Feria d’agosto

Poesia di Gabriele d’Annunzio
Tratta da “l’Alcyone”

Espero sgorga, e tremola sul lento
vapor che fuma dalla Val di Magra.
Un vertice laggiù, nel cielo spento
ultimo flagra.

Emulo della stella e della vetta,
arde il Faro nell’isola di Tino.
Dóppiano il Capo Corvo una goletta
e un brigantino.

Or sì or no la ragia con la cuora
si mescola nel vento diforàno.
Dell’agrore salmastro s’insapora
l’odor silvano.

Albica il mar, di cristalline strisce
varia, su i liti ansare odesi appena.
Ed ecco, il promontorio s’addolcisce
come l’arena.

Ogni cosa più gran dolcezza impetra.
Tutto avvolve l’immensa pace urania.
Fin, nell’aere tenue, si spetra
la cruda Pania.

O fanciullo, inghirlanda l’architrave;
salda la cera ai tuoi calami arguti;
rinfondi nella lampada il soave
olio di Buti.

Fa grido e aduna i tuoi compagni auleti,
che rechino le fístole sonore
composte con le canne dei canneti
di Camaiore.

Sette di pino belle faci olenti
e sette di ginepro irsuto appresta,
a rischiarare gli ospiti vegnenti
per la foresta.

Fresche delizie avranno elli da scerre
bene accordate su la stoia monda:
l’uva sugosa delle Cinque Terre
e nera e bionda,

l’uva con i suoi pampani e i suoi tralci,
le pèsche e i fichi su la chiara stoia,
e le ulive dolcissime di Calci
in salamoia.

Infra l’ombrína e il dèntice la triglia
grassa di scoglio veggan rosseggiare,
e il vino di Vernazza e di Corniglia
nelle inguistare.

Anche avremo di miele e di friscello
la focaccia che fu grata a Priapo,
e ghirlanda di cúnzia e d’alberello
per ogni capo.

O fanciulli, e per voi saremo lauti.
Io farò sì che ognun di voi ricordi
la mia feria d’agosto, ma se i flauti
non sien discordi.

Accendete le faci, e andiam nel bosco
a rischiarare l’ospite che viene.
Odo tinnire un riso ch’io conosco,
ch’io mi so bene.

E’ di quella che fústiga i miei spirti,
d’una che acerba ride e dolce parla.
Accendete le faci e andiam tra i mirti
ad incontrarla.

Non vi stupite già che la crocòta
sia guisa d’oggidì tra Serchio e Magra.
Quest’ospite è d’origine beota,
vien di Tanagra.

Ma ben la grazia onde succinge il giallo
bisso e i sandali scopre è maraviglia
(porta anelli d’elettro e di cristallo
alla caviglia)

mentre il suo capo sottilmente ordito
piega, ove ferma un lungo ago l’intreccio,
fulvo come i ginepri che sul lito
morde il libeccio.

Rugge e odora il ginepro nella teda.
Or configgete in terra acceso il fusto.
Flauti silvestri, e il nume vi conceda
il tono giusto.

Fanciulli, attenti! Fate un bel concerto.
Pan vi guardi da nota roca o agra.
Quest’ospite che v’ode ha orecchio esperto;
vien di Tanagra.

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