Il fantasma di Dyrhólaey

Racconto di Andrea Milani

La fine della vacanza
Capitano nella vita di un uomo delle svolte imprevedibili, che cambiano irreversibilmente il nostro destino, e che sembrano frutto dell’ispirazione del momento, anche se in realtà sono la conseguenza di una lunga preparazione. Una svolta di questo tipo la mia vita la ebbe un giorno di fine agosto, davanti al banco della Icelandair all’aeroporto di Keflavík. Quando la signorina della compagnia aerea mi disse per la terza volta che non era possibile rimandare ulteriormente il mio ritorno in Italia perchè il mio biglietto sarebbe scaduto l’indomani, qualcosa scattò dentro di me.
– Torno subito – dissi alla signorina dietro al banco, e andai al bagno. Strappai minuziosamente il biglietto aereo in piccoli frammenti, lo gettai nel water e tirai lo sciacquone. Poi andai a prendere l’autobus per Reykjavík.
Arrivato in città mi diressi all’Ostello dell’Esercito della Salvezza. Il portiere mi ridiede la stessa stanza, che aveva quattro letti ma che ormai occupavo da solo perchè i turisti cominciavano già a sfollare. Per le vie della città si incontravano gli ultimi cicloturisti che rientravano sfiniti dai loro giri dell’interno; i turisti dei viaggi organizzati erano partiti da tempo. Così Reykjavík sembrava tutta per me, per la mia sete di conoscere ogni piccolo dettaglio della vita islandese.
A Reykjavík settembre è un mese di una bellezza struggente: le giornate si accorciano rapidamente, ma il cielo è luminoso e percorso ancora da nuvole veloci come in estate. Però se io volevo diventare islandese dovevo smettere di vivere come un turista e trovarmi un lavoro. L’ufficio di collocamento di Reykjavík era perfettamente organizzato, come tutti gli uffici islandesi, con impiegate cortesi e con grandi bacheche su cui erano affisse le offerte di impiego. All’inizio mi sembrava che trovare lavoro fosse molto facile, perchè le bacheche erano piene di annunci; però ben presto mi resi conto che non avevo le qualifiche necessarie. Intanto il mio islandese ancora incerto mi precludeva quasi tutti i lavori impiegatizi; poi non ero qualificato come pescatore (soffro terribilmente di mal di mare); quanto ad andare a cavallo a raccogliere le pecore nelle zone deserte dell’interno, il mestiere più facile da trovare in settembre, non so cavalcare e comunque non mi attirava particolarmente. Esclusi questi lavori, e quelli legati al turismo che in settembre erano alla fine, restava solo un posto per un operaio pulitore di merluzzi nella fabbrica di surgelati alla periferia di Reykjavík, il che non mi pareva quello per cui avevo deciso di restare.
Negli ultimi giorni di settembre arrivarono le prime tempeste invernali; girare per le strade di Reykjavík perdeva molte delle sue attrattive, e per di più persino all’Ostello dell’Esercito della Salvezza cominciarono con estrema gentilezza ad osservare che forse se volevo restare avrei dovuto pagare il conto. Il primo ottobre arrivai al fondo della disperazione. Prima di arrendermi decisi di andare ancora una volta all’ufficio di collocamento. Ma in ottobre le offerte di lavoro in Islanda non abbondano di certo. Le grandi bacheche erano desolatamente vuote, non c’era più neanche il posto di sventratore di merluzzi. Solo in un angolo c’era un foglietto ingiallito, dall’aria così invecchiata che pensai che doveva essere stato lì, nascosto dagli altri annunci, per tutta l’estate, e forse anche più a lungo.
L’annuncio diceva: Cercasi guardiano del faro di Dyrhólahey. Salario interessante, alloggio compreso, località suggestiva, lavoro leggero. Rivolgersi all’Ufficio Marittimo dell’Islanda Meridionale, indirizzo… Sembrava proprio quello che cercavo. Eppure, quando staccai il biglietto dalla bacheca e mi rivolsi allo sportello per avere spiegazioni, l’impiegata mi fissò a lungo prima di rispondermi. Vista la freddezza degli islandesi, che non lasciano mai trapelare i loro sentimenti, era un comportamento a dir poco sorprendente.
All’Ufficio Marittimo mi ricevettero con un atteggiamento di cortese e malcelata sorpresa.
– Veramente vuole il posto di guardiano di Dyrhólaey? Quel posto è rimasto vacante per molto tempo.
– E perchè? Mi sembra un buon posto.
– Certamente, il salario è buono, ma… il posto è un po’ isolato.
Perchè un islandese potesse trovare un posto isolato, mi venne il dubbio che Dyrhólaey fosse nella cintura degli asteroidi.
– Ma dov’è Dyrhólaey? – chiesi.
– Otto chilometri da Vík í Mýrdal, la più grande città della costa Sud dell’Islanda.
Benchè io sapessi benissimo che il concetto islandese di città è molto diverso dal nostro, l’idea di avere un centro abitato a non più di un paio di ore di marcia nella neve mi pareva confortante, e anche per questo dissi all’impiegato che accettavo il posto senza approfondire le ragioni del suo strano atteggiamento. Un autobus di linea andava a Vík ogni giorno, percorrendo in senso antiorario la Ring Road, praticamente l’unica strada islandese che da noi sarebbe considerata carrozzabile. L’indomani, pagato l’ostello con l’anticipo del mio primo stipendio, salii sull’autobus.

Il faro
L’autobus mi lasciò al centro di Vík, davanti al distributore di benzina nel cui bar si ritrova la gioventù locale. Era già pomeriggio e faceva freddo, almeno per gli standard italiani, perciò chiesi subito al bar come trovare l’abitazione del guardiano supplente del faro, un certo Jonas Jonasson. La padrona mi guardò a lungo prima di rispondere, proprio come l’impiegata di Reykjavík, e mi chiese:
– Ma lei è il nuovo guardiano del faro?
Alla mia conferma nel bar affollato scese un silenzio glaciale. La padrona mi diede le indicazioni, e io mi avviai. La casa di Jonas Jonasson era ai margini del paese, una piccola baracca di legno ricoperta di lamiera, ma molto pulita e con un giardino ordinatissimo in cui avvizzivano gli ultimi fiori della stagione passata.
Jonas Jonasson era un uomo anziano, dall’aria gentile, tanto che non fece stupide osservazioni ma mi condusse subito al faro. Per arrivare al faro si percorre la Ring Road, tornando verso Reykjavík, per 5 o 6 chilometri, poi si gira per una stradina che scende verso la spiaggia e poi risale una serie di tornanti fino alla cima di un promontorio roccioso. Il faro sorge su di una scarpata a picco sul mare; a sinistra c’è una serie di promontori rocciosi e di isolette abitate solo da uccelli marini, a destra una grande spiaggia lunga decine di chilometri. Località suggestiva, non c’è che dire.
Il faro è un edificio con una base più larga, con molte stanze che contengono i servizi, la cucina, la sala macchine con il gruppo elettrogeno, e vari magazzini e officine. Sopra sorge una torre di tre piani, con in cima if faro vero e proprio; il primo piano è occupato da un’unica grande stanza, dove vive il guardiano. Jonas mi fece visitare tutto l’edificio, e mi spiegò con cura cosa dovevo fare per avviare il gruppo elettrogeno, per accendere la lampada del faro, e tutte le altre operazioni necessarie. Il lavoro non poteva essere più leggero: come mi spiegò, il mio compito era soltanto quello di accendere il faro ogni sera e spegnerlo ogni mattina.
– Mi raccomando – mi disse – il lavoro sembra poco, ma è importante perchè le scogliere davanti a Dyrhólaey sono molto pericolose per la navigazione: non devi mai dimenticarti di accendere il faro la sera. Se hai bisogno di assentarti per un giorno, posso sostituirti io, ma devi avvertirmi.
A me sembrava che l’unico problema di questo lavoro era come riempire l’immensità di tempo libero; mi resi conto ben presto che proprio a questo serviva la grande stanza del primo piano. Una parete della grande stanza era ricoperta da una grande libreria, piena di libri ingialliti e un po’ ammuffiti. C’erano tutte le saghe islandesi classiche, tutte le trasposizioni in versi delle stesse saghe fatte dagli autori dell’ottocento, molti romanzi islandesi dell’inizio del secolo, e qualche romanzo straniero tradotto in islandese. Mi resi subito conto che migliorare la mia comprensione dell’islandese era questione di sopravvivenza.
Per il resto la mia vita al faro era abbastanza piacevole. Due volte alla settimana andavo a piedi fino alla Ring Road, dove quasi sempre, con un po’ di pazienza, trovavo un passaggio per Vík, dove facevo la spesa e passavo un po’ di tempo al bar, cercando inutilmente di fare amicizie tra i locali. Ogni sera, cioè verso le quattro del pomeriggio, dopo aver acceso il faro, mi sceglievo un libro nella libreria e mi mettevo a leggere nel letto che stava sulla parete opposta; soltanto una volta ogni ora mi alzavo per rattizzare la stufa che stava al centro della stanza, e più raramente prendevo le scale per salire a controllare il faro o scendere a controllare il gruppo elettrogeno; in realtà era molto raro che ci fosse da fare qualche riparazione o qualche regolazione, perchè tutto funzionava alla perfezione.

Il diario
Ero già lì da tre settimane quando pescando nella libreria mi capitò un libro molto diverso dagli altri. Era un manoscritto, e grazie ai progressi del mio islandese mi accorsi subito che era un diario, scritto da un certo Thorstein Thorwaldson, che era stato guardiano del faro a partire dalla data di costruzione nel 1927. Per diverse sere lessi le annotazioni quotidiane del mio predecessore per gli anni 1927-1932, e le trovai di una monotonia insopportabile, tanto da farmi riflettere sulla mia capacità di sopravvivere ad una vita del genere. Perciò andai a vedere le ultime pagine del diario, e mi accorsi che datavano dal 1935. Però non c’erano nella libreria altri diari, nè di Thorstein nè di suoi successori. Quando poi mi venne in mente il commento dell’impiegato dell’Ufficio Marittimo sul fatto che questo posto era stato vacante per molto tempo, nacque in me un sospetto: possibile che dal 1935 non ci fosse stato nessun altro?
Così durante una delle mie visite a Vík andai a trovare Jonas, che mi accolse con grande cortesia, e gli chiesi:
– Per quanto tempo sei stato guardiano supplente del faro?
– Da più di vent’anni, cioè dalla morte di mio zio che era guardiano prima di me.
– Allora tuo zio abitava al faro?
– No, ci andava ogni giorno come me.
– E perchè non siete mai andati ad abitare al faro? D’inverno la strada è difficile da percorrere.
– Ma… io ho una bella casa in città, non avevo voglia di vivere in un posto così isolato…
Per un islandese questa era una giustificazione veramente poco credibile; nessuna delle saghe islandesi di cui ero ormai un lettore abituale parlava di islandesi che soffrissero di solitudine. Dovevo pensare che la razza si stesse ormai rammollendo, o che non mi fosse stata detta tutta la verità?
La sera seguente la lettura del diario di Thorstein si fece più interessante: il solitario guardiano del faro aveva messo gli occhi su di una dolce fanciulla di nome Kolfinna. Giorno dopo giorno raccontava i vari stadi di un complesso rituale di corteggiamento che non sembrava mai arrivare al dunque. Abbastanza sorprendente per chi ha visto cosa succede oggi nelle discoteche di Reykjavík. Dopo aver scorso le pagine che descrivevano in infiniti dettagli due anni di corteggiamento, finalmente arrivai ad un’annotazione del 1935 in cui Thorstein esultante scrive che Kolfinna aveva accettato di venire a visitarlo al faro. Soltanto i preparativi per ricevere Kolfinna riempivano quattro pagine scritte tanto frettolosamente da essere quasi illeggibili. Vista la minuziosità delle annotazioni di Thorstein, io già pregustavo una lettura finalmente degna di una notte solitaria in cima a una scogliera. Ma la pagina seguente del diario fu molto diversa da come me la aspettavo.

Il fantasma di Dyrhólaey
Le annotazioni di Thorstein del giorno dopo la visita di Kolfinna esprimevano la più totale disperazione. La stessa scrittura sembrava cambiata, come se la personalità del guardiano del faro fosse stata sconvolta da qualcosa di terribile; anche leggendolo più volte non riuscii a capire come si fossero svolti i fatti. La disperazione di Thorstein non era causata da un rifiuto di Kolfinna, questo era chiaro; anzi, malgrado la riservatezza islandese si capiva benissimo dal diario che i due avevano passato assieme una serata piuttosto piacevole. Da quel punto in poi nel diario del guardiano del faro non c’era più nessun discorso coerente, ma solo un guazzabuglio di frasi sconnesse.
Le condizioni psichiche di Thorstein divenivano sempre peggiori; l’unica cosa che si capiva era che era in preda al rimorso ed alla superstizione. La notte credeva di essere svegliato da grida disumane che venivano dalla scogliera a picco sulla spiaggia: un fantasma risaliva dal mare in cerca della sua vendetta. A questo punto interruppi la lettura per fare due passi. Sulla scogliera mi accolsero un vento gelido e le grida rauche dei gabbiani e dei pulcinella di mare, che a volte sembrano quasi umane; ma Thorstein era vissuto lì per otto anni, doveva ben esserci abituato.
Perciò tornai alla lettura, cercando di capire che cosa era successo al mio predecessore. L’unica annotazione sensata era sull’ultima pagina scritta del diario. “Oggi Kolfinna è venuta a trovarmi. Io le ho detto che non dovevamo più vederci, per espiare la nostra colpa. Lei si è infuriata dicendo che cercavo di scaricare la colpa su di lei. Alla fine si è calmata ed è stata quasi gentile con me, tanto che mi ha preparato il thè.” Poi non c’era altro.
Questo finale mi lasciava talmente inquieto che decisi di scoprire come era andata a finire. Durante la mia successiva visita al bar di Vík provai a indirizzare la discussione verso quell’argomento.
– L’altra sera al tramonto ero sull’orlo della scogliera, e mi è parso di sentire un grido…
– Ah, hai sentito il fantasma di Dyrhólaey che chiede ancora vendetta – abboccò un vecchio, alzando lo sguardo dalla sua rivista.
– Il fantasma? – feci io con finta sorpresa.
– Certo, è il povero Sigurdur, il pescatore che morì sfracellandosi sugli scogli proprio davanti a Dyrhólaey.
– Ma non era un esperto marinaio? – tirai a indovinare io.
– Certo, era tra i migliori di Vík, ma quella era una notte senza luna ed il faro era spento.
– Spento? – feci io – e dove era Thorstein, il guardiano?
– Era proprio al faro, ma aveva altro da fare. Sigurdur è tornato poche settimane dopo per vendicarsi, ma forse non è ancora appagato perchè la donna gli è sfuggita.
Avevo finalmente saputo la leggenda del faro di Dyrhólaey, e il motivo per cui quel posto era rimasto tanti anni ad attendere un ignaro ex turista. Una volta iniziato il discorso, i locali mi raccontarono tutta la storia con dovizia di particolari. Quella sera Thorstein, tradito dall’amore, aveva trascurato il suo dovere di guardiano, e il faro era rimasto spento. Nella notte un piccolo battello da pesca si schiantò su di un isolotto roccioso proprio davanti al promontorio di Dyrhólaey; il corpo del pescatore non fu più ritrovato. Thorstein non ammise la sua responsabilità, tanto è vero che rimase guardiano del faro; ma da quel giorno fu trattato con disprezzo dagli abitanti di Vík. Dalla notte fatale Thorstein non venne quasi più in paese, non volle più vedere Kolfinna, e visse sempre più solitario al faro, finchè il fantasma di Sigurdur uscì dal mare e lo scaraventò giù dalla scogliera.

La fine di Thorstein
Poichè non avevo intenzione di credere alla storia di fantasmi che mi avevano raccontato a Vík, chiesi a Jonas di sostituirmi per due giorni e presi l’autobus per Reykjavík. Anche all’Ufficio Marittimo dell’Islanda Meridionale non avevano voglia di parlarmi di questa vecchia storia, ma dopo molta insistenza da parte mia mi dissero di rivolgermi all’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Reykjavík.
La Facoltà di Medicina è un grande edificio sulla Sudhurgata, ma l’Istituto di Medicina Legale consiste solo dell’ufficio dell’unico professore di questa materia in Islanda. Il professor Jón Einarsson era non solo disponibile, ma a dir poco entusiasta di parlare dell’affare di Dyrhólaey del 1935.
– Negli ultimi 60 anni – mi disse – in Islanda ci sono stati in tutto tre omicidi, e in queste condizioni ci sono pochi casi da studiare. Perciò mi ricordo bene le lezioni del mio maestro, il compianto professor Halldor Sigurdursson, sulla morte di Thorstein. Il suo corpo fu trovato sulla spiaggia ai piedi del promontorio del faro e ci fu molto lavoro da fare…
– Fu fatta l’autopsia? – chiesi io.
– Vuole scherzare? Sono 120 metri di caduta verticale, non ci fu certo discussione sulla causa della morte.
– Ma allora fu un suicidio?
– Se lei crede alle leggende locali, il fantasma di un marinaio morto per colpa sua uscì dal mare per vendicarsi. La conclusione dell’inchiesta fu che si era suicidato, forse per il rimorso.
Perciò il caso era ufficialmente chiuso, in un modo o nell’altro. Non mi restava che prendere l’autobus per tornare a Vík. Ma io non ero ancora soddisfatto; mentre aspettavo alla stazione degli autobus, mi venne una curiosità: entrai in una cabina telefonica, presi l’elenco telefonico di tutta l’Islanda (un solo volume) e mi misi a cercare. L’elenco telefonico islandese è ordinato per nome, non per patronimico o cognome:
Kolfinna Sturludottir, 23 Öldugata, Reykjavík, (91)23871
Non ce ne erano altre: Kolfinna è un nome che viene da una saga famosa, ma nella Saga di Hallfred è un personaggio ambiguo, e quindi non è popolare. Così decisi di andare a vedere se era proprio lei.

Kolfinna
Mi aprì una donna alta, con una grande capigliatura bianca; era molto vecchia, ma non fragile, e mi fissò con degli occhi azzurri e vivaci. Mi chiese chi ero e cosa volevo.
– Io sono il guardiano del faro di Dyrhólaey – risposi
– Dyrhólaey… una volta conoscevo bene quel posto. Ma perchè sei qui?
– Perchè ho letto il diario di Thorstein; era nella biblioteca del faro.
Kolfinna rimase un attimo in silenzio, guardando oltre le mie spalle.
– Non sapevo che Thorstein tenesse un diario. Non mi fa piacere ricordare quei tempi. Sono stata felice con Thorstein che era il mio fidanzato, e poi l’ho perduto.
– Ma insomma, che cosa è successo a Thorstein?
– È impazzito, non ha più voluto vedere neache me, e alla fine si è ucciso gettandosi dalla scogliera.
– Però tu sei andata a trovarlo al faro. È l’unica annotazione sensata nell’ultima parte del diario, e sta proprio sull’ultima pagina.
Kolfinna parve scossa da questa contestazione, e rimase un po’ a pensarci.
– Certo – disse alla fine – gli aveva proprio dato di volta il cervello; non faceva che parlare di fantasmi che venivano a perseguitarlo.
– Secondo le storie che si raccontano a Vík, il fantasma cercava anche te, anzi ti cerca ancora, gridando sotto la scogliera, perchè anche tu eri responsabile della sua morte.
Kolfinna mi guardò con molto disprezzo:
– Anche tu hai paura dei fantasmi?
– I fantasmi sono meno pericolosi degli uomini… e delle donne.
– Come osi – mi rispose – venire qui dopo sessanta anni a disturbare la mia pace? Cosa hai contro di me? Lascia a ciascuno i suoi fantasmi!
Mi resi conto che avevo esagerato; in fondo non avevo nessuna prova contro la povera vecchia. Quando si fu calmata riprendemmo la conversazione in tono pacato, senza più affrontare quell’argomento. Mi offrì persino un thè, davanti al quale mi raccontò i suoi ricordi di Thorstein, e quello che aveva fatto dopo.
Dopo quella notte, nel villaggio tutti incolpavano lui e lei per il naufragio. Ad ogni modo Kolfinna era una donna abbandonata e disonorata dal suo uomo, e per lei non c’era più posto. Perciò dopo la morte di Thorstein se ne andò al nord, ad Akureyri. Nel ’41 arrivarono gli americani, e lei si legò ad un pilota con cui andò in America alla fine della guerra. Dopo vent’anni tornò e si stabilì a Reykjavík.
Credo di aver ascoltato a lungo il racconto della vecchia, e a poco a poco scivolai nell’incoscienza. Quando mi svegliai ero nel reparto intossicazioni dell’ospedale universitario di Reykjavík. Ricevetti perfino una visita del mio amico Jón, il professore di medicina legale.
– Caro professore – dissi appena fui in condizione di parlare – forse qui c’è del lavoro per lei.
– Magari – fece lui – invece qui hanno detto che è stato avvelenamento da pesce andato a male.
– Il merluzzo nel thè non l’ho mai visto mettere neanche qui. E poi in Islanda il pesce andato a male è veramente raro, perchè ci sono troppo pochi batteri nell’aria, almeno secondo le guide turistiche.
– Succedono tante cose in Islanda, di cui le guide turistiche non parlano…
Di questo ero ormai convinto anche io. Ma il diario di Thorstein era sparito dalla mia borsa, e perciò non avevo modo di provare che in Islanda negli ultimi 60 anni c’erano stati quattro omicidi, e non tre. Quattro e mezzo…

Ritorno
L’ambulanza si fermò proprio davanti all’entrata dell’aeroporto di Keflavík; gli infermieri scaricarono la barella su cui ero adagiato e la spinsero attraverso l’aerostazione. Passammo proprio davanti al banco dell’Icelandair, dove c’era la stessa impiegata con cui avevo discusso del mio biglietto, tantissimo tempo prima: avrei voluto farmi riconoscere, ma non ci riuscii. Sulla pista mi attendeva l’aereo ambulanza: la mia assicurazione contro infurtuni e malattie era valida più a lungo del mio famoso biglietto aereo. Subito prima di chiudere il portello dell’aereo, la hostess dell’aeroporto mi sorrise e disse:
– Auguri di pronta guarigione, e arrivederci in Islanda.

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