Fari: un progetto europeo di recupero per i guardiani del mare Adriatico

Articolo di Antonella Lippo
Fonte: www.corrieredelmezzogiorno.it

Il programma Interreg III si occupa anche di mare e porti. E l’Università di Lecce studia il recupero di queste affascinanti sentinelle

Porti e fari sono come i punti nodali delle rotte marittime, dall’antichità ad oggi. L’idea del viaggio e dei traffici commerciali via mare non può prescindere dalla conoscenza e dallo studio dei diversi aspetti di storia sociale ed economica, di una complessa rete portuale, che si snoda lungo le strisce costiere che racchiudono l’Adriatico. Una vera e propria eredità culturale è contenuta e trasmessa dall’esplorazione a carattere scientifico di questi singolari siti di archeologia industriale, la cui conoscenza e valorizzazione è al centro di un convegno, in corso tra Cavallino, Taranto e San Cesario fino al 24 giugno, itinerante e molto ben articolato. « Arsenali, porti e fari » ne è il tema conduttore. Questa quattro giorni nel Salento, vera e propria summer school del « Master in conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio industriale » al quale afferiscono diverse università italiane ( Padova, Venezia, Napoli Fedrico II, Perugia, il Politecnico di Torino e, naturalmente, l’università di Lecce) l’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali ( Ibam Cnr) di Lecce, l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico industriale e l’Istituto per la Cultura e la Storia d’Impresa « Franco Momigliano » di Terni era stata preceduta da un incontro il 20 giugno al monastero degli Olivetani di Lecce su « Il patrimonio industriale. Casi di studio e musei » nel quale sono stati illustrati casi di studio dal territorio pugliesi e progetti di reti ed esempi museali per non solo rappresentare, ma soprattutto fra rivivere come elemento strategico di una filiera turistica culturale, questo patrimonio industriale.
Ma torniamo ai fari: l’Adriatico rappresenta da sempre un luogo di interconnessione culturale, attraverso cui diversi popoli hanno comunicato, confrontandosi e arricchendosi reciprocamente. Molto è stato già scritto, ritrovato, documentato in merito alla letteratura di viaggio, alle mappe, ai diari di bordo, al vasto repertorio iconografico. Queste quattro giornate di studio e di visite a fari, porti e arsenali di terra di Puglia, intendono offrire una chiave di lettura più ampia, che si avvale peraltro di conoscenze tecniche e di metodologie appropriate per individuare, catalogare e consentire anche tour virtuali, nei diversi siti di interesse: dal porto di Otranto, estrema punta che volge lo sguardo ad Oriente, al faro di punta Palascia; da quello di San Cataldo fino ad arrivare al capo di Leuca, laddove le acque si confondono. Con la seconda giornata convegnistica si viene infatti introdotti a pieno titolo nei temi della Summer School del master, che ricade nell’ambito del progetto europeo Pic Interreg III A denominato Interadria di cui è referente scientifico l’architetto Antonio Monte e al quale aderiscono 12 partners stranieri e 13 italiani, fra enti, istituti culturali e università, per raccontare un patrimonio da condividere nei suoi diversi profili: letterario filologico, storico artistico e archeologico. Il gruppo di lavoro di archeologia industriale, coordinato da Monte si occupa di conoscere, tutelare e valorizzare l’eredità culturale dell’Adriatico passando anche attraverso lo studio delle infrastrutture di questo sistema marittimo.
Che si possa e si debba parlare di un sistema ci è confermato da Renato Covino, docente di Archeologia industriale presso l’Università degli studi di Lecce. « L’ateneo salentino ha orientato la sua ricerca sulla ricostruzione di questa rete di porti e di fari, tenendo conto della presenza industriale forte, che è data dall’Arsenale di Taranto. Il lavoro condotto da un’allieva del master ha anche consentito di ricostruirne la storia sino all’identificazione di reperto archeologico industriale e della sua rilevanza economica per il territorio. Sicuramente il porto di Taranto risulta essere uno dei più importanti, ma non il solo. Altre strutture come quella di Gallipoli o quella di Leuca hanno un valore pregnante anche se meno noto nella storia economica. Basti pensare che nel porto di Leuca si batteva il prezzo dell’olio e da lì partivano tutte le navi che ne veicolavano il trasporto. Queste città portuali ricevevano l’impulso da Venezia che aveva costruito una rete di punti di riferimento, nodi appunto, attraverso i quali diramare il traffico commerciale e consentire un’ organizzazione della trama di rapporti economici. In questo senso anche i fari rappresentano una significativa testimonianza del tessuto interconnettivo dell’intero sistema » .
Nelle due giornate al convento dei Domenicani a Cavallino, i lavori sono stati avviati da una relazione sugli studi fotogrammetrici degli antichi porti dell’area del Mediterraneo, condotto da Giuseppe Ceraudo e Mariangela Sammarco. Ieri invece si è entrato nel “ cuore” della questione. Sono stati affrontati i problemi connessi alla documentazione e alla valorizzazione delle testimonianze di archeologia industriale marittima. Uno degli aspetti più innovativi riguarderà la catalogazione dei siti in esame e la divulgazione degli stessi attraverso metodologie low cost .
Antonio Monte e Francesco Gabellone hanno illustrato come, attraverso tecniche di fotomodellazione, supporti digitali siano in grado di contenere informazioni e ricostruzioni tridimensionali, virtualmente esplorabili anche tramite piattaforma web. La conoscenza dell’Adriatico e delle sue infrastrutture passa inevitabilmente attraverso la tecnologia e la adozione condivisa di modelli di tipo scientifico, che siano in grado di promuovere lo sviluppo territoriale, attraverso una nuova “ messa in rete” del patrimonio industriale di questa area transfrontaliera.