Il faro di Ar-Men

Brani tratti dal racconto “Il faro di Ar-Men” di Giovanni Bonafoni pubblicato nella raccolta “Il Pescatore e la donna del mare”
Edizioni Pequod, 2002

L’onda che frangeva impetuosa sullo scoglio, spargeva mille e mille goccioline, nebulizzate dalla complicità del vento, sul muro esterno della base del faro.
Altre onde, più alte e più impetuose delle precedenti, scavalcavano la scogliera, disintegrandosi in un rovinoso impatto contro il faro, e le schiume salivano, come il getto di un geyser, sino alla seconda o terza finestra.
Mi aspettavo, osservando la tempesta dall’altipiano prospiciente l’isolotto del faro, di vedere l’alta torre tremare sotto i potenti colpi della natura.
Ma essa rimaneva immobile, senza concedere una minima vibrazione, e debbo dire, con sincerità, che mi spaventava più la sua immobilità che il fragore delle onde.Mi capita spesso di chiudere gli occhi e appoggiare il palmo della mano sulla parete umida della mia cella. Questo freddo contatto mi riporta alla mente le pareti della camera da letto del faro di Ar-Men, dove ho vissuto gli ultimi giorni da uomo libero.
Ora, al posto del guardiano, sono le fotocellule a provvedere, ogni giorno, all’accensione e allo spegnimento.
Non era ancora così quattro anni fa, quando assunto temporaneamente per sostituire Michel Le Rhu, che andava in pensione, mi recai per la prima volta all’imponente faro.
Nei primi due turni ero accompagnato da Jean Abraham, un veterano affiancatomi per darmi tutte le istruzioni necessarie.
Mentre Jean salutava i guardiani del turno precedente che tornavano a casa, io, schivo ai convenevoli, feci lentamente il giro del faro.
Visto dal basso era davvero maestoso.
I vecchi dell’isola di Sein ricordano ancora i terribili giorni del 1923, quando il guardiano Fouquet rimase imprigionato nel faro per più di tre mesi, impossibilitato a ricevere aiuto o ad essere sostituito a causa delle terribili mareggiate.
A distanza di tanti anni l’altezza delle onde è misurata più dalla fantasia che dal ricordo, ma è storicamente provato che gli spruzzi dei marosi, in alcuni giorni, superavano i trentasette metri di altezza del faro.
In pochi minuti Jean riuscì ad illustrarmi il funzionamento di tutti i meccanismi, gli orari, gli impegni, senza troppo dilungarsi in inutili dettagli tecnici.
Ero già in grado di svolgere il mio lavoro, pur sapendo che avrei dovuto ricorrere all’aiuto del mio più anziano collega per ogni eventuale inconveniente.
Il nostro primo turno era di due settimane a cui sarebbero seguite una settimana di riposo, una settimana di lavoro ed un’altra settimana di riposo. Questo era il ciclo ripetitivo di cinque settimane.
Mi resi subito conto che dopo quattordici giorni passati ininterrottamente all’interno del faro, esso non avrebbe avuto più segreti per me, perciò comprendevo il perché della spiegazione sbrigativa di Jean.
La giornata era limpida e dall’alto della torre si distingueva nitidamente la costa scoscesa di Pointe du Raz.
Alle venti in punto Jean mi chiamò, mentre mi accingevo con la meticolosità del principiante a compilare il diario di bordo (fu il primo incarico che Jean mi affidò, e sospettai che lo fece più per il fatto che odiava scrivere che per fiducia); mi fece cenno con la mano di seguirlo. Salimmo senza parlare i centoquindici gradini che portano alla sommità e giungemmo dinanzi al pannello elettrico, Jean alzò la leva che accese la potente luce di Ar-men, mi guardò e disse: “Fatto! il nostro lavoro fino a domani è finito. Alle otto, salirai a spegnerlo.”
Scese il primo gradino e si girò di nuovo verso di me: “Sai giocare a carte?”. Annuii con il capo. “Bevi il kir?”. Annuii di nuovo. “Bene, il tempo passerà più velocemente. Qui i giorni sono più lunghi che sulla costa e se sopraggiunge una tempesta lo sono ancora di più. Le carte aiutano a vincere la noia e il kir a vincere la paura.”
E a vincere l’insonnia e l’emozione cosa mi avrebbe aiutato? Probabilmente l’assuefazione, cosa che in quel momento di certo mi mancava. Fatto sta che mi ero ritrovato nella piccola umida stanza ad ascoltare il respiro dell’oceano, senza riuscire a prendere sonno.
Quella stanza, camera da letto e studio, aveva il fascino romanzesco di quei luoghi in cui è raccolta la storia di una casa. Probabilmente Jean mi aveva concesso quella camera, la più elegante e la più accogliente, per il fatto che anche lui come Michel, dopo quei due turni con me, avrebbe lasciato Ar-Men, mentre io avrei continuato, con altri giovani aiutanti, ad occuparmi del faro.
La massiccia scrivania era stata certamente recuperata dallo smantellamento di un vecchio vascello. Dietro di questa, sulla parete, erano appesi, in ordine sparso, numerose cornici contenenti ritratti e fotografie risalenti a epoche diverse. Unico comune denominatore tra tutte era il soggetto: singoli o in gruppo, tutte le immagini ritraevano i guardiani del faro di Ar-Men. Mentre li osservavo, pensavo sorridendo al giorno in cui anche il mio volto avrebbe fatto parte del gruppo.
Mancava ancora la foto di Le Rhu, appena pensionato. Gli altri ovviamente non li conoscevo, tranne due personaggi passati alla leggenda per fatti sconvolgenti. Uno era, per l’appunto, Fouquet, il guardiano che rimase lì imprigionato per tre mesi a causa delle continue mareggiate, l’altro era tale Marcel Dupont, morto durante una tempesta nel 1928, qui al faro di Ar-Men. Quella morte improvvisa sopraggiunse tre giorni prima del suo matrimonio. La sua futura sposa, una ragazza creola di quindici anni, si suicidò poche ore dopo.
Stavo ascoltando ad occhi aperti gli scricchiolii e i rumori, cercando di rendermeli familiari, quando sentii i passi di Jean lungo le scale. Mi affacciai dalla porta della mia stanza e lo vidi salire i gradini con una bottiglia di kir in mano. Si accorse di me e si fermò. Mi guardò, poi guardò la bottiglia, e disse: “Non serve solo per la paura, può aiutarti anche a sconfiggere la noia e l’insonnia. Prendi due bicchieri”.
Ci ritrovammo alle due di notte sulla terrazza del faro, seduti sotto la luce roteante, ad ammirare i riflessi della luna e le luci di lontani pescherecci e tornammo nelle nostre stanze solo dopo aver vuotato la bottiglia di kir.

. . . . .

… fino al giorno in cui il vento da ovest non iniziò ad ingrossare le onde provenienti dall’oceano, ed il cielo iniziò ad oscurarsi all’orizzonte.
Io ero fermo, in piedi sulla porta. Jean, seduto sullo sgabello, iniziò lentamente a riavvolgere il mulinello della canna da pesca. Raccolse il sedile e la cassetta con gli ami e le esche e, rientrando, borbottò: “Chiudi le finestre. Tutte, anche quelle delle scale”.
Nei giorni successivi i marosi davano l’impressione di voler far crollare il faro. Io vivevo le mie giornate in perenne angoscia, capace solo di starmene sdraiato nel mio letto ad aspettare terrorizzato il prossimo colpo del mare sulla struttura del faro, divorato dal terrore di vederlo crollare da un momento all’altro.
A nulla servirono i miei tentativi di riportare alla ragione la mia inconscia paura: centinaia di tempeste, anche più terribili di quella, si erano fino ad allora abbattute su Ar-Men ed esso non aveva mai mostrato il minimo cenno di cedimento; era assurdo pensare che dovesse crollare, ma non riuscivo a far prevalere la ragione sulla paura.

. . . . .

Quando, dopo sette giorni, la tempesta cessò, il mio sollievo non fu solo quello di potermi rilassare dal terrore che mi aveva tenuto incatenato per tutto il tempo, ma, soprattutto, il pensiero che tra quarantotto ore avremmo avuto il cambio e sarei tornato sulla terra ferma.
Non riuscivo più a rivolgere la parola al mio compagno di lavoro ed egli si guardava bene dal farlo. Era meglio non pensarci, ancora due notti poi a casa.

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