Il figlio del Corsaro Rosso

Tratto da “Il figlio del Corsaro Rosso” di Emilio Salgari
Cap. 11 “L’agguato di “El Valiente”

I ventisette campanili di Panama suonavano l’Ave-Maria, quando il conte di Ventimiglia, seguito dai suoi tre spadaccini, si presentò al palazzo di don Juan de Sasebo, Consigliere dell’Udienza Reale.
Dire che il corsaro fosse tranquillo sarebbe una bugia. Si sarebbe detto che per istinto presentiva un agguato.
Risoluto però a conoscere sua sorella, la nipote del Gran Cacico del Darien e, sicuro d’aver dietro di sé tre famose spade, capaci di caricare, senza paura, anche un’intera cinquantina di alabardieri, non aveva esitato a recarsi al pericoloso appuntamento.
Prima di entrare nel palazzo del Consigliere, si era fermato per interrogare Mendoza.
– Al mio posto, – gli chiese, – che cosa faresti tu?
– Io non metterei i piedi là dentro, – rispose il vecchio marinaio.
– E se quel Consigliere fosse un galantuomo?
Uhm! – fece il guascone. – Io temo, signor conte, che vi sia sotto questo affare un agguato.
– Abbiamo le nostre spade, – rispose il signor di Ventimiglia. Entriamo.
I due negri che guardavano il portone, armati di alabarde, lasciarono loro libero il passo, dopo d’aver chiamato una specie di maggiordomo che vegliava alla base dello scalone.
Il conte ed i suoi spadaccini furono subito introdotti nel gabinetto da lavoro del Consigliere.
Don Juan de Sascho stava seduto dietro il suo enorme scrittoio, fingendo di osservare delle pergamene.
– Ah!… Siete voi, signore? disse, alzando il capo e fissando sul conte uno sguardo acutissimo. Avete presa adunque la vostra decisione?
– Sí, signor Consigliere, – rispose il corsaro.
– Accettate di tentare la liberazione del marchese di Montelimar?
– Quando vorrete, io partirò, ad una condizione però.
– Quale.
– Oggi da alcuni miei amici io ho avuto l’assicurazione che la nipote del Gran Cacico del Darien è sempre in Panama.
– Continuate.
– Io non partirò, se prima non l’avrò veduta.
– Perché v’interessa tanto quella fanciulla?
– Ho da dirle qualche cosa da parte del marchese.
– Voi non mi avevate detto ciò ieri sera. Non vi avrei risposto evasivamente.
– Dunque, è vero che la fanciulla è qui?
– Non ve lo nego piú, – rispose il Consigliere.
– Potrò dunque, prima d’imbarcarmi, vederla?
– Non ho alcuna difficoltà; però, avendo quella giovane, non so per quale motivo, numerosi nemici i quali hanno già tentato piú d’una volta di rapirla, voi dovrete usare le piú grandi precauzioni. Io l’ho fatta nascondere in una casetta isolata che si trova presso la Punta Blanca. Non concederò quindi il permesso di andarla a vedere che a voi solo.
– I miei compagni sono fidati e segreti, signore.
– Io non mi fiderò che di voi solo, – rispose il Consigliere, con voce ferma. – Vi darò una guida, un uomo dabbene e saldo di pugno, il quale veglierà su di voi.
– E questi uomini?
– Andranno intanto a preparare la scialuppa. Ne avete arruolati altri?
– No, signore, – rispose il Corsaro. – Ho pensato che è meglio essere in pochi e risoluti, piuttosto che in molti, per una simile impresa. I filibustieri vegliano ed una grossa barca non potrebbe passare inosservata.
– Avete ragione ed apprezzo assai la vostra prudenza. Quando partirete?
– Possibilmente alla mezzanotte.
– Avete noleggiata la scialuppa?
– Non ancora.
– Presso la lanterna di Granata vi è un uomo che ne possiede molte. Con qualche decina di piastre, appoggiate dal mio nome, vi darà quella che crederete la migliore per la vostra impresa. I vostri uomini potranno aspettarvi là!
Il conte si volse verso Mendoza:
– Tu conosci quella località!
– Sí, signore, – rispose il basco.
– Vi raggiungerò il piú presto possibile.
Il Consigliere aveva levato da un cassetto una grossa borsa e l’aveva deposta sullo scrittoio, dicendo:
– Vi anticipo quaranta dobloni per le prime spese. Gli altri li avrete quando avrete liberato il marchese.
Il guascone fu lesto ad impadronirsi del piccolo tesoro.
– Ora andate voi ad aspettare il vostro capo, – disse il Consigliere.
– State in guardia, signor conte, – sussurrò il guascone al corsaro. Il signor di Ventimiglia alzò leggermente le spalle, dicendo a voce alta.
– Mi avete capito: al faro di Granata ai dodici tocchi. Che la scialuppa sia pronta.
I tre avventurieri, un po’ rassicurati per la tranquillità del conte, uscirono, accompagnati da un servo il quale pareva che li aspettasse nella stanza attigua.
Il Consigliere attese che il rumore dei passi fosse cessato, fingendo di osservare le sue pergamene, poi suonò un campanello.
Un altro servo entrò.
– Dite al mio scudiere che venga subito e che non dimentichi di armarsi.
Un mezzo minuto dopo El Valiente faceva la sua entrata, salutando come al solito, in una maniera assai goffa.
– Emanuel, – disse il Consigliere indicandogli il conte, – condurrai questo signore alla mia casetta della Punta Blanca e lo lascierai parlare colla señorita. Veglia su di lui.
– Sí, Eccellenza, – rispose il bandito, il quale osservava di traverso il conte.
La tua testa risponderà della vita di questo signore.
– Saprò difenderla, Eccellenza.
– Signore, potete andare, – disse il Consigliere al conte. Vi auguro di riuscire nella vostra audace impresa e di rivedervi presto, insieme al marchese di Montelimar.
– Fra tre o quattro giorni, spero di essere di ritorno con lui, rispose il signor di Ventimiglia.
Salutò ed usci, seguito dal Valiente, il quale aveva strizzato l’occhio al Consigliere come per dirgli:
– Quest’uomo è spacciato.
Scesero lo scalone ed attraversarono l’ampia piazza, avviandosi poscia verso la marina.
Nessuno dei due parlava e parevano entrambi assai preoccupati, nondimeno il conte non sembrava che avesse qualche timore per quel preteso scudiere del Consigliere. Giunti nei sobborghi, i quali si estendevano tutto intorno alla baia, il signor di Ventimiglia chiese al bandito.
– Avremo da camminare molto ancora?
– Si vede che siete poco pratico di Panama, signore.
– Sono sbarcato pochi giorni fa.
– Ah! Siete un uomo di mare.
– Avete indovinato.
– Che cosa fanno dunque quei cani di filibustieri?
– Non lo so.
– Si dice che preparino un colpo di mano sulla città!
– Può darsi.
– Siete poco loquace, signore.
– La gente di mare parla poco.
– Ed anche un po’ diffidente verso di me.
– Io!
– Mi pareva.
– Niente affatto.
Continuarono a camminare attraverso le viuzze oscure e tortuose dell’ultimo sobborgo e giunsero sulla spiaggia di ponente, una spiaggia sabbiosa, aperta ai venti ed alle onde e che serviva per la demolizione delle vecchie caravelle ormai impotenti a tenere il mare.
– Ma dov’è questa casa? – chiese il conte, dopo aver costeggiato per qualche po’ le dune di sabbia contro le quali s’infrangevano, rumoreggiando cupamente, le onde del Pacifico. – Io qui non vedo che degli scafi semi-demoliti.
– È piú innanzi, – rispose il bandito. – Dubitereste di me, signore?
– Vi ho detto di no, quantunque voi mi abbiate condotto in un luogo assolutamente deserto e adatto per le imboscate.
– Corpo d’una bombarda! – gridò il bandito. – Vorreste offendermi? Badate che quantunque oggi non sia che un semplice scudiero, ho nelle mie vene sangue di gentiluomini.
– Ciò non m’interessa affatto, – rispose il conte.
– Come non v’interessa? – gridò il brigante, fermandosi di fronte ad un’alta duna, colla sinistra posata sull’impugnatura della spada. – Voi cercate una lite con me, a quanto mi pare?
– O siete voi invece che la preparate? – chiese il Corsaro, facendo atto di snudare pure la sua spada.
– Corpo d’un trombone, diventate troppo insolente, signor mio!
– Prendetevela come volete, a me non importa, signor bandito.
– A me, bandito!
– Sí, perché voi mi avete attirato qui, non già per condurmi alla casa abitata da quella giovane meticcia, bensí per assassinarmi. Quanto vi ha pagato don Juan de Sasebo?
– Ve lo dirò, quando vi avrò passata la mia spada attraverso il corpo.
– Siete ben sicuro di riuscirvi? – chiese il conte con calma.
– Nessuno ha mai tenuto testa a El Valiente.
– È il vostro nome di battaglia?
– Sí, signor mio.
– Allora ti farò vedere una cosa strabiliante.
– Quale?
– Di vedere El Valiente a piegare le ginocchia dinanzi a me e domandarmi grazia.
Il bandito proruppe in una risata fragorosa, mentre il conte, che cominciava ad impazientirsi e che temeva di veder accorrere altri spadaccini in aiuto del brigante, sfoderava la spada.
– Corpo d’una bombarda, siete coraggioso, signor mio. Un altro che si trovasse dinanzi al Valiente, getterebbe subito la spada e consegnerebbe anche la borsa.
– Io non ho mai avuto queste pessime abitudini, – rispose il signor di Ventimiglia. – Orsú finiamola, buffone. Ti darò la lezione che tu meriti.
Il bandito si tolse il sèrapè infioccato, uno nuovissimo che doveva aver comperato coi denari del Consigliere e se lo gettò sul braccio sinistro, per essere piú libero nelle mosse, spiccò due salti verso la duna per non esporsi al pericolo di dover indietreggiare verso il mare e cadervi dentro, poi trasse la sua spada, dicendo:
– Mi basterà un colpo per spacciarvi.
– Qualche botta segreta!
– La piú famosa di tutti.
– È inutile, brigante, che tu cerchi di spaventarmi. Di botte segrete me ne intendo anch’io.
– La mia non potete conoscerla.
– Basta, chiacchierone: veniamo ai fatti.
Il conte si era messo rapidamente in guardia ed aveva fatto un passo innanzi, facendo qualche finta. Prima di assalire decisamente, voleva accertarsi della forza dell’avversario.
Sapendolo forte spadaccino, non dovevano avergli mandato un mediocre tiratore.
Il Valiente infatti parò senza scomporsi.
– Si vede che sei forte, – disse il conte.
– Questo non è ancora nulla, – rispose il bandito. – Vedrete il seguito. Vorrei darvi un consiglio perché non vi tocchi di fare partenza per l’altro mondo come un mussulmano.
– Vorresti dire?
– Che io al vostro posto, per non perdere tempo, approfitterei di questi pochi minuti per recitare qualche Ave Maria.
– Comincia tu, intanto, – rispose il conte, il quale incalzava vivamente.
– Non ne ho bisogno.
– Te ne pentirai presto.
– Che voi siate molto duro da smontare questo è vero, mio signore, – disse il bandito, il quale continuava ad indietreggiare, avvicinandosi alla duna. – Tuttavia spero di riuscirvi quando il vostro braccio darà qualche segno di stanchezza.
– Allora dovrai aspettare qualche ora.
– Ah! Corpo…
Il conte gli aveva portato una stoccata proprio in mezzo al petto, facendogli uno strappo sulla giacca. Il bandito si era salvato per miracolo, parando di terza e facendo un salto indietro.
– Ecco una botta magnifica e che non mi aspettavo, – disse il bandito. – Non vale però quella delle cento pistole. Chi può avervela insegnata?
– Un famoso maestro italiano.
– Sono formidabili spadaccini gli italiani. Oh li conosco io!
– Allora para questa.
Il conte pareva che avesse ormai completamente dimenticato il pericolo che poteva minacciarlo e che cominciasse a divertirsi assai di quella terribile partita.
Aveva data un’altra stoccata che Il Valiente era pure riuscito a parare appena a tempo.
– Corpo d’una bombarda, – borbottò. – La faccenda non cammina come credevo. Quest’uomo è piú solido di quanto supponevo. Stiamo in guardia.
Il conte tornava alla carica, impaziente di stancarlo, prima di tentare qualche colpo decisivo. Il bandito però gli sfuggiva sempre, indietreggiando verso la duna.
– Tu mi scappi, – disse il corsaro, incollerito. – Mostrami la tua valentia, restando sul posto.
Il Valiente non rispose. Pareva che colla mano sinistra tesa all’indietro cercasse qualche cosa.
Per alcuni istanti ancora fu un continuo grandinare di colpi, poi il bandito fece un ultimo salto indietro che lo portò addosso alla duna.
– Ora non mi scapperai piú! – gridò il conte. – Recita l’Ave Maria.
– Eccola, – rispose il bandito.
Si era voltato con una mossa fulminea e raccolta una grossa manata di sabbia l’aveva lanciata contro il viso del Corsaro, tentando di acceccarlo.
– Bandito! – urlò il conte, il quale, accortosi dell’intenzione del miserabile, si era riparati gli occhi col suo ampio feltro. – Non avrò alcuna misericordia di te!
Attaccava nuovamente.
Il Valiente ancora una volta sfuggí all’urto, saltando di fianco, poi si abbassò tutto, raggomitolandosi quasi su se stesso.
– Il colpo delle cento pistole, – disse il conte, mettendosi in guardia di seconda. – Lo conosco, miserabile, e non sarà la tua spada che mi passerà il petto.
Il brigante mandò un vero ruggito.
– Eppure bisogna che vi uccida, – disse poi, con voce rauca. – Io l’ho promesso a don Juan de Sasebo ed al marchese di Montelimar. Se mancassi all’impresa sarebbero capaci di farmi appiccare.
– Il marchese di Montelimar! – gridò il conte. – Tu l’hai veduto?
– Come vedo voi ora.
– Dove?
– Dal Consigliere.
– Tu menti!
– Sarò un furfante, ma non un mentitore. Il marchese è qui, perché è scappato da Taroga. Badate!
A sua volta si era slanciato furiosamente, vibrando quattro stoccate, una dietro l’altra. Stava per tirarne una quinta, quando cadde, mandando un grido.
La spada del conte l’aveva colpito alla gola, affondandovi dentro per parecchi centimetri. Rimase un momento quasi diritto, colle braccia aperte, poi ruzzolò pesantemente fra le sabbie, mormorando:
– Sono finito.
Il conte aveva ritirata prontamente la spada.
– L’hai voluto, – gli disse.
– Sono… morto… – barbugliò il miserabile. – Alzatemi… la testa… il sangue… mi soffoca… ve ne prego…
Il conte si curvò sul moribondo per alleviargli le sofferenze, quando si sentí afferrare per una mano strettamente e colpire. Il bandito aveva estratto la misericordia ed aveva vibrato un colpo in direzione del cuore, squarciando la casacca del conte e anche le carni.
– Sono… vendicato, – disse con un soffìo di voce.
– Canaglia! – aveva gridato il conte, sentendosi bagnare una mano da alcune goccie di sangue. Riafferrò la spada e la immerse nel petto dell’assassino per ben due volte.
Erano stoccate inutili, poiché Il Valiente era ormai morto.
– Traditore! – mormorò il conte. – Marchese di Montelimar e anche voi, don Juan de Sasebo, me la pagherete.
Si aprí il giustacuore, lacerò la camicia e si guardò la ferita. Brillando splendidissima la luna, poteva giudicare, anche senza torcia, il colpo vibratogli dal brigante.
– Bah! – disse. – Non mi pare che sia cosa grave. Cerchiamo di raggiungere i miei spadaccini, se anche essi non sono stati assaliti. So dove si trova la lanterna: vedremo se si troveranno là.
Si mise sulla ferita il fazzoletto per arrestare il sangue, si riabbottonò strettamente il giustacuore, armò le pistole che portava nascoste sotto la fascia e, dopo essersi orizzontato, si mise a seguire l’alta duna, senza nemmeno degnare d’uno sguardo il bandito.
La notte era magnifica. L’oceano scintillava, riflettendo i raggi dolcissimi dell’astro notturno; la risacca muggiva e rimuggiva, senza produrre troppo fracasso e dal largo soffiava una brezza fresca e vivificante.
Il Corsaro, temendo che il bandito avesse dei compagni nascosti fra le dune, affrettava il passo, tenendo la spada sguainata, per essere piú pronto a respingere un qualche improvviso attacco. La lanterna di Granata, destinata ad indicare ai naviganti l’entrata del porto verso la scogliera di ponente, scintillava vivamente, quindi il corsaro non poteva ingannarsi sulla direzione da tenere.
Lo inquietava però profondamente il dubbio che anche i suoi spadaccini fossero stati assaliti da qualche banda di masnadieri.
Camminò per circa mezz’ora, seguendo le dune e giunse finalmente nei dintorni dell’altissima costruzione che rassomigliava ad una torre, sulla cui cima brillava la grossa lanterna.
Vide subito tre ombre ritte sulla spiaggia, occupate, a quanto pareva, a raccoglier frutta di mare.
Alzò la voce:
– Mendoza!
Un triplice grido rispose:
– Il signor conte!
I tre spadaccini balzarono lestamente sopra le dune e lo raggiunsero.
– Non siete stati assaliti? – chiese il conte, con stupore.
– No, signore, – rispose il guascone.
– Mi pare impossibile!
– Eppure non abbiamo fatto altro che divorare ostriche; senza essere disturbati. L’avete trovata vostra sorella?
– Sí, sotto forma d’un colpo di misericordia che per poco non mi spaccava il cuore. Guardate!
Si aprí il giustacuore e mostrò loro il fazzoletto bagnato di sangue.
– Per la mia morte! – gridò il guascone. – Me l’ero immaginato che vi avrebbero teso un agguato.
– Signor conte, – disse Mendoza, con voce commossa. È grave la ferita?
– Non mi pare.
– È necessario medicarvi subito, – disse il guascone.
– La fonda è troppo lontana, – disse il fiammingo.
– V’è la lanterna, – rispose il guascone. – Andiamo a chiedere ospitalità al guardiano. Se rifiuterà lo getterò giú dalla torre. Venite, don Ercole.
Mentre Mendoza si strappava una manica della camicia, per arrestare al conte il sangue, il quale non cessava di sgorgare, i due avventurieri si slanciarono verso la porta della lanterna, picchiando fragorosamente coi pomi delle loro spade.
Una vociaccia rauca venne dall’alto.
– Chi siete e che cosa volete?
– Aprite subito, – rispose il guascone. – Abbiamo raccolto un naufrago e pare che stia per morire.
– Portatelo a Panama. Qui non vi sono medici.
– Farò io da medico. Aprite subito o getteremo giú la porta.
– Aspettate un momento.
Mezzo minuto dopo il fanalista comparve, tenendo in mano una torcia. Era un vecchio marinaio dalla lunga barba bianca, ancora molto robusto, col volto quasi annerito dai venti del mare e dai grandi calori equatoriali.- Che cosa volete dunque, voi? – chiese con voce brusca.
– Il vostro letto, – rispose il guascone.
– Ed io?
– Andrete a dormire a casa del diavolo, D’altronde noi vi pagheremo largamente.
La fronte rugosa del fanalista si spianò, udendo parlare di compensi.
In quel momento giunse il conte, il quale s’appoggiava al braccio di Mendoza.
– Dov’è questo naufrago? – chiese il guardiano del faro.
– Eccolo, – rispose il guascone indicandogli il conte.
– Ma le sue vesti sono piú asciutte delle mie!
– Sotto sono però bagnate di sangue.
– Si tratta d’un ferito, allora.
– Basta, fate lume e guidateci nella vostra stanza.
Il guardiano salí la scaletta, brontolando e si fermò al secondo piano del faro, introducendoli in una stanzetta la quale non conteneva che un letto ed un paio di cassettoni sgangherati.
– Lasciate questa torcia e tornate alla vostra lanterna, – disse il guascone. – Se avremo bisogno di voi vi chiameremo, e voi, don Ercole, andate a tenergli compagnia. Pel momento la vostra spada non è necessaria.
Mendoza ed il guascone tolsero al conte la giubba, il giustacuore e la camicia e osservarono attentamente la ferita.
In quell’epoca cosí ricca di guerre, tutti gli spadaccini erano un po’ medici e sapevano fare delle fasciature e curare benissimo delle stoccate.
Con un solo sguardo il basco ed il guascone s’avvidero che la lama della misericordia non aveva prodotto gran che di male. La punta però aveva tagliate le carni per una lunghezza di cinque o sei centimetri ed in prossimità del cuore.
Il bandito aveva tirato giusto il suo colpo: se la sua mano fosse stata piú ferma avrebbe spacciato il conte.
– Niente di grave, è vero, amico? – chiese il signor di Ventimiglia. Molto sangue e nient’altro.
vero, signore, – rispose Mendoza. – È stato un colpo di pugnale.
– Sí, datomi quando l’assassino era stato toccato.
– Chi credete che abbia ordito l’agguato?
– Il marchese di Montelimar, d’accordo col Consigliere.
– Ma se il marchese è a Taroga? – disse il guascone.
– Vi era, volete dire, perché ora si trova qui.
– Tonnerre!
– È scappato!
– Chi ve lo ha detto?
– L’assassino, prima di morire.
Che vi abbia ingannato? – chiese Mendoza, il quale fasciava intanto la ferita con un pezzo di lenzuolo trovato in un cassettone.
– Non credo. D’altronde non aveva alcun motivo di tenermelo nascosto o d’ingannarmi.
Allora bisogna riprenderlo, – disse don Barrejo.
Senza di lui non potrò mai sapere dove quei dannati hanno nascosta mia sorella. E lui od il Consigliere devono cadere nelle nostre mani. Essi hanno preparato un agguato a me, e noi ne prepareremo uno a loro.
– Noi siamo sempre pronti, è vero, Mendoza? – disse il guascone.
– Anche a dar fuoco a Panama, – rispose il basco, il quale aveva terminata la fasciatura.
– Dovremo però agire colla massima cautela, – disse il conte. – Domani, giacché la mia ferita non presenta alcun pericolo, torneremo alla fonda della Castigliana e studieremo sul da farsi. Conto specialmente su di voi, don Barrejo, che possedete una fantasia cosi ricca di trovate.
– Mi occuperò di questo affare, signor conte.
– Intanto occupiamoci di un altro piú pressante, – disse in quel momento il fiammingo, entrando.
– Che cosa c’è dunque d’urgente? – chiese il conte.
– Mi dispiace darvi una brutta nuova, signore, – rispose il fiammingo.
– È caduto giú dal faro il guardiano? – chiese il guascone.
– S’avanza un grosso gruppo di soldati attraverso alle dune.
– Tonnerre! – esclamò don Barrejo.
– Vengono a prendere voi, – disse il conte, – Mi pareva impossibile che il marchese ed il Consigliere vi lasciassero tranquilli. A me lo spadaccino ed a voi le guardie.
– Scappiamo, – disse Mendoza.
– Non potremo, – rispose don Ercole. – Il drappello si è diviso e s’avanza da due opposte direzioni, per prenderci in mezzo.
– E poi il signor conte è debole e non potrebbe resistere ad una lunga corsa, – aggiunse il guascone. – Io però ho un’idea. Don Ercole, sono ancora lontani?
– Un migliaio di passi e mi è parso che non abbiano molta fretta da avanzarsi.
– Perdinci!… Che occhi che hanno i fiamminghi! – esclamò don Barrejo. – Vincono quelli dei guasconi.
– Fuori la vostra idea, don Barrejo, – disse il conte. – Non abbiamo tempo da perdere.
– Voi, Mendoza, andate a vedere se la porta del pianterreno è ben chiusa; voi, signor conte, rimanete pure qui, anzi fareste bene a coricarvi un po’, e voi, don Ercole, venite sulla lanterna. Io rispondo di tutto.
Uscirono e salirono rapidamente la scaletta esterna che girava in forma di spirale intorno alla torre, giungendo ben presto sotto la cupoletta dove brillava una grossissima lanterna con vetri.
Il fanalista stava seduto in un angolo della terrazza, occupato a fumare la sua grossa pipa.
– Dove sono? – chiese il guascone a don Ercole.
– Eccolo laggiú, il primo drappello.
Il guascone guardò nella direzione indicata e vide infatti, a circa ottocento passi dal faro, avanzarsi una minuscola colonna, composta da non meno di due dozzine d’uomini.
Seguiva la spiaggia lungo le dune.
Brillando sempre la luna, non era possibile ingannarsi, poiché le corazze, gli elmetti, gli archibugi e le alabarde scintillavano vivamente.
– Segue le dune di settentrione.
– Vogliono proprio prenderci in mezzo. Ah!… La vedremo. Quando si è un po’ furbi, si può sempre sfuggire ai pericoli.
Armò una pistola, si levò da una tasca una manata di piastre e s’avvicinò al guardiano, il quale, tutto immerso nel gustare il suo tabacco, non si era nemmeno degnato di voltarsi, pur avendoli uditi a salire.
– Vecchio mio, scegli, gli disse il guascone, mostrandogli l’arma da fuoco ed il denaro. Vuoi piombo o argento?…
– Che cosa volete? – chiese il guardiano, balzando in piedi e lasciando cadere la pipa. – Assassinarmi forse?
– Niente affatto, anzi vi offro un buon gruzzolo di piastre, però voi dovete ubbidirmi senza perdere un solo istante. Se rifiutate, allora non rispondo della vostra vita.
– Dite, – rispose il vecchio, spaventato.
– Innanzi tutto spogliatevi del vostro vestito bigio, che mi è assolutamente necessario.
– E poi?
– Lasciatevi legare sotto il vostro letto.
– Volete portar via o guastare la lanterna?
– Non sapremmo che cosa farne di questo grosso fanale. Sbrigatevi, o invece delle piastre vi caccio una palla nel cervello.
– Scelgo le piastre, – disse il guardiano, dopo una breve esitazione. – D’altronde una resistenza da parte mia sarebbe impossibile.
– Voi siete un uomo ragionevole, – rispose il guascone. – Ecco le piastre e giú il vestito.
Il fanalaio, che ci teneva piú all’argento che al piombo, fu lesto a obbedire.
Il guascone infilò i calzoni, indossò la grossa casacca di panno bigio con bottoni di metallo giallo, e si mise in testa il berrettone di tela cerata.
– Somiglio ad un fanalista? – chiese a don Ercole, il quale stava legando ed imbavagliando il disgraziato sorvegliante.
– Potreste lasciare la spada per la lanterna, – rispose il fiammingo, sorridendo.
– Quando sarò vecchio, amico. Ora conducete, o, se vi piace meglio, portate quest’uomo nella camera del conte e cacciatelo sotto il letto.
– Preferisco portarlo.
– Ed ora a noi, signori soldati, – mormorò il guascone, quando fu solo.
Raccolse la pipa del sorvegliante la quale fumava ancora e si sedette su un gradino della scala esterna, mettendosi a sua volta in osservazione.

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