Abbie che sfidò la tempesta

Racconto di Marcia Vaughan
Fonte: www.filastrocche.it

La vera storia di una piccola guardiana di faro

Una brezza fresca e leggera giocava con i capelli della piccola Abbie e li scompigliava, mentre la bimba teneva i piedini nudi a bagno nelle onde schiumose. Abbie si voltò e lanciò uno sguardo alle torri del faro di guardia, che svettavano verso il cielo con le loro fondamenta piantate in quell’accozzaglia di rocce, consumate dal mare, che formavano la piccola insenatura chiamata Matinicus Rock.

Il papà di Abbie era andato laggiù a lavorare come guardiano del faro. “Il posto non è un gran che,” disse alla famiglia, la mattina in cui arrivarono. “Ma è importante, per la sicurezza di tutti. La luce che brilla dalle torri è l’unico segnale che permette alle navi di non andare a sbattere contro le rocce. Se non risplendesse, ogni notte, un numero spropositato di persone avrebbero già perso la vita in mare.”
Nei giorni seguenti, Esther, Mahala e Lydia, (le tre sorelle di Abbie) scoprirono che l’isola era come una grotta di tesori, piena di animali e altre creature marine. Abbie invece, mentre loro giocavano a nascondino tra le rocce, preferiva stare nel faro, a lavorare con il babbo. Lo aiutava a sistemare i barili di olio di grasso di balena, a pulire le finestre oppure a fare i conti, scrivendo in quel librone rilegato e foderato di cuoio.

“Dimmi un po’…” chiese una volta Abbie a suo padre, mentre le loro ombre riflesse danzavano sui muri della scaletta stretta, “…ma un guardiano del faro può avere un assistente?”
“Alcuni ce l’hanno, altri no,” le rispose lui. “Perché me lo chiedi?”
“Perché io vorrei essere la tua assistente!” rispose la bimba, drizzandosi d’orgoglio e con gli occhi pieni di speranza.
Il babbo aspettò che arrivassero in cima. Poi, lassù, le diede un bacio sulla fronte e le disse: “Ma tu sei già la mia assistente, Abbie!”
Tramontato il sole, l’uomo si soffermò un attimo a guardare la luce del faro che splendeva come una scia luminosa sulle onde. Abbie immaginava tra sé quale sollievo sarebbe stato, per i marinai, vedere brillare quella luce, nel buio pesto delle tenebre.
Il babbo le raccontò: “Il guardiano che c’era qui prima di me mi ha detto che d’inverno, quando si scatenano le tempeste, le onde irrompono in tutta l’isola.”
“E tu ci credi?” gli replicò la bimba, tremando di paura al solo pensiero.
“Presto lo scopriremo, figliola!” rispose lui.

Il babbo mostrava ad Abbie come tenere ben pulite le ventotto lampade del faro. Uno accanto all’altro, fregavano con lo straccio i riflettori d’argento dietro ogni lanterna. “Ricordati, figliola…” diceva il papà. “Basta anche solo una piccola traccia o una macchiolina di sporco per oscurare le lenti.” . Così la bimba puliva e lustrava il metallo finché non era tanto splendente da riflettere il suo sorriso. “Brava, Abbie! Bel lavoro…” le diceva suo padre e lei non poteva far altro che ricambiare quel complimento con un sorriso.
Intanto guardava oltre il mare, pensando al fratello più grande. “Papà, credi che anche Ben sia laggiù, con la sua barca da pesca?”
“Può darsi, ” le rispose il babbo, facendo cenno di sì col capo. “Fin quando le navi riescono a vedere la nostra luce, potranno navigare tranquillamente sulle acque scure del mare profondo. Però ricorda, bimba mia: se le luci dovessero spegnersi, anche per pochi minuti, c’è pericolo che una nave venga scaraventata sulle rocce e si frantumi; l’intero equipaggio perderebbe la vita.”

L’estate volò via come un sogno dorato. A settembre, la nave delle vettovaglie non arrivò. Quando iniziò a far freddo, il babbo si fece preoccupato. Le provviste di carne secca, farina, carne salata di maiale e fagioli erano quasi finite. La mamma tossiva sempre più insistente, e sembrava che la sua malattia si fosse aggravata.
“Non posso più aspettare, Abbie!” disse il babbo, in una grigia mattina di gennaio. “Devo partire per Rockland, all’alba.”
“E chi si prenderà cura delle luci?” chiese Abbie, sentendosi arricciare le budella dalla paura. “Sei brava ormai quanto me, a manovrarle!” rispose lui, appoggiandole teneramente una mano sulla spalla. “Vedrai che te la saprai cavare, come un bravo guardiano del faro. Ne sono sicuro. Non ti preoccupare, Abbie. Starò fuori soltanto una notte.”
La bimba, invece, si impensierì. Non aveva mai badato da sola alle luci.
All’alba, il babbo salì a bordo della loro piccola barca a remi. Le onde gelate mormoravano mugugnati, bagnando le caviglie della bimba, mentre spingeva in acqua l’imbarcazione. Incespicando con la chiglia contro le pietre, la barchetta prese il largo tra le acque, per niente calme.
“Mi raccomando, figliola! Tieni le luci bene accese!” gridò il babbo, mentre issava la piccola vela.
“Certo, papà!” rispose la bimba, cercando di mostrarsi più sicura di quanto si sentisse.
Il babbo salutò con la mano. Una fredda brezza mattutina gonfiava la vela, mentre la barca avanzava lentamente sull’acqua in direzione di Rockland, venti chilometri circa più lontana.

Abbie inciampò sugli scalini, mentre correva in cima alla torre. Appoggiò la faccia contro il vetro, guardando la barca sparire all’orizzonte.
D’un tratto si fece tutta preoccupata, al pensiero di dover badare alle luci da sola. Il panico le fece gelare il sangue, come se fosse attraversato da un’onda di ghiaccio. “Che cosa succede se cado?” pensò la bimba tra sé.
La paura le passò mentre puliva le lampade, fino a rimuovere ogni macchiolina di polvere. Mentre le stava coprendo, con i loro cappuccio, udì levarsi il vento.
Ancora non era passata un’ora, quando il buio oscurò il sole e il forte vento fece agitare le onde, sollevando mulinelli di spruzzi che venivano a posarsi sui cappucci bianchi.
Abbie guardava oltre l’Oceano, pensando al babbo a bordo della piccola imbarcazione.

A ogni ora che passava, il vento si faceva più forte. Verso sera, la pioggia picchiava pesantemente sul tetto e il muggito delle onde alte era così forte che Abbie doveva alzare la voce per farsi ascoltare. “Si fa buio!” esclamò. “Vado ad accendere le lampade.”
“Vengo con te!” disse Mahala.
Le mani di Abbie tremavano mentre accendeva il fiammifero, tenendolo appoggiato allo stoppino. “Che cosa succederà ora, se l’olio è troppo freddo? E se lo stoppino non si accende?” pensò. La fiammella tremolò e si spense, mentre la bimba veniva assalita dal terrore.
“Sbrigati, Abbie!” sussurrò Mahala.
Abbie prese un altro fiammifero dalla scatola “Accendi le luci, Abbie!” diceva tra sé. “Ne sei capace.” Fece un grande sforzo, per tenere le dita ben ferme, e accese un secondo fiammifero. La fiammella si abbassò tremolante, fin quasi a smorzarsi, poi si riprese. E lo stoppino si accese, di una bella luce rossa.
La bimba tirò un bel sospiro di sollievo. Ora, finalmente, non sentiva più le mani impacciate. Accese così le lampade, una ad una, finché un candido fascio di luce luminosa e potente squarciò il buio della tempesta, che si era fatta più minacciosa.

Per tutta la notte Abbie rimase là in piedi, a sorvegliare le luci. Prima del sorgere dell’alba, la tempesta sferzava l’acqua facendo sorgere cavalloni giganti che si infrangevano fin oltre il limite dell’isolotto.
Scendendo le scale di corsa, Abbie vide l’acqua passare come un mulinello sotto la porta d’ingresso e inondare il pavimento. Il vento si stava trasformando in burrasca. Andò a chiudere bene le finestre, e mise altre coperte nel letto della mamma.
“Devo andare a recuperare le galline!” esclamò. “Prima che il mare se le porti via…”
La mamma sembrava più pallida del giorno prima. : “Il vento soffia forte, bimba mia!” esclamò. “Faresti meglio a indossare il vecchio impermeabile di tela cerata di tuo padre.”
“Non andare, Abbie!” implorò Lydia, tirandola per un braccio. “Le onde sono alte. Ti trascineranno via!”
“Devo andare solo a recuperare le galline. Tu stai qui, con la mamma, e chiudi bene la porta quando sarò uscita!” Avvolta nel suo impermeabile, Abbie afferrò il cesto e volò fuori, nella furia della tempesta.

Era peggio di quanto pensasse. L’Oceano riversava acqua a catinelle e le onde si sollevavano con la forza di un cavallo selvaggio. Il forte vento fece volare via il tetto dalla baracca dei barili d’olio, scagliando detriti contro gli scogli. Abbie fece un passo indietro, aspettando che passasse il mulinello, poi si scagliò fuori e corse verso il pollaio. Le onde venivano a infrangersi ai suoi piedi e l’acqua girava a mulinelli intorno alle ginocchia della bimba, portando i sassi sotto i suoi piedi. Le vesti fradice erano tutte inzuppate.
Aprendo il chiavistello della porta, Abbie infilò le galline spaventate nel cesto, e lo coprì con un panno. Piegando la testa contro vento, si strinse il paniere tra le braccia e corse a fatica verso casa.
Schizzò dentro come una furia, tremando di freddo. “Le hai salvate tutte!” esclamò Lydia, sbirciando dentro il cesto.
“Sono fiera di te, bimba mia!” disse la mamma, accarezzando la guancia fredda e bagnata di Abbie.
“Guarda che cosa arriva!” esclamò Esther, mentre il mare si alzava, come la mano di un gigante. “Chiudi la porta!” gridò la mamma. La prima onda paurosa si portò via la baracca dei barili d’olio, e la seconda strappò via la campana per avvertire i naviganti, quando c’è la nebbia. La terza sradicò il pollaio dalle fondamenta, scagliando via tavole di legno e detriti, subito inghiottiti dalle onde del mare rabbioso.
Il mare si sollevò di nuovo, battendo contro la casa, con la violenza di un pugno, fece staccare i quadri dalle pareti e cadere i libri dagli scaffali.
All’improvviso, si sentì un rumore di vetri frantumati, al piano superiore.

“Le luci!” strillò Abbie. Col cuore in gola, salì in fretta i gradini della torre sud. Sul pavimento giaceva una pila di frammenti di vetro. “Soltanto una lanterna, per fortuna!” disse, tirando un sospiro di sollievo.
Fuori, i cavalloni irrompevano nell’isola e si infrangevano contro le pareti di granito del faro. Mentre Abbie stava là ferma, a sostituire uno dei quadri appesi alla parete, il muro tremò e un pensiero terribile balenò nella mente. “Che cosa succede ora, se il vento si spazza via tutta la casa?”
“Il posto più sicuro è la torre nord!” disse alle sorelle. “Aiutatemi a muovere la mamma!” Correndo nell’acqua, che si stava alzando, le bimbe si indaffaravano come matte a raccogliere tutto quello che potevano: fiammiferi, panni, brocche dell’acqua, le galline e gli avanzi di cibo.
“Sbrigatevi!” gridò Abbie, ma la sua voce rimase soffocata nella tempesta. Avevano appena raggiunto l’ultimo gradino, al piano superiore, quando d’un tratto si udì un forte rumore giù dabbasso.
“Che cosa succede?” chiese la mamma.

Abbie scese pian piano le scale, con prudenza. E all’improvviso, con gli occhi spalancati dal terrore, esclamò: “C’è acqua dappertutto!”
La mamma si strinse le bimbe intorno a sé. “Voglio papà!” gridò Mahala, scoppiando in lacrime.
“Lo sai che non può mettersi in mare, con questo tempo,” le rispose sua madre, accarezzandole i capelli. “Tornerà a casa non appena il mare sarà di nuovo calmo.”
Abbie lavorò tutta la notte. Scaldò l’olio, mise in ordine gli stoppini, riempì i serbatoi. Aveva i piedi tutti intirizziti, dopo tanto correre in mezzo all’acqua per raggiungere la torre sud.
Fuori, la burrasca mugghiava come un animale selvaggio. La mamma e le bimbe stavano rintanate sotto le coperte di lana, una stretta all’altra, sonnecchiando e risvegliandosi all’improvviso, spaventate dal rumore di tuono delle onde, che venivano a infrangersi contro la torre.

Abbie pensava alle barche che navigavano a fatica, nel mare procelloso, cercando di non andare a cozzare contro gli scogli sporgenti tra le onde, come denti di pescicani. Pensava a Ben perduto là fuori, in mezzo alla tempesta. “Qualunque cosa succeda, Abbie,” continuava a ripetere tra sé, “non darti per vinta. Continua a tenere le luci accese!”
Per due volte dovette uscire, camminando sulla passerella scivolosa. Stringendo i denti, si impose di non guardare i flutti rabbiosi che salivano fin sul lato della torre. Aggrappata disperatamente alla sbarra di ferro, cercò di camminare più veloce che poteva sul ghiaccio scivoloso, e riuscì a tornare indietro arrampicandosi.
Alle volte sentiva talmente tanto gli occhi cascarle dal sonno che il suo unico desiderio era quello di rannicchiarsi sotto le coperte e dormire. “Ma non finisce mai questa tempesta?” si chiedeva tra sé, mentre le forze fisiche minacciavano di abbandonarla. Ma la volontà che aveva di riuscire era più forte della voglia di dormire. Ogni ora che passava teneva le luci ben accese, mentre il faro cercava di resistere contro la tempesta.

Quando finalmente spuntarono i primi bagliori fiochi dell’alba, nel cielo turbolento, uno strano pensiero balenò nella mente della bimba. “Anche mentre dormivo, sono riuscita a badare alle luci. Sono diventate parte di me, come io sono diventata parte di loro.” .
Anche se il peggio della tempesta era passato, il vento continuava a sferzare le onde, mentre le ore diventavano giorni e i giorni diventavano settimane. Eppure, il mare in burrasca continuava a tenere il babbo lontano da casa.
Per non morire di fame, fu necessario razionare le ultime scorte di cibo. Per quattro lunghe settimane, Abbie, la mamma e le tre sorelle sopravvissero mangiando soltanto un uovo a testa e una tazza di pappa di grano al giorno.
Per tutto quel tempo, le luci non si spensero nemmeno una volta. Neanche un’imbarcazione affondò e nessun navigante perse la vita.
Una sera, finalmente, la bimba vide un puntino laggiù, all’orizzonte. Cominciò a pregare: “Gesù…fa’ che sia il mio papà!” . Pian piano, il puntino prese i contorni di una barca e, mentre il sole si eclissava dietro il mare, il babbo approdò a riva con l’imbarcazione. Abbie scese in fretta le scale, per corrergli incontro a dargli il benvenuto.

Suo padre la prese tra le braccia, la strinse forte a sé ed esclamò, raggiante in volto: “Ce l’hai fatta, Abbie! Non sai quante navi, guidate dalle tue luci, sono arrivate sane e salve fino a Rockland. Proprio così, figliola…Sei il miglior guardiano del faro della costa!”
Alla bimba vennero le lacrime agli occhi. Dentro di sé si sentì tutta orgogliosa di chiamarsi Abbie, la guardiana del faro.

Epilogo
Dopo essere sopravvissuta alla peggior tempesta che si fosse mai abbattuta sulla costa della sua regione, negli ultimi due secoli, per altri sette anni Abbie aiutò suo padre a badare al faro di Matinicus Rock. Quando il babbo andò in pensione, la giovane Abbie divenne l’assistente del Signor Grant, il nuovo guardiano, e si innamorò del figlio Isaac, che poi sposò, nel 1861. Tutt’e due lavorarono come guardiani del faro, ancora per quattordici anni. Tutt’e quattro i loro figli nacquero a Matinicus Rock. Per fare la guardia al faro, Abbie riceveva uno stipendio di 440 dollari (circa 400 Euro) all’anno.
Nel 1875, venne trasferita con il marito alla Stazione di Fari di Whitehead (nello Stato del Maine). Visse fino a 52 anni, dopo aver lavorato per trentotto anni come guardiana di faro. Prima di morire, nel 1892, scrisse: “Mi chiedo se la mia anima, dopo aver lasciato questo corpo consumato, continuerà ad essere anche in cielo una guardiana di faro. Se mai avrò una tomba, vorrei che fosse fatta a forma di faro.” . Cinquantatre anni dopo, il suo desiderio fu esaudito e un piccolo faro in miniatura, (come quello di Matinicus Rock), venne piazzato sulla tomba.

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