Il mio Capo Horn

Articolo di Marco Albino Ferrari
Fonte: www.meridiani.net

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Sapevo che l’Isla de Hornos è l’estrema terra meridionale di un arcipelago disabitato che conta circa tremila isole e che è grossa come la nostra Elba. Sapevo anche che altissime falesie la difendono dai marosi, e che in cima si spalanca un vasto altopiano calvo e acquitrinoso dove gli alberi non riescono a crescere per la furia del vento in arrivo dal Continente Antartico. E mi sembra incredibile che in un posto così inospitale, dove nessun uomo poteva mai lontanamente desiderare di venire a vivere, ci fossero spiagge su cui il governo cileno aveva deciso di allestire campi minati. Jean mi aveva raccontato che mine antiuomo, cavalli di Frisia e filo spinato erano stati piazzati lì, nel cuore del nulla, per sancire in modo indiscutibile di chi fosse la sovranità territoriale dell’isola. E per lo stesso motivo manteneva un solitario militare a guardia del faro. Con la moglie e il figlioletto, che non poteva uscire dalla piccola casa per non essere portato via dal vento, era l’unico abitante di quel fazzoletto di terra. Viveva sulla cima dei faraglioni per un anno a controllare i venti e a seguire i rari passaggi di velisti e navi davanti al suo quasi privato Cabo de Hornos, finché una nuova famiglia sarebbe arrivata a occupare quella postazione per altri dodici mesi.
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