. Ei, che spïando stava
Dall’eccelsa veletta un anno intero
Non trapassasse ignoto, e forse a guerra
Intalentato il tuo fratello, corse
Con l’annunzio al signor, che un’empia frode
Repente ordì. Venti, e i più forti, elesse:
E in agguato li mise, e imbandir feo
Mensa festiva: indi a invitar con pompa
Di cavalli e di cocchi andò l’Atride,
Cose orrende pensando, e il ricondusse;
E, accolto a mensa, lo scannò qual toro,
Cui scende su la testa, innanzi al pieno
Presepe suo, l’inaspettata scure.
Non visse d’Agamènnone o d’Egisto
Solo un compagno, ma di tutti corse
Confuso e misto nel palagio il sangue”.
E a me schiantossi il core a queste voci.
Pianto io versava, su l’arena steso,
Né più mirar del sol volea la luce.
Ma come di plorar, di voltolarmi
Sovra il nudo terren sazio gli parvi,
Tal seguitava il non mendace vecchio:
“Resta, o figlio d’Atrèo, dall’infinite
Lagrime per un mal che omai compenso
Non pate alcuno, e t’argomenta in vece,
Più veloce che puoi, riedere in Argo.
Troverai vivo ne’ suoi tetti Egisto,
O l’avrà poco dianzi Oreste ucciso,
E tu al funèbre assisterai banchetto”.
Disse, e di gioia un improvviso raggio
Nel mio cor balenava. “Io già d’Aiace”,
Risposi, “e del fratello assai compresi.
Chi è quel terzo che il suo reo destino
Vivo nel sen del mare, o estinto forse
Ritiene? Io d’udir temo e bramo a un tempo”.
E nuovamente il non bugiardo veglio:
“D’Itaca il re, che di Laerte nacque.
Costui dirotto dalle ciglia il pianto
Spargere io vidi in solitario scoglio,
Soggiorno di Calipso, inclita ninfa,
Che rimandarlo niega: ond’ei, cui solo
Non avanza un naviglio, e non compagni
Che il trasportin del mare su l’ampio dorso.
Star gli convien dalla sua patria in bando.
Ma tu, tu, Menelao, di Giove alunno,
Chiuder gli occhi non dèi nella nutrice
Di cavalli Argo; ché non vuole il fato.
Te nell’Elisio campo, ed ai confini
Manderan della terra i numi eterni,
Là ‘ve risiede Radamanto, e scorre
Senza cura o pensiero all’uom la vita.
Neve non mai, non lungo verno o pioggia
Regna colà; ma di Favonio il dolce
Fiato, che sempre l’Oceàno invia,
Que’ fortunati abitator rinfresca.
Perché ad Elena sposo, e a Giove stesso
Genero sei, tal sortirai ventura.
Tacque, e saltò nel mare, e il mar l’ascose.
Io, da vari pensier l’alma turbato,
Movea co’ prodi amici in vêr le navi.
La cena s’apprestò. Cadde la notte,
Dell’uom ristoratrice, e noi del mare
Ci addormentammo sul tranquillo lido.
Ma del mattin la figlia ebbe consperso
Di rose orïentali appena il cielo,
Che nel divino mar varammo i legni,
D’uguali sponde armati, e con le vele
Gli alberi alzammo: entrâro, e sovra i banchi
I compagni sedettero, ed assisi
Co’ remi percotean l’onde spumose
Del fiume Egitto, che da Giove scende.
Un’altra volta all’abborrita foce
Io fermai le mie navi, e giuste ai numi
Vittime offersi, e ne placai lo sdegno.
Eressi anco al german tomba, che vivo
In quelle parti ne serbasse il nome.
Dopo ciò, rimbarcàimi, e con un vento
Che mi ferìa dirittamente in poppa,
Pervenni, folgorando, ai porti miei.
Or, Telemaco, via, tanto ti piaccia
Rimaner, che l’undecima riluca
Nell’orïente, o la duodecim’alba.
Io ti prometto congedarti allora
Con doni eletti: tre destrieri e un vago
Cocchio, ed inoltre una leggiadra tazza
Da libare ai celesti, acciò non sorga
Giorno che il tuo pensiero a me non torni”.
Il prudente Telemaco rispose:
“Gran tempo qui non ritenermi, Atride.
Non che a me non giovasse un anno intero,
La patria e i miei quasi obblïando, teco
Queste case abitar, ché alla tua voce
L’alma di gioia ricercarmi io sento.
Ma già muoion di tedio i miei compagni
Nell’alta Pilo; e tu m’arresti troppo.
Qualsiasi il don di che mi vuoi far lieto,
Un picciol sia tuo prezïoso arnese.
Ad Itaca i destrieri addur non penso;
Penso lasciarli a te, bello de’ tuoi
Regni ornamento: perocché signore
Tu sei d’ampie campagne, ove fiorisce
Loto e cipéro, ove frumenti e spelde,
Ove il bianc’orzo d’ogni parte alligna.
Ma non larghe carriere, e non aperti
Prati in Itaca vedi: è di caprette
Buona nutrice, e a me di ver più grata,
Che se cavalli nobili allevasse.
Nulla del nostro mare isola in verdi
Piani si stende, onde allevar destrieri;
E men dell’altre ancora Itaca mia”.
Sorrise il forte ne’ conflitti Atride,
E la mano a Telemaco stringendo:
“Sei”, disse, “o figlio, di buon sangue, e a questa
Tua favella il dimostri. Ebbene, i doni
Ti cambierò: farlo poss’io. Di quanto
La mia reggia contien, ciò darti io voglio,
Che più mi sembra prezïoso e raro:
Grande urna effigïata, argento tutta,
Dai labbri in fuor, sovra cui l’oro splende,
Di Vulcano fattura. Io dall’egregio
Fèdimo, re di Sidone, un dì l’ebbi,
Quando il palagio suo me, che di Troia
Venìa, raccolse; e tu n’andrai con questa.
Così tra lor si ragionava. Intanto
Dell’Atride i ministri al suo palagio
Conducean pingui pecorelle, e vino
Di coraggio dator, mentre le loro
Consorti il capo di bei veli adorne
Candido pan recavano. In tal guisa
Si mettea qui l’alto convivio in punto.
Ma in altra parte, e alla magion davante
Del magnanimo Ulisse, i proci alteri
Dischi lanciavan per diletto, e dardi
Sul pavimento lavorato e terso,
Della baldanza lor solito campo.
Solo i due capi, che di forza e ardire
Tutti vinceano, il pari in volto ai numi
Eurimaco ed Antìnoo, erano assisi.
S’accostò loro, ed al secondo volse
Di Fronio il figlio, Noemòn, tai detti:
“Antinoo, il dì lice saper, che rieda
Telemaco da Pilo? Ei dipartissi,
Con la mia nave che or verrìami ad uopo,
Per tragittar nell’Elide, ove sei
Pasconmi e sei cavalle, ed altrettanti
Muli non domi, che lor dietro vanno,
E di cui, razza faticante, alcuno
Rimenar bramo e accostumarlo al giogo”.
Stupìano i prenci che ne’ suoi poderi
De’ montoni al custode, o a quel de’ verri
Trapassato il credeano, e non al saggio
Figliuol di Neleo nell’eccelsa Pilo.
“Quando si dipartì?” rispose il figlio
D’Eupìte, Antinoo. “E chi seguillo? Scelti
Giovani forse d’Itaca, o gli stessi
Suoi mercenari e schiavi? E osava tanto?
Schietto favella. Saper voglio ancora,
Se a mal cuor ti lasciasti il legno tôrre,
O a lui, che tel chiedea, di grado il desti”.
“Il diedi a lui, che mel chiedea, di grado”,
Noemón ripigliò. “Chi potea mai
Con sì nobil garzone e sì infelice
Stare in sul niego? Gioventù seguillo
Della miglior tra il popolo Itacese,
E condottier salìa la negra nave
Mentore, o un dio che ne vestìa l’aspetto.
E maraviglio io ben ch’ieri sull’alba
Mentore io scôrsi. Or come allor la negra
Nave salì, che veleggiava a Pilo?”
Disse, e del padre alla magion si rese.
Atterriti rimasero. Cessâro
Gli altri da’ giuochi, e s’adagiaro anch’essi,
E a tutti favellò d’Eupìte il figlio:
[Se gli gonfiava della furia il core
Di caligine cinto, e le pupille
Nella fronte gli ardean come due fiamme.]
“Grande per fermo e audace impresa è questo,
Cui già nessun di noi fede prestava,
Vïaggio di Telemaco! Un garzone,
Un fanciullo gittar nave nel mare,
Di tanti uomini ad onta, e aprire al vento
Con la più scelta gioventù le vele?
Né il male qui s’arresta: ma Giove
A Telemaco pria franga ogni possa,
Che una tal piaga dilatarsi io veggia.
Su, via, rapida nave e venti remi
A me, sì ch’io lo apposti, e al suo ritorno
Nel golfo, che divide Itaca e Same,
Colgalo; e il folle con suo danno impari
L’onde a stancar del genitore in traccia”.
Così Antinoo parlò. Lodi e conforti
Gli davan tutti: indi sorgeano, e il piede
Nell’alte stanze riponean d’Ulisse.
Ma de’ consigli che nutrìano in mente,
Penelope non fu gran tempo ignara.
Ne la feo dotta il banditor Medonte,
Che udìa di fuori la consulta iniqua,
E agli orecchi di lei pronto recolla.
Ella nol vide oltrepassar la soglia,
Che sì gli disse: “Araldo, onde tal fretta?
Ed a che i proci ti mandâro? Forse
Perché d’Ulisse le solerti ancelle
Dai lavori si levino, e l’usato
Convito apprestin loro? O fosse questo
De’ conviti l’estremo, e a me travaglio
Più non desser, né altrui! Tristi! che, tutto
Del prudente Telemaco il retaggio
Per disertar, vi radunate in folla.
E non udiste voi da’ vostri padri,
Mentr’eravate piccioletti e imberbi,
I modi che tenea con loro Ulisse,
Nessuno in opre molestando, o in detti,
Costume pur degli uomini scettrati,
Che odio portano agli uni, e agli altri amore?
Non offese alcun mai: quindi l’indegno
Vostro adoprar meglio si pare, e il merto
Che di tanti favor voi gli rendete”.
Ed il saggio Medonte: “Ai dèi piacesse
Che questo il peggior mal, reina, fosse!
Altro dai proci se ne cova in petto
Più grave assai, che Giove sperda: il caro
Figlio, che a Pilo sacra, e alla divina
Sparta si volse, per ritrar del padre,
Ucciderti di spada al suo ritorno”.
Penelope infelice, a tali accenti
Scioglier sentissi le ginocchia e il core.
Per lungo spazio la voce mancolle,
Gli occhi di pianto le s’empièr, distinta
Non poteale dai labbri uscir parola:
Rispose al fine: “Araldo, e perché il figlio
Da me staccossi? Qual cagion, qual forza
Sospingealo a salir le ratte navi,
Che destrieri del mar sono, e l’immensa
Varcano umidità? Brama egli dunque
Che né resti di sé nel mondo il nome?”
“Qual de’ due spinto”, il banditor riprese,
“L’abbia sul mare, a domandar del padre,
Se la propria sua voglia, o un qualche nume,
Reina, ignoro”. E sovra l’orme sue
Ritornò, così detto, il fido araldo.
Fiera del petto roditrice doglia
Penelope ingombrò; né, perché molti
Fossero i seggi, le bastava il core
Di posare in alcun; sedea sul nudo
Limitar della stanza, acuti lai
Mettendo; e quante la servìano ancelle,
Sì da canuta età, come di bionda,
Ululavano a lei d’intorno tutte.
Ed ella, forte lagrimando: “Amiche,
Uditemi”, dicea. “Tra quante donne
Nacquero e crebber meco, ambasce tali
Chi giammai tollerò? Prima un egregio
Sposo io perdei, d’invitto cor, fregiato
D’ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome
Per l’Ellada risuona, e tutta l’ Argo.
Poi le tempeste m’involaro il dolce
Mio parto, in fama non ancor salito,
E del vïaggio suo nulla io conobbi.
Sciaurate! eravi pur l’istante noto,
Ch’ei nella cava entrò rapida nave:
Né di voi fu, cui suggerisse il core
Di scuotermi dal sonno? Ov’io la fuga
Potuto avessi presentirne, certo
Da me, benché a fatica, ei non partìa,
O me lasciava nel palagio estinta.
Ma dei serventi alcun tosto mi chiami
L’antico Dolio, schiavo mio, che dato
Fummi dal genitor, quand’io qua venni,
Ed or le piante del giardin m’ha in cura.
Vo’ che a Laerte corra, e il tutto narri,
Sedendosi appo lui, se mai Laerte,
Di pianto aspersa la senil sua guancia,
Mostrar credesse al popolo, e lagnarsi
Di color che schiantar l’unico ramo
Di lui vorrìano, e del divino Ulisse”.
E la diletta qui balia Euriclèa:
“Sposa cara”, rispose, “o tu m’uccida,
O nelle stanze tue viva mi serbi,
Parlerò aperto. Il tutto io seppi, e al figlio
Le candide farine e il rosso vino
Consegnai: ma giurar col giuramento
Più sacro io gli dovei, che ove agli orecchi
Non ti giugnesse della sua partenza
Aura d’altronde, e tu men richiedessi,
Io tacerei, finché spuntasse in cielo
La dodicesim’aurora, onde col pianto
Da te non s’oltraggiasse il tuo bel corpo.
Su via, ti bagna, e bianca veste prendi,
E, con le ancelle tue nell’alto ascesa,
Priega Minerva che il figliuol ti guardi:
Né affligger più con imbasciate il veglio
Già per sé afflitto assai. No, tanto ai numi
Non è d’Arcesio la progenie in ira,
Che un germe viver non ne debba, a cui
Queste muraglie sorgano, e i remoti
Si ricuopran di messe allegri campi”.
Con queste voci le sopì nel petto
La doglia, e il pianto le arrestò sul ciglio
Ella bagnossi, bianca veste prese,
E, con le ancelle sue, nell’alto ascesa,
Pose il sacr’orzo nel canestro e il sale,
E a Palla supplicò. “M’ascolta”, disse,
“O dell’Egìoco Giove inclita figlia.
Se il mio consorte ne’ paterni tetti
Pingui d’agna o di bue cosce mai t’arse,
Oggi per me ten risovvenga: il figlio
Guardami, e sgombra dal palagio i proci,
Di cui, più ciascun dì monta l’orgoglio”.
Scoppiò in un grido dopo tai parole,
E l’Atenèa Minerva il priego accolse.
Tumulto fean sotto le oscure volte
Coloro intanto, e alcun dicea: “La molto
Vagheggiata Reina omai le nozze
Ci appresta, e ignora che al suo figlio morte
S’apparecchia da noi”. Tanto dal vero
Quelle superbe menti ivan lontane.
Ed Antinoo: “Sciaurati, il dire incauto,
Che potrìa dentro penetrar, frenate.
Ma che più badiam noi? Tacitamente
Quel che tutti approvar mettiamo in opra.
Ciò detto, venti scelse uomini egregi,
Ed al mare avvïossi. Il negro legno
Varâro, alzaro l’albero, assettaro
Gli abili remi in volgitoi di cuoio,
E le candide vele ai venti apriro.
Poi, recate arme dagli arditi servi,
Nell’alta onda fermâr la negra nave.
Quivi cenaro; e stavansi aspettando
Che più crescesse della notte il buio.
Ma la grama Penelope nell’alto
Giacea digiuna, non gustando cibo,
Bevanda non gustando; e a lei nel petto
Sul destin dubbio di sì cara prole
Fra la speme e il timor l’alma ondeggiava.
Qual de’ lattanti leoncin la madre,
Cui fan corona insidïosa intorno
I cacciatori, che a temere impara,
E in diversi pensier l’alma divide:
Tal fra sè rivolvea cose diverse,
Finché la invase un dolce sonno. Stesa
Sul letto, e tutte le giunture sciolta,
La donna inconsolabile dormìa.
Allor la dea dall’azzurrino sguardo
Nuova cosa pensò. Compose un lieve
Fantasma, che sembrava in tutto Iftima,
D’Icario un’altra figlia, a cui legato
S’era con nodi maritali Eumelo,
Che in Fere di Tessaglia avea soggiorno.
Questa Iftima invïò d’Ulisse al tetto,
Che alla Reina tranquillasse il core,
E i sospiri da lei bandisse e il pianto.
Pel varco angusto del fedel serrame
Entrò il fantasma, e, standole sul capo:
“Riposi tu, Penelope”, dicea,
“Nel tuo cordoglio? Gl’immortali dèi
Lagrimosa non voglionti, nè trista.
Riederà il figliuol tuo, perché de’ numi
L’ira col suo fallir mai non incorse”.
E la Reina, che dormìa de’ sogni
Soavissimamente in su le porte:
“Sorella, a che venistu? io mai da prima
Non ti vedea, così da lunge alberghi;
E or vuoi ch’io vinca quel martìr che in cento
Guise mi stringe l’alma, io, che un consorte
Perdei sì buon, di sì gran core, ornato
D’ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome
Per l’Ellada risuona e l’Argo tutta!
S’arroge a questo, che il diletto figlio
Partì su ratta nave, un giovinetto
Delle fatiche e dell’usanze ignaro.
Più ancor per lui, che per Ulisse, io piango
E temo nol sorprenda o tra le genti
Straniere, o in mare, alcun sinistro: tanti
Nemici ha che l’insidiano, e di vita
Prima il desìan levar, ch’egli a me torni”.
Ratto riprese il simulacro oscuro:
“Scaccia da te questi ribrezzi, e spera.
Compagna il segue di cotanta possa,
Che ognun per sé la bramerìa: Minerva,
Cui pietà di te punse e di cui fida,
Per tuo conforto ambasciatrice io venni”.
E la saggia Penelope a rincontro:
“Poiché una dea sei dunque, o almeno udisti
La voce d’una dea, parlarmi ancora
Di quell’altro infelice or non potrai?
Vive? rimira in qualche parte il Sole?
O ne’ bassi calò regni di Pluto?”
Ratto riprese il simulacro oscuro:
“S’ei viva, o no, non t’aspettar ch’io narri.
Spender non piace a me gli accenti indarno”.
Disse; e pel varco, ond’era entrata, uscendo
Si mescolò co’ venti e dileguossi.
Ma la reina si destò in quel punto,
Ed il cor si sentì d’un’improvvisa
Brillar letizia, che lasciolle il sogno,
Che sì chiaro le apparve innanzi l’alba.
I proci l’onde già fendeano, estrema
Macchinando a Telemaco ruina.
Siede tra la pietrosa Itaca e Same
Un’isola in quel mar, che Asteri è detta,
Pur dirupata, né già troppo grande,
Ma con sicuri porti, in cui le navi
D’ambo i lati entrar ponno. Ivi in agguato
Telemaco attendean gl’iniqui Achei.

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