Il faro bianco

Racconto di Bianca d’Anna
Fonte: www.correrenelverde.it

L’avevano sempre chiamata tutti “Teta” perché da piccola era una bimba allegra, spensierata, piena di vita e quel nome importante, Teresa, non le si addiceva.
Da grande era un ragazza allegra, spensierata, piena di vita e di amore per il mare. Teta le stava benissimo. Era un nome inventato come sarebbe stata da inventare lei stessa se non fosse esistita.
Ma esisteva e come!
Amava il mare e si tuffava come un cormorano.
Amava il sole ed era nera e riccia come un’africana.
Amava andare per mare e da sempre aveva una sua barchina che si chiamava “Sole e Luna” perché stava sempre fuori con lei.
Amava la cucina ed organizzava sempre cene per gli amici.
Ma come conciliare tutto questo con l’esigenza di un lavoro, con la vita? Pensa e ti ripensa un giorno Teta e i suoi amici si trovavano in mare, in uno dei posti più belli del mondo.
In un triangolo formato da tre isole stupende: una famosa in tutto il mondo per una sua spiaggia rosa, l’altra selvaggia, ultimo baluardo di confine, l’ultima perché era l’unica delle isole dell’arcipelago, oltre la maggiore, ad essere abitata ed avere una decina di case.
Il giorno precedente c’era stato un vento fortissimo, tanto che i traghetti per percorrere quel piccolo tratto di mare deviavano verso Cala Francese, sparivano dalla vista per poi ricomparire sottocosta.
Quel giorno, invece, era stupendo, sembrava estate, ed era un giorno di ottobre e non c’era nessuno e così loro potevano godersi quella meraviglia che si chiamava comunemente il Porto della Madonna, per la posizione delle isole attorno. Lì le acque erano sempre calme ed il colore ricordava il manto della Madonna.
Ad agosto, dovevi girare mezz’ora per trovare un angolino.
C’erano almeno mille barche. E che barche! Alcune sembravano palazzi galleggianti, altri erano piccoli gommoni e poi c’erano i gozzi, i catamarani, le barche a vela.
Ed era tutto un rincorrersi di voci, risate, tuffi, pelle nuda e lucida per le creme e l’acqua.
Ogni tanto qualcuno meno esperto, incappava in qualche secca, ed allora erano dolori!
Molte eliche erano partite lì, a Porto Madonna.
Ma tutti continuavano ad andarci perché nonostante la folla, era sempre un posto stupendo. Il Passo degli Asinelli, perché una volta si passava da un’isola all’altra con gli asinelli, il Passo del Topo, perché è proprio piccino, la spiaggia del Cavaliere e cento altri scorci, uno più bello dell’altro.
Ma quel giorno di ottobre non c’era nessuno. Solamente loro lì in paradiso, a crogiolarsi al sole nelle loro isole finalmente restituite ai loro abitanti.

Avevano trascorso la giornata a fare lunghi bagni, a giocare, a godersi il silenzio ed a scaldarsi all’ultimo sole di quell’anno particolarmente caldo.
Dopo la merenda, mentre si cominciavano a riporre i teli da mare ed i giornali, qualcuno cominciò a parlare del lavoro che scarseggiava in paese, delle difficoltà di loro giovani senza troppe esperienze.
Qualcuno parlava di iscriversi all’Università in una grande città, un altro dichiarava di voler intraprendere la carriera militare.
Teta taceva, stranamente. Ma era diventata improvvisamente triste. Perché sapeva che anche lei avrebbe dovuto prendere una decisione, ma non osava neanche pensare di dover lasciare quei posti adorati, quel mare, i pesci, per andare a lavorare o continuare gli studi in una città più grande che avrebbe offerto maggiori sbocchi e possibilità.
Cominciò a pensare ad alta voce, che lì al Porto della Madonna, ogni estate arrivavano centinaia e centinaia di barche al giorno.
Tutta quella gente doveva pur mangiare qualcosa, no? E poi, avete visto il fondo del mare come è coperto di bicchieri, piatti e posate di plastica. Senza parlare delle lattine! E allora perché non organizzare un servizio di ristorazione su di una barca e portare le vivande direttamente a domicilio, magari con un piccolo tender, studiando anche un modo per recuperare i rifiuti.
Gli amici la presero in giro e tutto finì lì.
Ma Teta non scherzava quella volta, la notte pensò ad un piano e l’indomani lo espose a suo padre. Anche lui, all’inizio, le disse che l’idea era una pazzia ma poi, a forza di insistenze, promise che l’avrebbe aiutata.
Si informarono e chiesero tutti i permessi alle autorità e i depliant di cucine da campo a varie ditte.
Finalmente quando i fiori cominciarono a riempire l’isola di colori e profumi, arrivarono tutti i permessi necessari e quando i primi fichi selvatici cominciarono a mostrare, orgogliosi, i loro frutti, anche se ancora acerbi, arrivò dal continente, una fiammante cucina da campo da installare a prua della “Sole e Luna”.
E quando tutte le strade erano bordate, come per un magnifico matrimonio, di”uva tittina” (borracina) con i suoi piccoli cespugli rossi, di margherite gialle, ginestre, lavanda e cardi e le piante grasse riempivano praterie di fiori viola fino a lambire la spiaggia, Teta terminò di rimettere a nuovo tutta la barca.
L’aveva sistemata, ridipinta da capo a fondo e dotata di una campana per attirare i clienti, un frigo per le bibite, vari contenitori come dispensa e perfino di un’insegna!..
Aveva escogitato un sistema per recuperare i rifiuti. Avrebbe consegnato gli spuntini dentro dei sacchetti di carta pregando di volta in volta i clienti di rimettere tutto lì dentro, dopo l’uso e poi sarebbe ripassata lei stessa a ritirare i sacchetti. Per maggior chiarezza aveva fatto stampare in diverse lingue le istruzioni su tutti i sacchetti.
Faticoso si, ma così il fondo del mare sarebbe rimasto pulito.
Lunedì di Pasqua, Teta preparò un’abbondante pranzo, caricò la “Sole e Luna e invitò gli amici ad un pic-nic.
Dopo averli incantati con tutte le prelibatezze cucinate, tra una risata ed uno scherzo, Teta illustrò agli amici il suo programma.
Tutte le mattine sarebbe stata lì a Porto Madonna ed avrebbe offerto, prevalentemente una specialità: crêpes. Crêpes in tutti i gusti, anche alla Porto Madonna, con i gamberetti e frutti di mare. E per i più patiti, anche qualche piatto di pasta.
Aldo, il suo più caro amico, si offrì con il suo gommone a fare la spola dalla “Sole e Luna” alle altre barche per prendere le ordinazioni e fare le consegne.
Evviva! Teta da disoccupata era diventata datore di lavoro di Aldo.
Detto fatto all’arrivo del primo caldo Teta iniziò a spadellare crêpes per i turisti.
Ben presto divenne famosa lei la sua barca e soprattutto le sue specialità.
Dopo un mese Teta era piena di prenotazioni fin dalla mattina ed alla sera, quando finalmente tutti erano andati via, Aldo ripartito con il gommone carico dei sacchi dei rifiuti e con l’elenco della spesa per l’indomani, Teta metteva in moto la sua barchetta e andava verso l’Isola del Faro Bianco a fare il bagno in santa pace, togliersi l’odore di cucina dalla pelle e godersi il panorama.
L’isola, poco distante dalle tre isole di fuori più grandi, da dove veniva Teta, faceva parte di un altro piccolo gruppo di scogli e di isolotti, lontani da tutti. Erano come una manciatina di perle cadute da una collana.
Su uno di questi scogli c’era un piccolo faro bianco e visto da lontano, sembrava, più che un’isola, un giocattolo di un bambino.
Quaggiù non ci veniva quasi nessuno, erano fuori anche dai giri dei barconi dei turisti e dai curiosi.
Ci venivano solo alcuni pescatori e i pochi veri amanti del mare.
Appena sotto il pelo dell’acqua, Teta scopriva sugli scogli le stelle marine rosse come grandi segni di fuoco, ricci neri e viola, pesci “barchetta” immobili, incantati davanti alle evoluzioni ed al mimetismo dei polpi.
Scorgeva le triglie che brucavano sotto la sabbia e, a volte, qualche cerniotta paciosa.
Ma una di queste sere di fine agosto, Teta era appena arrivata nei pressi degli scogli di Barrettini di Fuori (così si chiamava quel gruppo di scogli), all’orizzonte c’era solo una barca con un ragazzo che pescava, quando, all’improvviso, dalle onde esce fuori un delfino. Teta ne aveva visti tanti di delfini e ne era affascinata. Ma uno come quello non l’aveva visto mai.
Era un delfino pasticcione, faceva tanta confusione ogni volta che usciva dall’acqua. Ma la cosa più curiosa era il colore: più scuro degli altri: quasi nero e soprattutto, aveva una spettacolare pinna dorsale bianca.
Mai vista una cosa simile!
Stava banchettando, tant’è che ogni tanto saltavano fuori dall’acqua pesci terrorizzati ed ad un certo punto ci fu una scena meravigliosa. Saltarono fuori dall’acqua il delfino al centro e ai due lati branchi di pesci come due getti di una fontana che brillavano al sole del tramonto.
Di tanto in tanto, usciva dall’acqua anche un piccolo delfino con la pinna nera regolamentare, lui.
Questo spettacolo durò tantissimo, circa venti minuti.
Ad un certo punto il delfino, con un balzo, saltò verso di lei, poi si immerse e Teta lo vide passare sotto la sua barca e sparire lontano, seguito sempre dal piccolo.
Teta era talmente presa dalla scena che non si era accorta che si era avvicinata l’altra barca.
Quando la scorse i delfini erano già lontani e così commentò con il giovane pescatore lo spettacolo a cui aveva assistito.
Lui si presentò: si chiamava Emilio ed anche lui disse che non aveva mai visto un delfino così.
Risultò essere uno studioso dei cetacei ed era anche molto carino. Veniva dal nord, era biologo e la invitò a cena.
Parlarono tutta la sera di donzelle, murene, gorgonie e posidonia e si dettero appuntamento per l’indomani sera al tramonto all’isola del Faro Bianco.
Così tutte le sere Teta, la ragazza delle crêpes di Porto Madonna, famosa fino in Corsica, appena andava via l’ultimo goloso, dirigeva la “Sole e Luna” verso il piccolo faro, diventato ora il loro faro ed insieme ad Emilio si immergeva in quelle acque più blu del blu ed insieme facevano lunghe immersioni tra nuvole di occhiate e saraghi.
A volte andavano a pescare calamari e spesso, rientrando incontravano Nicolai con il suo corteo di gabbiani.
La sera andavano al cinema o a spasso.
Qualche sera, particolarmente calda dormivano in barca e restavano per ore a guardare le stelle e fare mille progetti, a raccontarsi le storie della loro vita, a scambiarsi impressioni e trame di libri o film.
Scoprirono che avevano tante cose in comune, che amavano le stesse cose, che pensavano le stesse cose.
A volte bastava che si guardassero, per capire il pensiero dell’altro.
Ridevano molto assieme.
Certo, entrambi sapevano che quella era una storia che sarebbe finita al termine delle vacanze di Emilio. Teta sapeva che quella era la sua prima storia importante e che quel ragazzo dagli occhi verdi, così serio, così studioso, le avrebbe spezzato il cuore e che nulla, da allora in poi, sarebbe stato uguale a prima.
Invece non fu così.
Quel ragazzo così serio dagli occhi verdi scoprì che non poteva dimenticare mai più quella sirena uscita da una barca da sogno, con un lavoro da favola che incontrava tutte le sere su di uno scoglio sperduto in mezzo al mare più blu e profondo, con un piccolissimo faro bianco.

E così scriveva lunghe lettere piene di nostalgia, in attesa di un po’ di vacanze per stringere in un unico, solo, lungo abbraccio Teta, l’arcipelago tutto ed il loro Faro.
Alla vigilia della festa di S. Giovanni, in una calda sera di fine giugno, Teta preparava “la conca”, una ciotola piena d’acqua e di bianchi fiori di mirto galleggianti da mettere fuori dalla finestra affinché S. Giovanni la potesse benedire, come voleva la tradizione dell’isola.
Mentre disponeva i fiori profumati nella ciotola, Teta vide, in fondo alla strada, arrivare Emilio.
Gli corse incontro, ringraziando in cuor suo S. Giovanni che aveva voluto farle quella sorpresa.
Fu una seconda estate magica, generosa di sole, di crêpes, d’amore e di colori.
Da allora Emilio tornò tutti gli anni, anche più volte l’anno, finché una primavera, da uno sbuffante traghetto, scese un Emilio con una macchina così carica che a malapena ci si vedeva attraverso i vetri.
C’era di tutto: il computer con tutti i più sofisticati programmi, la “borsa del mare” piena di mute, piombi, maschere e pinne; scatoloni di libri che pesavano così tanto da far gemere le balestre della macchina, un binocolo, due macchine fotografiche di cui una subacquea; una stufetta, un po’ di indumenti ed il famoso vestito buono.
E sì, perché l’indomani doveva presentarsi per un nuovo lavoro. Importante, interessante e soprattutto a contatto con il mare e i suoi delfini in quell’isola meravigliosa dove abitava la sua Teta.
Quel giorno scendendo da quel traghetto sbuffante, mentre scorgeva Teta sulla banchina avvolta in una mantella bianca bordata di blu, Emilio capì che quello era il posto dove voleva vivere. Per sempre.

A Marilena
Piccola ragazza genovese spensierata e felice che viaggiava in piedi come un vero marinaio, tra queste isole, sempre aperta verso gli altri e disponibile
Poi la vita l’ha ferita e le ha tolto la gioia di vivere.
E ancora non ha imparato a rinascere, aggrappandosi a se stessa, che è tanto, e ad altra realtà.

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