Vita al faro

Racconto di Andrea Peggion

Sabato 19 Marzo 1983
In una tenue mattinata d’inizio primavera, portato una vedetta della Marina Militare Italiana, arrivo sull’isolotto della Formica Grande, nel gruppo delle Formiche di Grosseto, dove è situato il faro.
Questo è il mio secondo incarico di guardiano del faro su un’isola da solo.
La giornata è cominciata presto: all’alba ho raccolto le mie cose, dato un bacio a mia moglie Luisa, e alla mia bella bimba Irene, dai riccioli neri, poi sono sceso sulla banchina dove c’erano il capitano e i marinai che m’avrebbero portato alla nuova assegnazione.
Ero perfettamente in orario. Ho salutato quegli uomini e, con un salto, sono salito a bordo del natante. Il cuoco m’aveva preparato un caldo caffè, il secondo della mattina: l’ho bevuto con avidità. Bere caffè è una mia piccola debolezza: posso rinunciare a tutto, anche alla birra, ma il gusto amaro e ristoratore, di questa bevanda m’aiuta a superare tutte le avversità mettendomi in pace con me stesso e con gli altri. Quei marinai lo sapevano e, non invidiandomi per quel mio nuovo servizio, me l’avevano offerto appena salito a bordo.
Il viaggio non è stato molto lungo né difficoltoso, anche se il mare era un po’ agitato. Da Piombino, dove abito, ci sono volute circa cinque ore per arrivare allo scoglio sul quale mi hanno lasciato a sorvegliare la navigazione notturna delle navi.
Alla partenza mi sono messo a sedere vicino al ponte, con accanto la mia sacca. Li dentro c’è tutta la mia vita: il passato (le fotografie delle mie donne, una lettera di Luisa, un orsetto che Irene ha voluto assolutamente che portassi con me), e il mio futuro (i vestiti, qualche medicina, i libri che leggerò o rileggerò, l’indispensabile Zeiss, cannocchiale della Marina Tedesca, la macchina fotografica con molti rullini, e, carta, penna, buste).
Il vento fresco d’inizio primavera mi tagliava il viso ma mi dava anche una piacevole sensazione.
Arrivato a destinazione c’era Cipriani, il farista che mi ha preceduto in questo solitario impegno, che m’aspettava con ansia:
«Ti ho lasciato la dimora tutta pulita e ordinata come non avrebbe fatto neanche tua moglie. » Mi ha detto, quasi aggredendomi, il compagno smontante. « Vedi di non metterla troppo in subbuglio e non lasciarti andare alla malinconia o a sentimenti di solitudine».
È salito subito nel barchino, non aspettando neanche che fossero finite le operazioni di scarico dei viveri e delle altre cose che sarebbero servite alla manutenzione del faro. Aveva fretta, una maledetta impazienza di lasciare quel sito solitario e ramingo, in cui aveva vissuto per tre mesi: quelli più duri, quelli dell’inverno.
Io ho un incarico più lungo (un anno) che devo passare da solo o con al massimo la visita della mia famiglia in estate. Licenze non posso prendermene e, d’altra parte, sono stato io a scegliere quel lungo tempo di destinazione perché così ho diritto ad una paga più alta e perché, visto che questo è il mio lavoro, lo voglio fare per intero senza spezzettamenti.
Appena sceso sul piccolo moletto gli addii e poi solo a guardare come potevo sistemarmi.
L’isolotto, molto piccolo, ha scogli a picco per tre quarti, una spiaggetta di sassi lunga circa dieci metri e l’approdo su cui sono sbarcato. Alla sua sommità, undici metri sul livello del mare, sta il faro, quello che sarà la mia casa per i prossimi dodici mesi. Per arrivarci c’è una mulattiera, in parte cementata. L’ho percorsa lentamente trascinando la sacca e una delle casse che avevano scaricato i marinai, le altre le ho portate in viaggi successivi, ma tutte entro la giornata.
Dopo essermi sistemato mi sono messo a sedere su un sasso di fronte all’entrata: è una giornata nebbiosa e non si vede altro che mare.
Sono solo, padrone di tanta acqua, di me stesso e del fabbricato: nello stesso tempo mia dimora e strumento di lavoro.

Sabato 19 Marzo ore 19.00
La prima giornata è passata velocemente, ora il buio sta per allagare questo desertico paesaggio. Bisogna iniziare il lavoro. Mi metto subito al “posto di comando”, che è una consolle con una potente radio ad onde corte e un quadro comandi elettrici per manovrare il faro e un radar. Comincio con accendere il “lampione”, poi comunico con la Capitaneria del porto di Piombino che tutto si sta svolgendo secondo copione e che sto per iniziare il mio servizio.

Domenica 20 Marzo ore 6.00
Passata tutta la notte seduto alla consolle.
Sono abituato a questo lavoro e, nonostante che sono in piedi dalle cinque del mattino precedente, non sento la stanchezza. Nella notte ho bevuto quattro caffè e fumate molte sigarette. Il sole pallido dell’alba sta sorgendo, facendo intravedere la lontana maremma; comunico alla Capitaneria il rapporto su quello che è successo nel frattempo: «Questa notte non è accaduto nulla!»
Finalmente a dormire.
Il letto, come molti altri dello stesso tipo, è una specie di cuccetta incassata nel muro; accanto al giaciglio c’è un piccolo mobile con una sveglia e un avvisatore di chiamata collegato con la radio.
Sono stanco morto e ho un gran sonno.

Domenica 20 Marzo ore 21.00
Mi sono svegliato alle due del pomeriggio.
Riposato, sono andato in cucina, una piccola stanzetta rotonda situata accanto all’ingresso, a prepararmi qualcosa da mangiare.
Il pranzo di un guardiano del faro è composto per lo più da cibo conservato, salvo le cose fresche che vengono portate dalla Motovedetta, il che succede una volta ogni quindici giorni, se il viaggio è possibile, o più se ci sono mareggiate.
E’ il secondo giorno che sono qui e ho ancora moltissime cose da consumare senza intaccare quelle congelate o in scatola, così mi sono cucinato un piatto di pasta al pomodoro e una bistecca. Il pane, preso il giorno prima, è ancora fresco, me lo gusto con piacere sapendo che nei prossimi giorni devo accontentarmi di quello raffermo. Una bottiglia di birra ha completato il pasto.
Dopo quel dovuto servizio e dopo essermi preparato dei panini per la sera, sono uscito dall’edificio e ho cercato d’esplorare un po’ l’isola.
La giornata è umida e serena ma non fa tanto freddo pur essendo la fine Marzo. L’isolotto m’appare meno desertico di quanto pensassi, circondato come è da una folta vegetazione mediterranea, per gran parte composta da piccoli arbusti, ginestre e bacicci (il così detto “finocchio di mare”) che raccoglierò per metterlo sotto aceto.
Sulla scogliera più alta scopro molti nidi di gabbiani e berte.
Mi riprometto di tornare a vedere gli uccelli il giorno successivo con il cannocchiale e m’avvio di nuovo al faro per iniziare la seconda nottata di lavoro.
Prima di prendere servizio mi sono rasato come facevo a Piombino ogni volta che andavo a lavorare in Capitaneria. Davanti a me, impresso nello specchio mi è apparso il volto di un uomo, il mio volto. Sono ancora molto giovane anche se il quotidiano contatto con il mare mi ha fatto nascere qualche ruga; i capelli sono corvini e gli occhi, neri anch’essi, sono protetti da un paio d’occhiali quasi rotondi con lenti astigmatiche. Il mio viso lungo è interrotto da un paio di baffi che amo non far diventare mai troppo folti. La corporatura è longilinea e asciutta, priva di pinguedine.
Dopo la barba, a casa, indossavo la divisa da sottufficiale sempre perfettamente in piega, qui… a che pro, preferisco i miei jeans e la camicia con il taschino dove tengo la penna, le sigarette e l’accendino, uno “Zippo” originale comperato a Livorno.

Lunedì 21 Marzo ore 6.00
Finto il mio turno di lavoro.
Di notte, la radio sempre accesa mi ha fatto sentire le voci degli occupanti i carghi che passavano vicino all’isola. Erano voci sconosciute e cieche; mi sono immaginato i volti di chi le pronunciava, li vedevo rugosi, scavati dalla salsedine, con pensieri lontani, alle loro famiglie e alle donne che li aspettavano a casa. In fondo i marinai sono come me: solitari in mezzo al mare, ad aspettare il giorno del ritorno sulla terra ferma.
Penso che navigare o stare in una piccola isola sia la stessa cosa: se è vero che il viaggiatore di mare vede cambiare il colore dell’acqua e del cielo spostandosi, altrettanto succede all’isolano pur, non movendosi mai.
Oggi il cielo è un po’ nuvoloso e il sole ha fatto fatica a scalare tutte quelle strisciate grigie di vapore colorandole d’oro ogni qual volta ci passava accanto.

Giovedì 24 Marzo ore 17.00
Ho passato questi giorni lavorando e completando l’opera d’esplorazione. Ho anche incominciato a segnare tutte le specie di abitanti che ci sono sull’isola, sia vegetali sia animali aiutandomi per riconoscerli con un librone sulla fauna e flora mediterranea, così ho scoperto una strana chiocciolina che possiede una conchiglia destrorsa, a forma d’uovo, la cui la cui bocca è ornata di pieghe o di denti. Sono anche riuscito a trovare il nome degli abitanti la numerosa colonia di lucertole: sono lucertole muraiole (che ho letto essere endemiche di questo sito, le “podarcis sicula roberti”).
Ho trovato un rifugio fra le rocce e gli arbusti dove potrò osservare la vita degli uccelli senza essere visto e senza disturbarli.
Molte lucertole sostano davanti all’entrata del faro, con loro ho fatto amicizia tanto che riesco a riconoscerle una per una. Questi simpatici rettili vengono accanto a me a prendere il sole e a chiedere cibo. Io le nutro con briciole di pane, qualche verdura e pezzetti piccoli di carne, frutto dei miei avanzi. Pian piano si sono avventurate anche dentro la mia “casa”, sempre con molta circospezione, quasi sapendo che quello è un luogo a loro proibito. Alcune sono più timide e non s’avvicinano mai a me, altre addirittura salgono sul palmo della mia mano facendosi accarezzare.
A loro racconto della mia vita trascorsa o di quello che m’accade la notte, poco a dir la verità, e confido i miei progetti.
Le mie lucertole non rispondono ma sembrano capire, e io sono felice d’avere qualcuno che mi faccia compagnia. Diverso è il rapporto che ho con gli uccelli: anche a loro do da mangiare ma questi non s’avvicinano, stanno in aria fino a che io non sono andato via e poi vanno a beccare quello che gli ho lasciato.

Sabato 26 Marzo ore 19.00
Oggi ho aggiustato la piccola barca che ho in dotazione. Non era ridotta troppo male: ha avuto solo bisogno di essere ridipinta e in qualche parte stuccata. E’ una barca a remi lunga circa tre metri che si chiama Angela. Mi ha sempre divertito leggere i nomi delle barche, anche di quelle grandi, che sono per lo più femminili; ritengo che ciò dipenda dal fatto che ci s’affida a quei legni un po’ come si fa con le donne che ci fanno percorrere luoghi sconosciuti ma alle quali si chiede anche protezione.
Ho mantenuto i colori che aveva “Angela”: rosso per lo scafo e verde per l’interno, d’altra parte non avevo neanche molta scelta, potevo al massimo fare qualcosa con il giallo, perché solo barattoli di verde rosso e giallo ho nel magazzino del faro. Quando la vernice si è seccata ho passato sulla barca due mani di coppale forte e densa, quella che dovrebbe resistere bene al salmastro. Sono arrivato a sera mangiando solo un panino stanco morto ma felice del risultato. Domani se il mare lo permette proverò a adagiarla in acqua: ho una gran voglia di remare e respirare a pieni polmoni quest’aria pura e salata e poi voglio esplorare una caletta che ho visto dall’alto; mi sembra che i suoi scogli siano pieni di cozze e l’idea di una bella mangiata di mitili mi mette allegria.

Domenica 27 Marzo ore 22.00
Ho appena parlato col radio telefono con Luisa ed Irene. Sentono la mia mancanza come io sento la loro. Mia moglie mi ha detto che ha portato la bambina a fare una passeggiata sul molo per fargli vedere dove il babbo lavora. Irene non riusciva a comprendere che laggiù lontano in mezzo al mare ci fosse uno scoglio sul quale suo padre stava a far funzionare il faro, non riuscendolo a distinguere con gli occhi. Ho detto a Luisa di portarla al faro di Piombino per spiegarle bene il mio lavoro. Spero che durante l’estate vengano a trovarmi così potrò fargli conoscere questo luogo e forse capirà meglio cosa faccio.

Lunedì 28 Marzo ore 23.00
Ho varato la barca.
Avevo un po’ d’emozione nel fare le prime remate: sono solo, se mi succedesse qualcosa non potrei salvarmi, ma la voglia di mare è troppo forte. Inizio a navigare verso le dieci con il vento leggero e, sull’acqua, solo poche increspature. Velocemente mi sono portato a circa cinquanta metri della costa e poi ho remato ancora fino a vedere tutta l’isola. Ho imprecato per non aver portato la macchina fotografica: sarebbe stata una bella occasione per costruire delle immagini da mandare a casa. Dopo un’ora che ero in mare si è alzato il maestrale che mi ha costretto ad avvicinarmi all’isola così mi sono messo al riparo dal vento e ho gettato l’ancora gustandomi il dondolio e i pesci che saltavano a largo. Il mare poi è cominciato ad alzarsi e il vento a rafforzare perciò dopo circa tre ore che ero sulla barca sono tornato a riva, a dire il vero con un po’ di fatica. Erano le tre del pomeriggio, un pomeriggio limpido e fresco. Avevo fame e ho tirato fuori dalla “cambusa” una braciola e delle patate che ho mangiato con avidità. Di solito il pomeriggio faccio un sonnellino per prepararmi alla nottata di lavoro ma oggi non mi sono addormentato preferendo stare sulla sdraio a osservare il mare. Le onde s’erano fatte sempre più alte; stormi di gabbiani si tuffavano a turno nelle acque agitate io li guardavo e pensavo alla fine marzo dello scorso anno. Esattamente il ventinove mi trovavo sulla vedetta della Capitaneria che andava in un isola di fronte all’Elba: dovevo sostituire un farista per due settimane (compresa quella di Pasqua).
Partimmo la mattina presto, la barca era piccola e non proprio veloce: un residuato della Seconda Guerra Mondiale, non si sa perché, ancora funzionante. L’andatura era lenta; appena uscimmo dal porto c’investì un forte mare, agitato, anche quel giorno, dal maestrale. Il natante stentava ad andare avanti; le onde lo sollevavano in alto per poi farlo ricadere pesantemente sull’acqua. Noi, io e il capitano, stemmo per qualche minuto in silenzio poi lui attaccò:
«Hai paura?»
«No sono abituato a stare in mare, mio padre mi portava spesso a pesca sul suo piccolo gozzo, ed erano i momenti più belli.»
«Questa specie di guscio di noce sembra debba schiantare da un momento all’altro, ma t’assicuro, che qui io mi sento più tranquillo che nelle motovedette che ci hanno mandato quattro anni fa.»
Intanto onde sempre più alte schiaffeggiavano il ponte trasformandosi in ampi schizzi e la barca continuava a salire e scendere nei liquidi avvallamenti, fra sbuffi e gorgoglii. Io stavo a prua, in piedi, gustandomi il vento sferzante e mi sembrava quando ero bambino che passavo i pomeriggi di libeccio al molo ad osservare le onde sempre diverse, che sbattevano sugli scogli e m’avvolgevano di minuscole, e perlacee, goccioline salate, che pungevano il mio volto come spilli. Ho sempre amato il mare in tutte le sue forme ma di più quando l’acqua era agitata e mi “trasportava” col pensiero ad avventure di tempeste in mari sconosciuti ed infidi.
Finalmente, dopo due ore circa con ampia manovra, difficile, ma estremamente pulita, il capitano portò il natante controvento, s’avvicinò al piccolo molo e attraccammo. Io traballando scesi e salutai il compagno cui davo il cambio, trovandomi, dopo pochissimo, solo.
Le settimane, le mie prime settimane da eremita, passarono velocissime, tanto che non ebbi neanche la possibilità di capire quello che stavo facendo. Certo a ripensarci fu un’esperienza importante: mi piacque l’essere isolato da tutto quel mare e mi piacque il vento forte che sferzò violento per tutto il tempo, alternando schiarite a scrosci e grandine.
Forse fu li che mi nacque l’idea d’andare a lavorare in un posto inabitato, ma non ne ero cosciente; c’è stata poi l’occasione del servizio alle Formiche che ha fatto desiderare quest’esperienza, nonostante i dubbi che aveva mia moglie, preoccupata di tanto sacrificio.

Mercoledì 30 Marzo ore 24.00
Il vento oggi s’è calmato e il mare lungo mi ha permesso di ritornare sulla barca. Faceva freddo e ho indossato il giubbotto impermeabile e gli stivali. Stavolta avevo con me il cannocchiale e sono andato a largo per vedere cosa succedeva al mio faro quando ero assente. Fin da quando sono qui mi sono sempre domandato che fanno gli animali dell’isola quando dormo. Gettata l’ancora a duecento metri dalla riva sono stato a guardare per circa due ore. In realtà quasi subito mi sono allontanato dal mio primo intendimento non notando nulla di particolare e mi sono messo ad osservare i gabbiani che pescavano e i pesci che saltavano.
La primavera a mare e cominciata da circa un mese e mezzo ed è tutto un brulichio di vita e di morte.
Penso che, per osservare meglio quello che succede sotto l’acqua, mi farò mandare uno di quei secchi con il vetro infondo, che usano i pescatori delle lampare: sono sicuro che così potrò vedere le cose meravigliose che accadono sotto l’acqua e su questo fondale basso di scogli, sabbia e posidonie.
Tornato a terra ho voluto subito comunicare al sottufficiale di turno il mio desiderio d’avere quello strumento. Lui mi ha promesso che farà di tutto per procurarmelo e mi ha anche detto che fra due giorni verrà a trovarmi con la motovedetta per portarmi altri viveri, la posta e per vedere come me la cavo.
Quando arriveranno saranno passati dodici giorni da quando sono sull’isola. Sento la mancanza di contatto umano, mi mancano soprattutto mia moglie, mia figlia e i miei genitori, ma non ho nostalgia della civiltà: in fondo qui ho quanto mi basta e poi faccio anche lunghe chiacchierate con gli altri faristi o con i marinai delle navi che mi passano vicino; decisamente m’aspettavo di stare peggio.

Venerdì 1 Aprile ore 19.00
Stamattina alle 11.00 sono arrivati i colleghi di Piombino portati dallo stesso vecchio barchino che ho descritto parlando del mio sevizio di un anno fa. Subito mi hanno fatto vedere il visore che avevo chiesto a Scano due giorni prima.
«Ma a cosa ti serve questo aggeggio? » Mi ha subito chiesto il capitano Bisoli.
«Per ora non l’utilizzerò per pescare ma per guardare il fondo e la vita dei pesci.»
«Di’ non sarai mica un naturalista, è?»
«No è per passare il tempo; certo se troverò qualche polpo non lo lascerò mica lì, ho appena rimesso a posto, affilando le punte, una vecchia fiocina che ho trovato nel magazzino…»
«Sai Elio io quasi, quasi t’invidio: te ne stai qui tutto solo padrone di te stesso e non devi rendere conto a nessuno, mentre io: ora i signorsì, ora i problemi con i marinai che mi manda l’ufficio di leva e poi a casa la moglie i figli…» ha proseguito il Capitano –
Io lo ho lasciato dire senza rispondergli comprendevo che era solo uno sfogo. Per ciò che mi riguarda sono il primo a non capire se questa esperienza è una fuga dalle preoccupazioni o solo un lavoro che mi piace. Sono, però, convinto che alla fine di questa prova sarò un’altra persona, perché tutte i cambiamenti ci trasformano, e particolarmente quelli forti, come la vita che sto facendo in quest’isola.
I marinai sono rimasti a pranzo con me per festeggiare anticipatamente la Pasqua. Abbiamo mangiato dell’ottimo pollo arrosto e brindato con dello spumante. Mi hanno lasciato anche qualche bottiglia di vino buono affinché io possa berlo alla loro salute, appunto, il giorno di Pasqua.
Quando se ne sono andati ero un po’ triste infondo ho sempre amato conversare con i miei colleghi e le loro risa mi mancheranno di certo.
Per ultimo mi ha salutato il sottufficiale Scano donandomi una canna da pesca e delle lenze, che s’aggiungeranno all’attrezzatura che ho in dotazione, dicendomi di comunicargli tutti i dentici e le orate che sarei riuscito a pescare in questo meraviglioso mare mentre lui al massimo salperà qualche muggine nel porto di Piombino.

Venerdì 1 Aprile ore 23.00
Ho letto le due lettere che mi hanno scritto rispettivamente mia moglie e mia figlia. Nella prima c’era il racconto dei giorni trascorsi da sola, il desiderio di rivedermi presto e la tanta nostalgia, che per altro condivido. La seconda era un pensierino di mia figlia che frequenta la prima elementare e ha appena incominciato a scrivere: sul foglio c’era segnato “caro babbo ti voglio tanto bene torna presto”. Penso che il concetto sia suo ma le parole siano state messe sotto dettatura.

Domenica 3 Aprile ore 15.30
Pasqua.
E’ la seconda pasqua che passo in un faro. Un anno fa c’era la novità e il fatto che dopo due giorni sarei tornato a casa, ora la solitudine mi accompagnerà per molti mesi ancora. Alle tredici c’è stata la telefonata dei miei (moglie figlia e genitori) i quali prima del rituale pranzo erano andati alla Capitaneria per collegarsi con me.
Ho parlato anche con mia figlia e Luisa. Mi è molto dispiaciuto non essere presente quando Irene ha rotto l’uovo di cioccolato per cercarci la sorpresa.
Calorosi saluti. Qualche lacrima che mi ha commosso e il tentativo di consolarmi (consolarsi) per questa festa passata divisi. Al solito ero più io che cercavo di rendere poco significativa la separazione.
Il mio babbo è malato: sono in pensiero per lui.
Quando è terminata la conversazione, preso dalla tristezza, mi sono bevuto una bottiglia del vino che mi hanno portato venerdì i miei colleghi. Il sonno mi sta invadendo e penso che mi getterò in branda per qualche ora prima di prendere servizio.
La giornata è grigia ma non piove; tutto è in tono: la mia solitudine, il mare piatto, il cielo nuvoloso.

Domenica 3 Aprile ore 23.00
Segnalo solo che verso le 17.00 il cielo si è aperto ed è scoppiato un meraviglioso tramonto. Sento un profondo odio per le feste che amplificano, quando si è soli, il nostro isolamento. Ma oggi è Pasqua e sono da separato dai miei cari mentre vorrei vivere questo giorno con mia figlia, mia moglie e i miei genitori. Domani sarà la stessa cosa ma ora fa più male.
In lontananza uno stormo, mi pare, di rondini sta volando verso nord la primavera si sta annunciando.

Mercoledì 6 Aprile ore 5.00
Sto per smontare.
La notte è stata faticosa, la radio sempre accesa non mi ha permesso neanche di alzarmi un minuto dalla consolle. Da qualche parte nel mare, tra la mia isole e l’Elba, un piccolo natante, probabilmente un cabinato a vela, era in difficoltà a causa di un’avaria al motore e di una falla nello scafo. Io ho fatto da ponte per i collegamenti radio con la Capitaneria di Porto Santo Stefano e la Delegazione di Spiaggia di Castiglione della Pescaia.
Dopo il S.O.S. che ha lanciato “Cristina seconda”, così si chiamava la barca, che io, come molti altri colleghi, ho raccolto, sono partite alcune motovedette appunto da Castiglione della Pescaia, da Porto Santo Stefano e da Marciana nell’Elba. Tutto si è risolto bene e, nonostante la notte senza luna, i vari mezzi impiegati hanno salvato la vita ai dieci (quattro uomini, tre donne e tre bambini) sfortunati passeggeri.
Sembra che sia scoppiato qualcosa nel motore e che questo abbia prodotto la rottura dello scafo. Per fortuna il mare era quasi calmo e la falla non troppo ampia. C’è stato, infatti, tutto il tempo di salpare i gommoni di salvataggio e indossare i giubbotti auto gonfianti. La barca comunque è andata perduta.
Ho sentito le voci di alcuni naufraghi i quali hanno voluto, per radio, ringraziare tutti quelli che hanno contribuito al loro salvataggio: mi sembravano esaltati, come se la gioia per lo scampato pericolo gli avesse fatto dimenticare quello che hanno perso; evidentemente deve essere una esperienza euforica vivere per qualche ora sul baratro della morte e poi essere strappati via e riportati nuovamente alla vita.
Sono molto contento del lavoro svolto che mi ha tenuto in ansia per tante ore. Io trascorro molte giornate in cui dubito che quello che faccio serva a qualcosa e penso d’essere in un esilio solitario, ma sono le serate come quella che ho vissuto che mi permettono di ricostruire il senso del mio lavoro e dei miei sacrifici.

Domenica 10 Aprile ore 6.15
Ieri 9 Aprile alle 12.00 circa sono uscito di nuovo con la barca.
Il mare era calmo, invaso da una leggera foschia e senza vento, e le previsioni parlano di tempo stabile per almeno altri tre giorni. Decido che posso andare a visitare Formica Piccola che dista circa cinquecento metri circa dalla mia isola. Metto un paio di panini, due bottiglie d’acqua e una di birra sulla barca; porto con me anche una borsa impermeabile con la macchina fotografica e il cannocchiale; oltre a ciò l’attrezzatura di salvataggio: un giubbotto auto gonfiabile e il salvagente di sughero ricoperto da una tela impermeabile dipinta di bianco e rosso.
Dopo alcune remate sono già fuori della piccola baia d’attracco. Il sole sta scaldando sempre più l’aria e decido di togliermi l’ingombrante giubbotto per restare in maglietta.
Lentamente, ma vigorosamente, m’avvio verso il canale che separa le due isole e incomincia a disegnarsi il profilo dello scogli su cui sono diretto. Mi fermo e subito fotografo sia la mia isola sia Formica Piccola. Tutte e due sembrano magiche apparizioni visto che sono circondate alla base da un po’ di nebbia, da cui spiccano le rocce per l’una, e le rocce e il lampione per l’altra.
Con vigore riprendo a remare e m’avvicino alla meta. Quando sono poco distante da essa decido di circumnavigarla per trovare il migliore approdo. L’isola non ha poti ne naturali ne artificiali, ma, sul lato a sud, scorgo una piccola baia nella quale posso ormeggiare e salire sopra uno scoglio senza bagnarmi.
Incomincio ad esplorare il sito e lo scopro brullo, ci sono solo i soliti bacicci qualche lentisco. Sulle rocce poca terra, per lo più sabbiosa. Noto anche qui le lucertoline che mi fanno compagnia al faro e qualche gabbiano di vedetta. Mi sdraio sul posto più alto: sei metri sul livello del mare; sono le tredici e trenta e posso godermi tutto il magico paesaggio. M’addormento al sole pallido di mezzo Aprile. Quando mi risveglio, circa un’ora dopo, la foschia si è quasi del tutto dissolta. A sud, non molto distante Formica Terza, poco più che un mucchio di rocce; a nord il mio faro che appare oltremodo isolato e ramingo; ad est, sullo sfondo, appena visibile la costa grossetana; ad ovest e tutt’intorno mare, mare e poi mare. Forte m’attanaglia una sensazione di solitudine: sono ben poca cosa io e altrettanto lo è la mia dimora; lontano c’è il mondo con i suoi rumori e le persone, queste ultime sono ciò che mi manca di più in questo momento. Scaccio via i neri pensieri e scarto i panini che mi sono portato dietro. Avido li mangio innaffiandoli con la birra. In lontananza un gruppo di gabbiani si tuffa pescando probabilmente sardine. Le stesse sono inseguite da alcuni predatori forse spigole o tonnetti. Cammino ancora un po’ scoprendo grotte e faraglioni, osservando, nella splendida trasparenza di queste acque, un gruppo d’occhiate che si muovono in cerca di cibo. Lancio loro dei pezzi di pane che mi è avanzato e le vedo sbollare frenetiche. Scatto foto.
Alle quattro circa, decido di riprendere il mare: ho ancora due ore di sole e voglio vedere se il menu di domani si può arricchire con pesce fresco. Rapide remate mi portano sul banco di sardine che pesco e poi uso come esche. Sono fortunato: riesco a salpare due grosse spigole. Domani con un po’ di brace mi cucinerò un delizioso arrosto.

Ore 18.25
Al tramonto attracco sul mio piccolo porticciolo. Sono di nuovo a casa. Felice porto il bottino in cucina e lo ripongo nel frigo, poi mangio un po’ di formaggio, dei pomodori e salgo ad accendere il lampione e la radio.
«Sono Bardi il farista delle Formiche, » comunico alla Capitaneria di Porto «sto per iniziare il mio turno.»
Mi risponde la voce amica di Scano:
«Tutto bene?»
«Si benissimo, speriamo che la nottata passi tranquilla. Come vanno le cose a Piombino?»
«Il solito tran, tran. Di novo ci sono solo gli scioperi degli operai delle acciaierie che stano rischiando posti di lavoro.»
«Certo che deve essere dura per loro!»
«Già mentre a te che fai l’eremita per settecento mila lire al mese…»
«Io non mi lamento – mentisco – infondo ho un lavoro sicuro e…»
«Scusa il Capitano mi chiama: ci devono essere beghe con i pescatori. Buon lavoro!»
«Anche a te.»
Il flebile contatto radio con il compagno si interrompe quasi di botto.
Trascorro il mio turno fra le voci delle navi che passano e comunicano fra di loro, qualche sonnellino e la rilettura di “Linea d’ombra” di Joseph Conrad: calma piatta; la nave aspetta che il vento faccia gonfiare le vele per ripartire verso i porti d’oriente. Leggo:
” Con l’ancora levata e le vele spiegate la mia nave rimaneva immobile, simile ad un modello di veliero posto tra le luci e le ombre di un marmo levigato. In quella misteriosa calma delle forze immense dell’universo non era possibile distinguere la terra dall’acqua.”

Ore 7.10
Sto per scendere nella mia cuccetta, il sole pallidissimo si è appena levato dalle sfumate colline maremmane, che solo all’alba intravedo.
Stanotte tutto tranquillo.
Spengo il lampione; fra poco il sonno mi invaderà come la luce sta per fare sulle rocce acute della mia dimora.
Dopo di ciò un’altra notte.

Martedì 12 Aprile ore 24.35
Altra uscita in mare.
Nel primo pomeriggio ho deciso di mettere la barca in acqua. Avevo semplicemente voglia di remare. Il mare era calmo e io mi sono allontanato con foga dalla costa per quasi un miglio verso nord – est, cioè verso Castiglione della Pescaia. Speravo di vedere la città ma la lontananza, e forse anche la curvatura dell’orizzonte, me lo ha impedito. Sopra la linea del mare spuntavano solo i monti di Tirli avvolti nella foschia che il sole basso un po’ mitigava. Dopo due ore, sudato, mi sono fermato e ho gettato l’ancora. Ansimavo per la gran fatica ma sono stato poco immobile sull’acqua perché il suo dondolio mi dava la nausea e poi ancora non avevo sfogato la rabbia. Si, portavo con me una dirompente rabbia che volevo buttar fuori. Sento che la mancanza di esseri umani mi pesa molto. Vedo solo mare intorno a me oltre alle luci lontanissime della costa, quelle infinitesime degli aerei e le multicolori delle navi che passano. Nient’altro che questo, e il “compagno” radiotelefono, mi danno il senso di vivere in un mondo di uomini, ma tutto ciò e ben poca cosa, quasi sogni, e la mattina mi ritrovo solo sopra questi scogli. Allora il sonno mi cattura per disperazione, come un estremo tentavo che faccio per non vedere, per non essere l’unico di questa terra. Quando dormo difficilmente sogno: cado nel profondo dell’incoscienza restando al buio e mi sveglio di soprassalto, passando di botto dal sonno alla pienezza delle sensazioni. Mi ricordo che a Piombino, quando mi alzavo dopo il riposo, restavo sempre un po’ imbambolato, non riuscendo a connettere bene se non dopo il caffè. Qui il caffè lo prendo esclusivamente per ristorarmi e prepararmi alla lunga notte dove cerco di non dormire, per essere presente ad ogni chiamata, subito senza esitazione. Non faccio questo per diligenza o pignoleria nel lavoro, ma perché “bevo” ogni messaggio che mi capita di pescare, quasi fosse acqua della vita e perché queste sono le cose che mi danno il senso di esistere.
Oggi ho remato forte, violentemente e ho urlato a squarcia gola per quanto fiato avevo. Quando sono ritornato sull’isola non stavo meglio ma ero stanco e mi sono messo a sedere sul sasso di fronte alla porta del faro guardando nel vuoto. Ad un certo punto ho sentito quasi un formicolio sul piede nudo. Era un lucertolina che cercava qualcosa da mangiare:
«Ma non pensi altro che a mangiare tu? » Le ho domandato con tenerezza.

Mercoledì 4 Maggio ore 17.00
La primavera, che era appena cominciata quando sono sbarcato sull’isola, splende in tutta la sua bellezza. Sento una strana frenesia nell’aria, le farfalle incominciano a volare sui fiori nascenti delle ginestre e dei prati e con loro le api, le vespe e i calabroni. Anche i pesci vivono questo risveglio della natura: i muggini cominciarono a saltare e le sardine s’avvicinarono a riva. E’ un bello spettacolo guardare il brulichio di vita che c’è nell’acqua, ho anche preso a lanciarli del pane per farli avvicinare e per vedere sbollare le occhiate.

Giovedì 12 Maggio ore 23.00
Al faro c’è più di una canna da pesca ma io non ho più voglia di pescare. Preferisco mangiare le cose congelate che ho in frigo o quelle fresche che mi porta la Vedetta della Marina. Quello che più mi da fastidio è il veder soffrire e agonizzare i pesci mentre è più bello guardarli saltare o muoversi intorno agli scogli. Non è che sia diventato animalista o vegetariano, mangio spesso la carne o il pesce che ho in dispensa, ma quello è un’altra cosa: non sono io che gli ho dato la morte. Infondo il mio è un atteggiamento egoista: mi dispiace vedere morire quelli che sono diventati i miei amici e soffro anche solo all’idea di perderli, ma non mi curo di ciò che hanno fatto gli altri. In questo luogo solitario tutto mi è utile per combattere la mancanza di contatti umani. E’ vero che la sera parlo molto alla radio con i vari marinai e spesso anche con mia moglie e la bambina, (ne seguo, se pur da lontano, i progressi), ma con gli “amici” dell’isola è un’altra cosa.

Martedì 17 Maggio ore 18.00
La berta più coraggiosa, è venuta a mangiare accanto a me e io, pian piano, ho cominciato a farle capire che non sono pericoloso per lei tanto che, sempre più spesso, mi è venuta vicino. E’ cominciata così una profonda intesa fra noi. Gli ho scelto anche un nome: Ruben, per alcuni riflessi rossi che ha sulle penne e perché mi sembra un nome neutro, io, infatti, non so riconoscere il suo sesso.

Mercoledì 25 Maggio ore 20.00
Ruben è la mia più fedele compagna. Arriva quasi al tramonto stanca di quel tanto girovagare per il mare e s’accuccia accanto a me, mangia quel poco che gli lascio e spesso s’avvicina fino a che io possa carezzarla. Dopo, di solito, devo andare a lavorare ma lei resta lì nei pressi aspettando che al mattino le porti qualche altra cosa. Nella notte mi fa compagnia con quel suono strano che emette: all’inizio mi sembrava come un pianto di bimbo ma, poi, è diventato, per me, quasi una musica. Penso che, le famose sirene di Ulisse, potevano essere proprio le berte, le quali, con il loro cantare, fanno venire in mente cori di fanciulle o altre immagini dolci e fantastiche.

Domenica 5 Giugno ore 12.00
Preceduta da uno sfavillante lampeggio, e dal rombo dei tuoni, è arrivata la prima tempesta da quando sono nell’isola.
Ho passato tutta la notte a comunicare alle navi la distanza che devono tenere dal nostro piccolo arcipelago. Le onde, alte, s’infrangono fra gli scogli con prorompente periodicità. La vita sembra essersi fermata. Niente si muove, mentre un vento fortissimo e la pioggia che ci bagna quasi orizzontalmente, spazzano le rocce.
Non lascio la consolle neanche quando arriva l’alba e mi alzo solo per bere il caffè e mangiare qualche frutta. Nessuna nave, per ora, è in difficoltà ma capisco che il mio ruolo è indispensabile alla navigazione. Sono contento di stare sulla terra ferma: quelli che viaggiano sul mare certo stanno passando dei brutti momenti. Qualcuno mi comunica la difficoltà a portare avanti i natanti, altri sdrammatizzano dicendo d’aver visto ben altri fortunali. Ruben non si è fatta vedere da almeno due giorni: probabilmente se ne starà nascosta nel nido.

Giovedì 9 Giugno ore 18.00
E’ terminata la tempesta ma le onde in calata scoppiano ancora fra gli scogli. Il cielo e terso e il sole che sta per tramontare rende il paesaggio quasi fantastico immerso come è in una miriade di sfavillanti goccioline portate dal vento che ancora soffia forte.
Negli ultimi quattro giorni ho dormito solo dodici ore complessivamente, riposandomi, a tratti, nella sdraio messa vicino al “posto di comando”. Sicuramente i marinai nelle navi non hanno fatto di meglio.
Mi è arrivata la notizia che mio padre è ancora peggiorato: ha una febbre costante di trentotto gradi che nessuno sa togliergli. Sono molto preoccupato per le sue condizioni, in compenso Irene e Luisa stanno bene; forse verranno da me al principio di luglio. Ho una gran voglia d’abbracciarle.
Ho rivisto Ruben, era esausta, deve aver vagato molto per procurarsi del cibo; le ho dato un palombo che avevo scongelato per me. Lei un po’ l’ha mangiato, poi ha portato via dei pezzi. Probabilmente ha un compagno, o una compagna, e dei piccoli da accudire.

Martedì 21 Giugno ore 17.00
Sono quasi tre mesi che sto nell’isola e i suoi pochi sassi ancora non mi sono venuti a noia.
Mia figlia è stata promossa in seconda elementare; per me è una gran gioia. Quando l’ho saputo ho aperto una bottiglia di spumante che serbavo per l’occasione; l’ho anche versata un bel po’ intorno al faro per far brindare i miei piccoli amici.
Ruben è da un po’ di giorni che arriva da me accompagnata da altre due berte: probabilmente i suoi pulcini. Li ho soprannominati Panfilo (amico di tutti) e Selene (luna) sperando che siano di sesso diverso. Seguono sempre la madre (o il padre) e si fanno accarezzare anche loro; hanno una livrea marrone con riflessi rossi e la pancia bianchissima.
Presto arriveranno Irene e Luisa: li aspetto con la prossima Vedetta che dovrebbe venire il 4 o il 5 Luglio.
Le condizioni di mio padre sono stazionarie.

Sabato 30 Luglio ore 16.00
E più di un mese che non scrivo niente. Ho impegnato tutto il tempo con mia moglie e mia figlia. Che bello stare con loro, fare i bagni, prendere il sole, parlare, ridere e scherzare. Irene, che ha la pelle un po’ scura come la mia, si è abbronzata moltissimo mentre a Luisa gli sono schiariti i capelli già biondo oro. Ho consumato quasi tutti i miei rullini per fotografarle. Penso che quando Irene sarà grande le guarderà volentieri, ricordando questi momenti passati in assoluta libertà, con i suoi genitori, in un posto da favola.
Hanno fatto amicizia con i miei piccoli compagni anche se le berte si sono tenute a distanza e sono venute solo rare volte per mangiare, ciò nonostante una notte ho portato Irene e Luisa nel mio rifugio sopra la scogliera e gli ho fatto sentire lo splendido canto che intonano quegli uccelli. All’inizio la bambina era un po’ impaurita, poi anche lei ha apprezzato la loro “musica”.
Oggi sono decisamente triste; è da tre giorni che sono partite. Rivedrò la mia famiglia fra otto mesi e già mi mancano i loro abbracci.
La febbre di mio padre non passa e peggiora lentamente il suo stato di salute. Ieri sera l’ho sentito al radiotelefono: mi è sembrato falsamente allegro.

Venerdì 12 Agosto ore 21.00
La tristezza pian piano è scomparsa.
Sono convinto di praticare un lavoro importante, ho la compagnia delle mie piccole lucertole e di Ruben con Selene e Panfilo; sento mia moglie e la figlia almeno ogni tre giorni, l’unica preoccupazione è mio padre che non migliora.
Oggi hanno tentato di sbarcare sull’isola alcuni villeggianti che provenivano da un grosso motoscafo. Li ho scacciati, prima gentilmente, ricordandogli che non potevano attraccare perché zona militare, poi con durezza, infine, visto che non sentivano ragioni, ho impugnato il fucile e ho sparato numerosi colpi in aria per spaventarli. Quest’ultima cosa li ha fatti desistere dal loro proposito. Forse avranno creduto di trovarsi di fronte ad un pazzo, d’altra parte, le mie urla, i colpi e i vestiti (indossavo un’attillata canottiera sopra dei pantaloni corti, che s’erano scordati di che colore erano, e degli scarponi da montagna) non mi davano certo un’aria civile. Probabilmente potevo essere un po’ più accondiscendente, ma quando li ho visti arrivare, con quel rumorosissimo fuoribordo, armati di bombole, pinne, maschere, fucili da pesca e coltelli, ho davvero temuto per la mia pace e per quella della mia piccola colonia. Che vadano a rompere la quiete da un’altra parte! Finche io sarò sull’isola non voglio che nessuno disturbi il delicato equilibrio che ho costruito fra me e la natura che ho intorno.

Lunedì 22 Agosto ore 23.00
La voce si deve essere sparsa in giro.
Nelle scorse settimane ho dovuto spesso usare la mia autorità per scacciare i turisti, ma dopo il 12 Agosto nessuno mi si è più accostato. Al massimo c’è stato qualcuno che per radio, gentilmente, mi ha chiesto di potersi avvicinare all’isola. Io, forte anche delle rassicurazioni della Capitaneria, ho sempre negato ogni permesso, raccomandando di stare almeno a sei miglia dal faro.
Le berte, che non vedevo da parecchio tempo, sono ritornate da me: evidentemente s’erano spaventate per gli scoppi di dieci giorni prima.

Domenica 4 Settembre ore 22.00
Mio padre si sta lentamente spegnendo.
Sono molto triste perché non posso assisterlo. Ho appena sentito mia moglie al radiotelefono, poverina, cerca di rassicurarmi, ma capisco che le condizioni del mio genitore peggiorano. Per consolarmi faccio lunghe passeggiate nell’isola, osservando il volo degli uccelli marini e le loro pesche.

Martedì 13 Settembre ore 4.00
Mio padre non riesce neanche a camminare; ho sentito la sua voce: era flebile e incerta. Sabato torno a Piombino: ho chiesto una licenza per “gravi motivi di famiglia”, spero che vedendomi migliori un po’.

Giovedì 6 Ottobre ore 6.00
Mio padre è morto il 30 settembre.
L’unica consolazione che ho e che ha finito di patire. I suoi ultimi giorni sono stati i più tristi della mia vita. Mi manca molto, non mi capacito per la sua scomparsa e non passa giorno che non lo ricordi.
Ho lasciato a Piombino mia moglie che cercava di nascondere le lacrime nel vedermi partire. Anche Irene in questi giorni non era più la stessa, ma è ancora piccola e spero dimentichi presto.
Ritornando nell’isola sono stato accolto dalle mie berte le quali hanno aspettato che fosse andata via la Motovedetta per venire a salutarmi. Nonostante sia passato quasi un mese da quando le avevo lasciate mi sono venute subito vicine e sono state con me tutta la notte. Il loro dolce suono (il più bello da quando sono al faro) mi ha un po’ consolato e mi sta dando la spinta per ricominciare.

Lunedì 10 Ottobre ore 22.00
Ho appena parlato con Irene e Luisa.
La vita riprende anche da loro.
Oggi la bambina ha avuto un bel voto per un compito d’italiano svolto a scuola: ha descritto i giorni che abbiamo passato insieme a Luglio, parlando anche delle berte e dei bacicci sotto aceto che le ho fatto mangiare. Sono molto orgoglioso di lei.
Ruben, Panfilo e Selene sono quasi sempre da me, hanno anche costruito una specie di nido dentro un anfratto non lontano dal faro. Purtroppo quando ci sono loro spariscono le lucertole.

Sabato 22 Ottobre ore 17.00
Le giornate si stanno accorciando e il mio lavoro aumenta.
La notte scorsa sono stato quindici ore alla consolle. Il mare era molto agitato e c’è stato bisogno più volte che segnalassi la distanza che le navi dovevano tenere per non andare a infognarsi nelle secche.
Il cielo è grigio e incomincia a fare freddo.

Lunedì 31 Ottobre ore 20.00
Sono cinque giorni che piove ininterrottamente. È una pioggia lenta, tediosa, quasi senza vento. Non potendo uscire posso scegliere come compagnia la televisione, la radio e i libri.
Passo il tempo quasi sempre a leggere.

Sabato 12 Novembre ore 23.00
Oggi c’è stata una magnifica giornata di sole. L’aria si è riscaldata e io sono uscito in maglietta.
Il mare è un po’ mosso e, per quanto posso vedere morto. Oltre alle tre berte mie amiche spesso vengono a trovarmi altri quattro uccelli.
Ho chiesto alla Capitaneria se m’aumentava la razione di pesce con la scusa che mangio meno carne e loro l’hanno “bevuta”.
La settimana prossima verrà a trovarmi mia moglie, purtroppo senza la bambina che deve frequentare la scuola.

Lunedì 21 Novembre ore 24.00
Sono tre giorni che vivo con Luisa.
Sembra la nostra seconda luna di miele. Oggi è il mio compleanno e lei mi ha preparato un pranzo speciale: tortellini con i funghi, roast-beef e porcini al buglione. Al termine del pasto abbiamo mangiato una torta fatta con le sue mani e io ho anche spento le candeline: compio trenta anni. E stata una giornata bellissima anche se un po’ ci manca Irene, che però mi ha fatto gli auguri al radiotelefono e ciò mi ha riempito di gioia.

Lunedì 28 Novembre ore 21.00
Mia moglie è partita stamani alle dodici.
Sono sempre tristi gli addii ma per Natale mi prenderò una licenza di sette giorni e la potrò rivedere mia figlia.
Le giornate sono diventate fredde, il lavoro è sempre più impegnativo visto che il mare, in questa stagione, è spesso agitato.
Le berte quasi non le vedo più e le lucertole sono in letargo.
Parlo spesso con i marinai della Capitaneria. Mi hanno annunciato che in città hanno già acceso le luci natalizie, ci deve essere una particolare aria festosa che anche io vivo da qua.

Venerdì 30 Dicembre ore 17.00
Ho passato un bellissimo Natale in famiglia.
La bambina era arcicontenta per i regali. Tutti mi sono stati vicini, come se l’assenza di mio padre abbia accesso ancora di più gli affetti. Ho anche passato alcune sere a giocare a carte con i vecchi amici del porto, ma non è più la stessa cosa. Credo che questo mio solitario soggiorno m’abbia cambiato un po’: non riesco più a vivere le gioie che prima mi davano i racconti di pesca e delle avventure amorose dei marinai. Mi manca anche la solitudine del mare e non sopporto i rumori della città.

Domenica 1 Gennaio 1984
A mezzanotte sono riuscito a fare gli auguri di buon anno a mia moglie e alla bambina, poi ho anche “brindato” con i marinai di turno alla Capitaneria e col Comandante del Porto.
E’ stata una serata particolare i radiotelegrafisti di moltissime navi hanno “brindato” con me. Sembrava che fossimo tutti ad una gran festa anche se ci parlavamo da molte miglia diverse. Ho avuto il permesso di far scoppiare una decina di fumogeni per salutare il nuovo anno e così hanno fatto anche dalle navi che transitavano vicine. La solitudine, e forse la consapevolezza del comune destino, avvicinano gli uomini più d’ogni altra cosa.

Giovedì 10 Gennaio ore 23.00
Il nuovo anno mi ha “portato in dono” la notizia che chiuderanno il faro della mia isola collegandolo direttamente alla Capitaneria di Porto di Castiglione della Pescaia. Sembra che i lavori incominceranno presto, forse fra una o due settimane, e termineranno entro Aprile.
Questa comunicazione non mi rende allegro e, se è vero che io fra qualche mese dovrò concludere il servizio e probabilmente sarò destinato ad un comando diverso, tale da poter stare con la mia famiglia, sono dispiaciuto che qua non venga nessuno e rimanga tutto abbandonato a se stesso. Che fine faranno le mie berte? Vedo già l’isola, d’estate, invasa dagli yachtsman con i loro motori e con i fucili e bombole

Venerdì 3 Febbraio ore 23.00
Giornata movimentata.
Da più di una settimana sono arrivati gli operai che stanno creando i collegamenti radioelettrici con Castiglione. Non riesco più a dormire ci sono dovunque scavi, trapanazioni, martelli pneumatici, che rompono le rocce. Sembra che abbiano affrettato i lavori e, probabilmente, a Marzo sarà tutto finito.
Le berte non si vedono da settimane; forse sentono aria di buriana.

Sabato 18 Febbraio ore 21.00
Finalmente un po’ di calma.
Gli operai sono andati via. Ora manca solo che la nave porta cavi faccia i collegamenti. La mia piccola isoletta è stata devastata da quei lavori; sembra che siano scoppiate delle bombe. Ho passato tre giorni a pulire il faro dai detriti.

Lunedì 12 Marzo ore 20.00
E’ arrivata la nave e ha concluso i lavori.
Io sto qui solo per collaudare tutto il sistema ed è probabile che fra meno di quindici giorni finisca il mio servizio.
Da un lato sono contento perché presto ritornerò dalla mia famiglia, ma mi rimane l’amaro in bocca per come tutto è finito, e sento che soffrirò di nostalgia nel non vedere più le mie berte e quelle graziose lucertoline che mi hanno fatto compagnia per tutto il tempo che ho passato nell’isola.

Lunedì 16 Aprile 1984 ore 23.00
Sono stato destinato al comando di un faro nell’isola del Giglio. Abito in un grazioso appartamentino che s’affaccia sul mare. Alla bambina mancano i suoi vecchi amici ma, pian piano, se ne sta facendo di nuovi. E’ molto contenta che la famiglia si sia riunita.
Io passo il mio tempo libero passeggiando per l’isola. Ho scoperto un paio di posti dove nidificano le berte e spero di farmene amica qualcuna. Sono felice di poter continuare ad esercitare il mio lavoro, che amo tanto. Mi reca anche felicità stare vicino ai miei affetti. Il Giglio è certamente meno selvaggia della cara isola del Faro ma riesco anche qui a vivere la gioia di stare in mezzo alla natura. Amo il mare e la vita che si muove intorno ad esso e, se ho scoperto che la mia esistenza non può svolgersi lontano dall’acqua, lo devo a quella mia esperienza solitaria, che mi ha fatto conoscere profondamente la mia vera natura.
Fra pochi giorni sarà Pasqua.

La primavera ha incominciato a far esplodere di mille colori la vegetazione e tutti: animali, insetti, fiori, pesci, uccelli, stanno resuscitando la loro frenesia vitale.

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