Il mistero del faro delle anime perdute

Racconto di Davide Riccio
Fonte: www.liberalia.it

Il giornalista e fotografo Harold Davies, il geologo e sismologo Bertrand De Vere, l’oceanografo e geofisico marino Marius Munro, Dan (Daniel) Menzies, esperto meteorologo e geofisico ambientale e un ex guardiano del faro, il veterano Bruce Reaney, formavano il personale scientifico e divulgativo di ricerca della spedizione denominata “Eilean No More”. Era un gioco di parole. Eilean More infatti era un’isola in pieno Oceano Atlantico, a molti chilometri dalle Ebridi, e faceva parte di un gruppo di sette isole chiamate Flannan od anche i “7 Cacciatori”. La più a nord di tutte era appunto “Eilean More” (in scozzese “Grande Isola”), inospitale e desolata rocca.

Ed era impressionante: vista dall’alto sembrava una gigantesca mostruosa mano rocciosa che emerge, con due falangi delle dita e gli immani artigli ancora immersi nel mare, ma pronti a scattare e ghermire senza scampo. Sulla sommità del suo vetusto dorso, un pianoro; nel mezzo, un vecchio faro. Eilean More nascondeva ancora uno dei più grandi misteri del mare che la spedizione “Eilean No More” (in inglese “no more” significava “non più”) era intenzionata una volta per sempre a chiarire. Ecco dunque spiegato il nome della spedizione; qualcosa come a dire: Non più il segreto dell’isola Eilean More”. Finezze della lingua inglese dagli infiniti possibili e intraducibili “puns”. Per chi non conoscesse il mistero del faro dell’isola di Flannan, noto anche come il “mistero del faro delle anime perdute”, cercherò di raccontarlo in breve. Da sempre le Flannan, così battezzate dal vescovo omonimo che nel diciassettesimo secolo vi aveva fatto erigere una cappella, proprio su Eilean Moore, unica umana testimonianza, erano rimaste inabitabili e inabitate. Su alcune di esse, ma non sulla deserta Eilean More, i pastori delle Ebridi vi trasferivano per alcuni periodi le loro greggi di pecore e lì ve le lasciavano, a brucarsi tranquillamente quei verdissimi pascoli, senza neanche lontanamente sognarsi di restarvi la notte, quando invece se ne tornavano in barca sulle loro isole. Si credeva che quei luoghi fossero infestati dalla little folk, dagli spiriti del Piccolo Popolo. Verso la fine dell’800 le rotte commerciali delle navi inglesi si estesero anche da quelle parti. Ma erano tratti di mare assai insidiosì e capitava non di rado che qualche natante sulla rotta di Clydebank andasse a schiantarsi di nottetempo contro le Flannan. Fu per questo che, nel 1895, per illuminare la fascia di mare tra Lewis e le Flannan, vennero iniziati i lavori di costruzione di un faro. Ci vollero ben cinque anni e non due, come si era preventivato, per ultimare quella costruzione su un picco a sessanta metri d’altezza, tra mille difficoltà e tempeste di mare. A dicembre del 1899 fu infine inaugurato. James Ducat, Donald McArthur e Thomas Marshall vi andarono a vivere e lavorare. Per un anno tutto andò liscio. Dalla notte del 15 dicembre 1900 il faro rimase spento. Nonostante i due accessi sull’isola al faro, contrapposti per evitare il vento prevalente, l’ispettore della sovrintendenza ai fari per giorni non poté andare a vedere che mai vi fosse successo, a causa del mare in tempesta. Il 26 dicembre 1900 il cielo infine schiarì. Il guardiano del faro Joseph Moore ed altri due uomini sulla barca Hesperus, puntarono su Eilean More. Dopo diversi falliti tentativi di attracco, ché il mare su Eilean More era ancora abbastanza agitato, Moore e gli altri vi discesero. Nessun segnale di vita. Più si aggirarono lungo l’isola e il faro, cercando, più l’angoscia montò loro. Integri e deserti erano il faro ed ogni suo locale. L’orologio al muro nel salone principale era fermo, senza più carica, ormai fredde erano le braci del camino, intonsi i letti. Sul tavolo della cucina un piatto di montone e patate era stato consumato solo per metà ed una sedia fu trovata rovesciata per terra. L’ultima annotazione di gesso sull’ardesia della lavagna era datata proprio sabato 15 dicembre ore 9 a.m. Niente di che. Moore andò a vedere la lanterna trovandovi tutto perfettamente predisposto per l’accensione serale: gli stoppini erano imbibiti d’olio di balena ed ogni compito dei tre guardiani era stato compiutamente assolto quel giorno. Erano dunque scomparsi tra l’ora di pranzo e prima di sera. Moore tornò indietro e la faccenda passò di mano a due investigatori, a cui parve di capire qualcosa di più chiaro: benché il 15 dicembre fosse stato un giorno di mare calmo e vento moderato, segni distruttivi di una tempesta improvvisa e devastante all’attracco occidentale apparvero loro: una gru sovrastante le rocce con le funi tutte aggrovigliate e una cassa di attrezzi come violentemente scaraventata dieci metri al di sotto in un crepaccio. Quel che risultò impressionante ed anche inverosimile fu come se, in un giorno di bel tempo, un’altissima onda anomala si fosse inaspettatamente sollevata fino ai tre uomini, scesi al pontile per chissà quale emergenza, spazzando via ogni cosa. Gli investigatori conclusero che i tre guardiani si erano forse resi conto di una sopravveniente tempesta, la quale avrebbe danneggiato la gru, accorrendo così al molo. Senz’avere altro tempo o presagio dalla loro, un’ondata improvvisa di mare li sorprese e li sommerse. Ma il caso non fu affatto ritenuto chiuso. Il 15 dicembre di quell’anno era stato un giorno di calma di vento e di mare. Uno dei tre era accidentalmente caduto in mare? Gli altri due avevano tentato di salvarlo avendo invece a loro volta la peggio? Nonostante ciò, funi di aggancio, cinture e imbraghi di sicurezza erano stati trovati intoccati sul molo. Uomini esperti come loro non ne avrebbero fatto mai a meno.

E se anche uno si fosse tuffato a salvare l’altro, magari svenuto, il terzo avrebbe fatto lo stesso senza invece ancorarsi come si deve ad una fune di salvataggio? Cosa poteva essere successo davvero di inesorabile e fatale ai tre?

Varie teorie furono avanzate, ma nessuna spiegò mai tutto fino in fondo, mancando in ogni caso prove che suffragassero ora questa, ora l’altra ipotesi. Fu pensato perfino che uno dei tre fosse stato preso da pazzia, che per un litigio degenerato nel peggior modo avesse quindi ucciso gli altri due, suicidandosi a sua volta. L’ultimo studioso che riprese il caso nel 1947, Valentine Dyal, scrisse quella che sarebbe stata considerata l’ultima parola. Secondo Dyal la soluzione al mistero stava nel racconto di un giornalista scozzese, un certo Ian Campbell, che tempo addietro aveva visitato Eilean More in un giorno di bel tempo: mare e vento erano quieti ma, arrivando all’attracco occidentale, un’onda gigantesca e violenta si alzò dal nulla sovrastando il molo; subito dopo il mare tornò assolutamente calmo. Chiunque si fosse trovato alla portata di quell’imprevedibile, inspiegabile e furiosa ondata, una freak wave (come da quelle parti era chiamata), non avrebbe potuto sopravvivere. Un terremoto sottomarino? Un misterioso riflusso di marea? Campbell indagò come poté e seppe dai pescatori locali che onde anomale di quel tipo ne capitavano su quell’isola e più volte ne erano state osservate. Tuttavia restava un mistero anche in questo caso: se i tre si trovavano insieme e contemporaneamente su quel molo per una emergenza dovuta ai prodromi di una tempesta (come dall’indomani sarebbe iniziata per molti giorni), perché McArthur non aveva come gli altri preventivamente indossato il telo impermeabile, l’unico ritrovato al suo posto sull’appendiabiti dentro il faro? I venti giorni in dicembre della spedizione “Eilean No More” passarono senza produrre informazioni di particolare rilievo. Marius Munro aveva rilevato e annotato giorno per giorno ogni parametro del mare, temperatura, trasparenza, rilevando dati anche probabilmente inutili come la determinazione della profondità della zona eufotica, la misura del Ph con piaccametro, della salinità, degli elementi chimici con tutti i suoi bei giocattoli per l’analisi dell’acqua. Le giornate erano talmente lunghe in quel posto deserto che stare per lui allo stereomicroscopio a esaminare il plancton raccolto con il retino apposito ed altri microorganismi marini o stendere dati su dati dalle escursioni era infine un sollievo dalla noia più mortale. La spedizione non lo aveva attratto tanto per la possibile soluzione al mistero delle anime perdute di “Eilean More”, quanto perché gli sarebbe piaciuto svelare al mondo il segreto delle onde anomale e il modo conseguente per poterle prevedere, consegnando perciò il suo nome alla storia e le sue future economie a un qualche buon brevetto. Di tali onde imprevedibili senza apparenti cause, tsunami a parte, senza maltempo, il mondo scientifico non ne aveva ancora una spiegazione. Onde imponenti, alte fino a 25 o 30 metri che avevano forse affondato anche decine di navi della più grande stazza, progettate per resistere ad onde mai più alte dei già mostruosi 15 metri. E mancando prove scientifiche della loro esistenza, fino a poco tempo prima le si erano credute niente più di una invenzione di alcuni sopravvissuti marinai. Per poter studiare il fenomeno e documentare queste formazioni ondose era stato creato il progetto MaxWave, un consorzio di formato da 11 organizzazioni presenti in 6 paesi dell’Ue, di cui Marius era insigne membro. Anche su Eilean More, grazie al suo computer portatile, poteva controllare i dati raccolti dai satelliti Ers-1 ed Ers-2, con risoluzione di ben 10 metri e potenti radar per conoscere lo stato del mare in ogni situazione atmosferica. Grazie a questo sistema, a cominciare dal 2001, elaborando e analizando migliaia di fotografie, si erano potuti documentare almeno dieci casi di onda anomala fino a 30 metri d’altezza e di molti chilometri di lunghezza, due delle quali avevano danneggiato due grosse navi da crociera (la Bremen e la Caledonian Star). Dai dati raccolti fino a quel momento sembrava che le onde anomale fossero generate da onde normali che incontrano correnti oceaniche e turbolenze durante il loro cammino tali da amplificarne notevolmente la dimensione. Munro era fissato con le sue nobili origini: la famiglia da cui discendeva conservava ancora un’aquila ad ali dispiegate per simbolo araldico con il motto “Dread God” (Abbiate timore di Dio) e un clan tartan registrato alla Lyon Court quadrettato rosso, rigato verde scuro e un po’ marnato di filo giallo. Aveva un kilt e un mantello con cintura fatti con quel tartan e tutti i pomeriggi dopo il five o’clock, il tè delle cinque, indossava quel completo con un paio di cuaron, gli stivali alti fino al ginocchio, per andarsene lui e la sua cornamusa irlandese, quella più completa e difficile, con due ottave di estensione e chiavi e cromatismi e i regulators, a suonare per mezz’ora fuori dal faro, ieraticamente in piedi su di una terrazza che guardava il mare prima dello strapiombo. Sapeva a memoria un vasto repertorio di melodie tradizionali e antiche canzoni del mare come The Saucy Sailor Boy, The fish of the sea e Sally Brown, tra le sue preferite. Bertrand De Vere passò anch’egli gran parte di quel tempo infinito a fare rilevazioni geologiche con martello e strumenti di misura litostratigrafica, studiando nel pc portatile le immagini satellitari telerilevate degli strapiombi impraticabili senza esperte cordate ed altro ancora, annotando ogni dato sul cosiddetto “libretto di campagna”. Le sue escursioni giornaliere erano sempre più monotone e ripetitive: in poche ore aveva di nuovo percorso tutta la modesta superficie percorribile, osservando sempre le stesse cose, le geometrie primarie e quelle acquisite, il fabric primario e quello acquisito delle rocce. “Che palle questo posto, mio Dio, che palle!” sbuffava ogni po’ rollandosi un’altra sigaretta e tirando giù un’altra sorsata di bourbon dalla fiaschetta (aveva una decisa propensione alla birra e ai superalcolici, che cercava di nascondere agli altri; il bere lo aveva invecchiato prima del tempo). Anche il pennino sul rotolo del sismografo elettromagnetico Galitzin che aveva tanto accuratamente montato e predisposto, non aveva fatto un solo scarabocchio, un minimo sussulto. Di Eilean More ne fece una splendida cartografia geologica, di per sé del tutto inutile. E giù ancora moccoloni e bestemmie. A Dan Morris andò meglio. Dati Meteo-Sat, igrometro, barometro, termometro e anemometro erano molto variabili e movimentavano di continuo la raccolta dati o il gusto per le previsioni del tempo. Eppoi Dan era un solitario, gli piaceva il posto in cui sembrò rispecchiarsi a cominciare dalla sua testa completamente calva come quella arida rocca, né le serate gli pesavano passandole a costruire i suoi marchingegni tra cui un suo anemometro elettronico. Parlava poco o, se interrogato, soltanto di ciò che gli interessava. Harold, una sera, gli aveva domandato il funzionamento di quell’anemometro pentendosi presto d’avergli dato spago. “Il cuore del sistema è un encoder incrementale composto da un disco forato solidale all’asse della girante e da una coppia di sensori led IR e fotodiodo che hanno la funzione di trasformare la rotazione dell’asse in impulsi elettrici. Il tutto è montato su cuscinetti a sfere di precisione, con pochissimo attrito. L’encoder l’ho recuperato da un mouse di computer. Le palette sono ricavate sezionando palline da ping pong. Il valore del vento è visualizzato da un milliamperometro da 100 o 200 microampere fondo scala…” E avanti per mezz’ora. Harold si pentì d’aver attaccato bottone, ché quella sera aveva avuto soltanto voglia di arrivare a parlare con qualcuno della sua insopportabile nostalgia per la sua ex fidanzata, che al quinto giorno lo aveva piantato in asso quell’estate in vacanza sul Mar Rosso, per andarsene Dio sa dove con un aitante esemplare di maschio egiziano, lasciandogli solo una lettera di scuse e di addio, ché si era trattato di amore a prima vista. Harold, lo scrittore con ancora il mal d’amore, era il più giovane della spedizione. Tra tutti fu quello più soddisfatto del viaggio. Aveva riempito quattro quaderni di racconti e resoconti dettagliati e pensieri, taluni invero abbastanza ispirati. Oltre all’articolo per le riviste scientifiche, aggiungendovi i debiti elementi di fantasia e suspence in una storia altrimenti del tutto insignificante e senza vicende, avrebbe potuto utilizzare molto di quel materiale per un buon romanzo, quello che da vent’anni stava cercando di scrivere per sfondare.

Infine Bruce Reaney, l’ex guardiano del faro in Cornovaglia, era il più simpatico e socievole. Harold pensò che fosse così per sana reazione ad una vita in gran parte vissuta in vera e irrimediabile solitudine. Bruce aveva ispezionato ogni punto del faro di Eilean More, ormai completamente automatizzato come tutti gli altri, scrivendone con entusiasmo, scattando una quantità eccessiva di fotografie digitali. “Questa è storia! E che storia!” lo si sentiva dire spesso come a commentare tra sé e sé e riscuotersi dopo aver contemplato a lungo uno scorcio, un mobile, la vecchia lente di Fresner e avanti.

Sembrava come se volesse farci un bel volume illustrato. Harold, come molti altri, aveva da bambino subìto il poetico fascino dei fari e dei guardiani, desiderando un giorno di seguire quella sorte. Chissà poi perché? Sperava che osservando, conoscendo meglio Bruce potesse così finalmente darsi una risposta. “Come hai iniziato a fare il guardiano del faro? Perché hai scelto di fare un lavoro di così grande solitudine?” gli chiese un pomeriggio mentre giocavano al lancio dello stivale Dunlop modello Challenger misura 8, proprio come quelli omologati per le gare (li aveva portati Bruce) e Bruce stava finendo di misurare con il metro riavvolgibile. “Ehi, ho fatto 39,6 metri! Niente male!”. Bruce mise in tasca il metro, prese pipa e tabacco dal marsupio e sembrò volervi riflettere un po’ prima di rispondere. “Al mio paese non c’erano molte prospettive di lavoro. Prima facevo il pescatore con mio padre e i miei fratelli, ma era faticoso ed anche molto rischioso. Ho sempre avuto il terrore del mare in burrasca. Ho sempre odiato lo sforzo fisico e ho sempre avuto paura di morire annegato. E neanche avevo il coraggio di andarmene in una grande città, a rovinarmi la vita in fabbrica o in un porto, ché non avevo istruzione, rinchiuso la sera in un pub o in uno squallido monolocale come mio cugino Bryan a Manchester. Il faro divenne per me un’alternativa tranquilla…Che poi…”. Tirò qualche pipata e soggiunse: ”Sai, non c’è proprio niente di poetico nel vivere in un faro. Da solo diventi matto! Arrivi a farti anche tre seghe al giorno, parli sempre da solo e ti scoli litri di birra la sera per poterti addormentare senza rimpiangere il mondo che ti sfugge via giorno dopo giorno. La poesia è stare in mezzo al mondo, nel suo gran casino, non quando te ne isoli… Altro che Torre d’avorio!” La spedizione era giunta al termine dei giorni programmati, dal 2 al 22 dicembre. Era tempo di rientrare, tutti in tempo per festeggiare il Natale a casa. “Proprio che palle questo posto” commentò per l’ennesima volta Bertrand la sera prima di partire, a tavola. “Tu pensa quei tre per un anno! Ma poi, come facevano senza una donna?” “Bertrand sei un genio!” esclamò Bruce. “Nessuno ha mai teorizzato una cosa del genere!” “Io non ho teorizzato!” ribatté Bertrand. “Allora, pensaci! Tre uomini soli, su un’isola desolata e sperduta in mezzo all’Atlantico… La sessualità, pulsioni profonde, i tre in qualche modo arrivano a consumare rapporti omosessuali, si innamorano l’uno dell’altro, ma poi uno si innamora davvero di uno solo, il terzo ne è escluso, si vendica, li uccide per passione e si uccide a sua volta per amore…” “Ma tu pensa!” disse ridendo Harold. “Bleah!” a suo modo rispose Marius. “E perché allora non considerare la dimora di un kraken?” intervenne Dan “Che è” chiese Bruce. “Una specie di gigantesco Serpente di Mare con il dorso lungo un miglio e mezzo di lunghezza che di tanto in tanto emerge come un’isola e con le sue lunghe braccia agita il mare o vi afferra anche le navi più grandi” “Fu il danese Pontopidda nella Storia naturale della Norvegia a parlarne per la prima volta nel 1752, mi pare” aggiunse Harold, per sottolineare che lui era colto e sapeva sempre di cosa si stava parlando. “E allora?” ribatté Dan. “Ah, nulla” fu preso alla sprovvista Harold, ma riconobbe subito con intelligenza: “Niente, era per dimostrare che sono colto”. Quel ventitre dicembre, quando la spedizione ripartì senza nulla di fatto, le onde si distinguevano e allungavano; il mare produceva qualche frangente con spuma di apparenza vitrea e sparse creste biancheggianti tra leggera tesa e vento moderato, oscillando tra forza 3 e forza 4 secondo la scala di Beaufort. Le previsioni del tempo erano buone. Il cabinato della spedizione aveva lasciato Eilean More.

Infine Bruce Reaney, l’ex guardiano del faro in Cornovaglia, era il più simpatico e socievole. Harold pensò che fosse così per sana reazione ad una vita in gran parte vissuta in vera e irrimediabile solitudine. Bruce aveva ispezionato ogni punto del faro di Eilean More, ormai completamente automatizzato come tutti gli altri, scrivendone con entusiasmo, scattando una quantità eccessiva di fotografie digitali.

“Questa è storia! E che storia!” lo si sentiva dire spesso come a commentare tra sé e sé e riscuotersi dopo aver contemplato a lungo uno scorcio, un mobile, la vecchia lente di Fresner e avanti. Sembrava come se volesse farci un bel volume illustrato. Harold, come molti altri, aveva da bambino subìto il poetico fascino dei fari e dei guardiani, desiderando un giorno di seguire quella sorte. Chissà poi perché? Sperava che osservando, conoscendo meglio Bruce potesse così finalmente darsi una risposta.
“Come hai iniziato a fare il guardiano del faro? Perché hai scelto di fare un lavoro di così grande solitudine?” gli chiese un pomeriggio mentre giocavano al lancio dello stivale Dunlop modello Challenger misura 8, proprio come quelli omologati per le gare (li aveva portati Bruce) e Bruce stava finendo di misurare con il metro riavvolgibile.
“Ehi, ho fatto 39,6 metri! Niente male!”. Bruce mise in tasca il metro, prese pipa e tabacco dal marsupio e sembrò volervi riflettere un po’ prima di rispondere.
“Al mio paese non c’erano molte prospettive di lavoro. Prima facevo il pescatore con mio padre e i miei fratelli, ma era faticoso ed anche molto rischioso. Ho sempre avuto il terrore del mare in burrasca. Ho sempre odiato lo sforzo fisico e ho sempre avuto paura di morire annegato. E neanche avevo il coraggio di andarmene in una grande città, a rovinarmi la vita in fabbrica o in un porto, ché non avevo istruzione, rinchiuso la sera in un pub o in uno squallido monolocale come mio cugino Bryan a Manchester. Il faro divenne per me un’alternativa tranquilla…Che poi…”. Tirò qualche pipata e soggiunse: ”Sai, non c’è proprio niente di poetico nel vivere in un faro. Da solo diventi matto! Arrivi a farti anche tre seghe al giorno, parli sempre da solo e ti scoli litri di birra la sera per poterti addormentare senza rimpiangere il mondo che ti sfugge via giorno dopo giorno. La poesia è stare in mezzo al mondo, nel suo gran casino, non quando te ne isoli… Altro che Torre d’avorio!”

La spedizione era giunta al termine dei giorni programmati, dal 2 al 22 dicembre. Era tempo di rientrare, tutti in tempo per festeggiare il Natale a casa.
“Proprio che palle questo posto” commentò per l’ennesima volta Bertrand la sera prima di partire, a tavola. “Tu pensa quei tre per un anno! Ma poi, come facevano senza una donna?”
“Bertrand sei un genio!” esclamò Bruce. “Nessuno ha mai teorizzato una cosa del genere!”
“Io non ho teorizzato!” ribatté Bertrand.
“Allora, pensaci! Tre uomini soli, su un’isola desolata e sperduta in mezzo all’Atlantico… La sessualità, pulsioni profonde, i tre in qualche modo arrivano a consumare rapporti omosessuali, si innamorano l’uno dell’altro, ma poi uno si innamora davvero di uno solo, il terzo ne è escluso, si vendica, li uccide per passione e si uccide a sua volta per amore…”
“Ma tu pensa!” disse ridendo Harold.
“Bleah!” a suo modo rispose Marius.
“E perché allora non considerare la dimora di un kraken?” intervenne Dan
“Che è” chiese Bruce.
“Una specie di gigantesco Serpente di Mare con il dorso lungo un miglio e mezzo di lunghezza che di tanto in tanto emerge come un’isola e con le sue lunghe braccia agita il mare o vi afferra anche le navi più grandi”
“Fu il danese Pontopidda nella Storia naturale della Norvegia a parlarne per la prima volta nel 1752, mi pare” aggiunse Harold, per sottolineare che lui era colto e sapeva sempre di cosa si stava parlando.
“E allora?” ribatté Dan.
“Ah, nulla” fu preso alla sprovvista Harold, ma riconobbe subito con intelligenza: “Niente, era per dimostrare che sono colto”.

Quel ventitre dicembre, quando la spedizione ripartì senza nulla di fatto, le onde si distinguevano e allungavano; il mare produceva qualche frangente con spuma di apparenza vitrea e sparse creste biancheggianti tra leggera tesa e vento moderato, oscillando tra forza 3 e forza 4 secondo la scala di Beaufort. Le previsioni del tempo erano buone. Il cabinato della spedizione aveva lasciato Eilean More.
A un miglio e mezzo dall’isola, viaggiando a sedici nodi, un rombo cupo che sembrò quasi nascere dalle viscere dei cinque e dell’equipaggio, due marinai che erano andati a riprenderli, si levò sempre più forte e terrificante. Accorsero tutti a poppa: l’isola Grande, fu repentinamente picchiata da un’onda immane sollevatasi come dal nulla mentre il mare intorno a loro invero si era di poco mosso. L’onda aveva sommerso il molo frustando trenta o più metri in altezza di roccia. Poi refluì e il mare tornò perfettamente tranquillo.
I cinque si guardarono attoniti. Nessuno osò parlare per primo. Tacquero fino a quella sera, quando entrarono in un pub ad Habost, sull’isola Lewis.
“Propongo una yarda di birra” fece Bertrand, così da potersi permettere una degna bevuta senza incorrere nel rischio d’essere considerato un alcolista quale invero era. Le gare di bevuta di alcolici sono sempre state popolari nei pub britannici, così da diventare un vero e proprio sport chiamato “Yard of Ale”. Un tempo lo scopo originale del gioco era mettere alla prova la virilità dei partecipanti, ma oggi ormai vi partecipavano anche le donne.
Marius, che solitamente taceva nell’alto dei suoi natali, acconsentì: “A me gli alcolici non piacciono! Ma questa sera merita un’eccezione”.
I cinque mangiarono qualcosa e bevvero lungamente pinta su pinta una devastante chiara al doppio malto di gradazione alcolica del 9%. Finalmente fu Harold a trovare il coraggio di parlare per primo.
“C’è mancato poco oggi, nevvero?”
“Mmm” mugugnò Dan, poi provò a digredìre: “Qualunque cosa io mangi o bevi da quando prendo quelle perle vegetali di ginseng ha lo stesso retrogusto amarognolo… Ditemi voi, se per un po’ di energia fisica e mentale uno deve smettere di godersi il giusto gusto delle cose”.
“E’ sempre colpa della radice uomo” simboleggiò incomprensibilmente Marius.
“No, dico” riprese Harold, “fossimo partiti solo poco più tardi, l’onda ci avrebbe presi in pieno! A quest’ora potevamo essere tutti mangime per pesci”
“Sì, una fortuna sfacciata!” confermò Bruce. “O la volontà del Signore? Credo che d’ora in avanti crederò nel buon Dio e andrò tutte le domeniche in chiesa”.
“Io credo d’aver capito invece che lì, su Eilean More c’è qualcosa di vivo e senziente! Non so cosa, ma qualcosa” avanzò Dan misteriosamente.
“Ma che dici?” esclamò Bertrand, che aveva appena finito di scolare un litrozzo in sedici secondi. Marius interruppe il cronografo. Niente, niente… Non batterai mai il grande Peter Edwards!”. Peter Edwards, nel 1957, ingollò 1,4 litri di birra in 10 secondi al White Lion di Portway.
“Non è suo il record” precisò Harold; “è di Peter Dowdeswell: 5 secondi per tracannare 1,7 litri al Royal Oak di Bishop Cleeve, maggio 1985!” Tutti tacquero guardandolo in tralice. “Ok, è più forte di me… Sono il più colto e lo devo dimostrare”.
“Cosa volevi dire, Dan?” si incuriosì Marius.
“Mah, niente… E’ solo che è sembrato davvero come un qualcosa di vivo e ineffabile” precisò Dan. “Qualcosa che ha voluto beffardo e minaccioso mostrarsi a noi proprio in quel momento, lo capite? come per dirci: Eccomi, io esisto, e mi faccio vedere solo quando lo voglio io. Quindi non perdete il vostro tempo a studiare mari correnti venti e pietre… Se non lo voglio, non saprete mai che esisto, che cosa sono ed anzi, attenzione alla prossima volta che verrete a disturbarmi!”.
“Anch’io ho vissuto questa sensazione” confermò Bruce.
Marius e Harold annuirono senza dire nulla, come per condividere quell’impressione. Bertrand, ormai troppo ubriaco, restò semplicemente imbambolato.
“Sapete cosa mi fa più dispiacere?” concluse Harold. “Beh, dal punto di vista di uno scrittore, che questa storia resta con il suo mistero e senza nemmeno un guizzo finale. La Natura quel guizzo con noi lo ha avuto. Un grandioso colpo di scena… ma noi, dico noi, a farne un racconto, ne siamo rimasti senza, salvo farne un disperato guizzo finale le cose che ho appena dette in generale sul guizzo finale che ogni lettore si aspetterebbe, rimanendovi assai deluso”.
“Bene” concluse Marius, “allora fanne a maggior ragione un racconto… Non c’è niente di più finemente letterario che saper creare un minuzioso e sapiente crescendo di aspettativa per un guizzo finale che poi non arriva… Con la storia del guizzo a tutti i costi, alla fine, si racconta solo una possibilità su un milione di altre, la più furba e conveniente per il successo e il bilancio di uno scrittore e del suo editore, e il resto a farsi fottere, come fosse meno vita, più spesso invece non meno deludente o, perché no, fors’anche migliore”.

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