Viaggio per l’Italia dei fari

Testo di Samantha Paglioli
Fonte: www.caraba-edizioni.it

Un diario delle tappe più significative

Alla ricerca della Lanterna

La mattina del 19 maggio 1997 sono partita dall’albergo dove avevo trascorso la notte dopo una giornata lungo la costa ligure. Arrivata a Genova mi sono messa subito alla ricerca della famosa lanterna, simbolo della città. L’impresa fu tutt’altro che semplice: avevo una cartina non molto dettagliata così, mi sono detta, basta percorrere il lungo mare e prima o poi la troverò. Ho percorso per ben due volte il lungo mare ma senza risultato, la lanterna sembrava essere diventata invisibile, alle fine mi sono arresa e sono entrata in uno dei tanti cantieri navali che costeggiano il mare e mi sono rivolta al guardiano per avere delle informazioni sulla strada da percorrere; superate alcune difficoltà di linguaggio (il guardiano non parlava italiano) sono riuscita a capire che il faro si trovava presso un grosso cantiere molto più avanti. Giuntavi ho chiesto a dei finanzieri dove fosse il Faro ed essi gentilmente mi indicarono la strada per raggiungerlo. La famosa lanterna si trova nel bel mezzo di un grosso cantiere, circondata da containers, camion, treni in sosta: un luogo molto trafficato. Finalmente avevo raggiunto il mio obiettivo, la Lanterna era là, maestosa, imponente, sovrana, quasi volesse dirmi che dovevo essere io a cercarla e non lei a farsi vedere. Finalmente cominciai a fotografarla.

20 maggio 1997: avventura a Livorno

Livorno: città la cui importanza risale al secolo XVI, quando i Medici la fondarono (28 marzo 1577) e ne fecero il massimo porto del loro stato. Città incantevole, ricca di testimonianze storiche. Ma non voglio illustrare la bellissima Livorno, bensì raccontarvi la mia breve avventura. Arrivata in città ho cercato di raggiungere il porto, ma ogni strada che ritenevo essere quella giusta finiva sempre per essere una strada senza uscita. I cartelli di “strada senza uscita” a Livorno non esistono e se esistono devono essere ben nascosti perché per ben dieci volte mi sono ritrovata un muro di mattoni davanti. Finalmente, dopo essere quasi impazzita, sono riuscita a trovare una vigilessa che, guardandomi stupita per la mia richiesta di sapere dove si trovasse il faro ( non essendo considerato un punto di attrazione), mi ha spiegato come arrivarci. Un conto è l’indicazione della strade da percorrere e un conto è arrivarci. Dopo aver percorso tutto il lungo mare, che è un susseguirsi di cantieri navali, ho deciso di parcheggiare la macchina ai limiti della città e continuare la mia ricerca a piedi. Per arrivare al faro dovevo tornare indietro a piedi ed entrare nel porto, così mi sono fatta circa tre chilometri sotto il sole cocente, ho attraversato due cantieri navali e un ponte mobile per ritrovarmi a poca distanza dal faro: ci divideva solo un cancello con guardia. Ho chiesto alla guardia se potevo entrare a fotografarlo e lui molto gentilmente mi ha detto: “Solo fino a quel segnale”. Fortunatamente da quel punto era abbastanza visibile, ho fatto delle foto, ho ringraziato la guardia e sono uscita. Non essendo soddisfatta, dopo tutta quella fatica per trovare il faro, volevo qualche cosa di più e ho cercato un’altra via per avvicinarmi ad esso. Nelle vicinanze ho notato che c’era una via che mi dava la possibilità di avvicinarmi un po’ di più, così camminando e cercando attentamente ogni possibilità d’accesso, sono riuscita ad arrivare a una banchina di navi da carico: finalmente il faro era lì davanti al mio obiettivo. Soddisfatta tornai alla macchina per proseguire nel mio viaggio.

22 maggio 1997: incontro ravvicinato a Capo Focardo

La sera prima di raggiungere il faro di Capo Focardo ho studiato la cartina stradale per cercare la via giusta da prendere. La zona è molto bella, vi sono ville estive e si percorre una bella strada panoramica anche se transitabile con qualche difficoltà. Avvistato il fortino dove è situato il faro, ho parcheggiato la macchina lungo la recinzione di una di queste. Poi ho percorso una stradina di terra battuta fino al cancello del fortino. Sul muro esterno c’è una targa in quattro lingue che spiega la storia del forte. Fotografato il faro attraverso le sbarre del cancello, ho cercato di girare attorno al forte per trovare un’altra angolazione da dove poterlo riprendere. Ho percorso un sentiero di sassi che portava verso la riva del mare, ma sfortunatamente da quella parte il faro non era visibile, così sono risalita ed è a quel punto che ho avuto un incontro ravvicinato con un essere strisciante di color verde marcio. Non sono rimasta a lungo a contemplarlo, anzi me la sono filata a gambe levate, non sono mai stata così veloce nel salire le scale. Lo spavento è stato fortissimo, anche perchè non conoscendo l’indole dell’essere non potevo immaginare le sue intenzioni. Ho ripreso l’auto e sono andata a porto Azzurro, che si trova proprio di fronte a capo Focardo, nel tentativo di fotografare il faro dal lato migliore, ma purtroppo non è stato possibile.

L’isola del Giglio: il faro irraggiungibile

Il giorno 23 maggio 1997 mi sono imbarcata con l’auto per l’isola del Giglio; arrivata al porto sono rimasta sbalordita dalla limpidezza dell’acqua. Era la prima volta che vedevo il fondale di un porto. Sbarcata, mi sono diretta alla capitaneria di porto dove un ragazzo giovane, appena entrato in servizio sull’isola, mi ha risposto che non sapeva dove e come raggiungere il faro. Così sono andata all’avventura nel tentativo di trovare una via d’accesso al faro. A un certo punto sull’unica strada dell’isola ho notato un cartello che indicava “al faro”, così ho seguito l’indicazione del cartello. Dopo un tratto la strada è diventata sterrata, ma io non mi sono preoccupata più di tanto; dopo alcuni metri la carreggiata si è ristretta costeggiando un dirupo, senza parapetto; a quel punto ho sperato che ci fosse, magari più avanti, la possibilità di invertire la marcia. Persa ogni speranza mi sono fermata, ho chiuso l’auto e mi sono incamminata verso quella che pensavo fosse la stradina per il faro. Man mano che proseguivo lungo il viottolo, che diventava sempre più stretto e si infoltiva di cespugli spinosi, le mie speranze di arrivare al faro si facevano sempre più deboli; a un tratto incontrai due ragazze che stavano venendo in senso contrario così ho chiesto informazioni su dove fosse il faro. Le due ragazze, di nazionalità Francese, hanno confermato i miei dubbi, il faro si trovava a un’ora di distanza e il sentiero sarebbe peggiorato più avanti. Sono tornata all’auto e con molta cautela, andando pianissimo, ho ripercorso la strada in retromarcia, guidando con la portiera aperta in modo da poter vedere la carreggiata. Dopo essere uscita da quell’inferno ho pensato che doveva esserci un’altra maniera per raggiungere il faro. Così ho proseguito sulla strada principale; dopo aver pranzato ho chiesto se qualcuno fosse disponibile ad accompagnarmi in barca al faro, ma anche questo tentativo fallì. Al porto ho chiesto alla commessa di un negozio se qualcuno fosse disposto ad accompagnarmi in barca al faro. La ragazza ha chiamato un amico che mi ha portato al faro, fermando la barca dove io volevo, così sono riuscita a fotografare l’irraggiungibile faro di punta Fenaio.

La prima farista donna d’Italia

Il 28 maggio 1997 mi trovavo a Capo S. Marco in Sardegna. Fortunatamente il faro è vicino a degli scavi archeologici così l’ho trovato facilmente. Il farista era appena arrivato e, passata la sbarra che delimitava la proprietà militare, entrai. Mi accolse un cane nero affettuosissimo, poi il farista. Dopo avergli mostrato il permesso della Marina Militare per fotografare i fari, lui gentilmente mi accompagnò lungo il perimetro del faro, raccontandomi parte della sua vita. Mi ha raccontato di far parte di una famiglia di faristi: il padre era stato farista di questo stesso faro; sua madre si offrì di continuare il mestiere del marito, dopo la sua morte mentre era in servizio, prendendo il suo posto. Avendo vissuto per anni nei fari e conoscendo bene gli strumenti, diventò così la prima farista donna italiana. Andò in pensione nel 1989. I due figli divennero faristi e uno di essi tornò a vivere proprio nel faro dove passò la sua infanzia. Continuò a raccontare di quando era piccolo e giocava con il fratello a pallone proprio dove poi furono ritrovati i resti greco-romani; adesso rimpiange di non aver fatto più attenzione a dove giocava. Terminati gli studi fu mandato all’isola dei Cavoli, in Sardegna, dove fu assegnato per cinque anni con altri due ragazzi. All’epoca potevano andare a terra solo una volta alla settimana per far provviste e durante l’inverno solo ogni due o tre settimane, dipendeva dalle condizioni del mare. Da 26 anni vive in questo faro dove arriva la corrente elettrica, ma l’acqua è solo quella piovana.

Il faro più bianco d’Italia

Era il 30 maggio 1997; dopo aver parlato con il capitano Novelli (responsabile dei fari Sardi) sono partita per Capo Ferro. Arrivata al faro ho notato che il farista, il sig. Cuccurreddu, stava dipingendo di bianco la lanterna del faro. Mi venne incontro e gli feci vedere il permesso per fotografare il faro, lui mi disse che era stato avvertito del mio arrivo. Mi sono complimentata con lui per come fosse mantenuto bene il faro, non è cosa usuale trovare tanta passione e inventiva per rendere accogliente e gradevole da vedersi una zona abbastanza impervia; il Sig. Cuccureddu c’era riuscito. Abbiamo parlato di varie cose, siamo saliti sulla lanterna, si sentiva ancora l’odore della vernice fresca, posso proprio dire che questo è il faro più bianco d’Italia. Dalla lanterna con il suo cannocchiale mi ha fatto vedere dov’è il faro di Capo d’Orso, che è irraggiungibile via terra. Dopo averlo ringraziato per il tempo dedicatomi, sono ripartita.

3 maggio 1997: Anzio

Il luogo prescelto per la costruzione del faro di Anzio è sulla riviera di ponente, sulla quale esisteva già da secoli la torre eretta dalla famiglia Frangipane. Il faro è situato vicino ai resti della villa di Nerone e per questo motivo non è stato difficile raggiungerlo. In servizio a questo faro ci sono due faristi, il Sig. Congedo e il Sig. De Marco, che hanno permesso anche una ripresa video dell’interno. All’ingresso è presente una insegna in marmo con iscrizione che riporta la data di costruzione del faro e che fu donato da Pio IX per migliorare la sicurezza costiera e l’accesso ai porti.

Punta Imperatore: il faro in controluce

Ischia, 10 giugno 1997. Dopo aver tentato di raggiungere il faro di Punta Imperatore da una stradina asfaltata ma molto stretta (nonostante questo a doppio senso), mi sono arresa e, avendo trovato uno slargo, ho fatto dietro front e sono tornata sulla strada principale. Un pò piu avanti ho ritentato la sorte e mi sono infilata in un’altra stradina stretta, fortunatamente sono arrivata in un punto da dove ero sicura di trovare un accesso al faro (tutto sempre per istinto, non vedendo dove fosse veramente il faro). A fianco di cespugli ho intravisto un viottolo di ciottoli, ho deciso di percorrerlo e, costeggiando il promontorio e schivando i cactus che erano cresciuti un pò troppo, sono giunta fino alla sommità di una scala. Dopo essere scesa per due tornanti di scale sono arrivata a un cancelletto di ferro; tutta la zona era delimitata con rete di recinzione e non c’era campanello. Ho provato a chiamare il farista, ma non ricevendo nessuna risposta ho fotografato il faro attraverso il cancello. Esso era contro luce e io mi trovavo sopra. Così sono riuscita a fotografare la lanterna.

11 giugno 1997: Punta Carena, il faro di Capri

Era un caldo pomeriggio quel giorno quando, con una vecchia 132 Fiat, il tassista mi ha portato al faro situato sulla punta del promontorio chiamato Carena ai piedi di Anacapri. Un bellissimo faro color rosa e grigio, giusto in sintonia con l’elegante Capri, persino la stanza della lanterna ha il suo tocco di classe, ricoperta di bianche piastrelle decorate con disegni blu. Con uno dei faristi, il signor Pettrone Bartolomeo, farista da più di vent’anni, abbiamo fatto una lunga chiacchierata: mi ha raccontato del suo lavoro che lo ha portato in diversi posti come al faro di Punta Maestra alla foce del Po e alla Lanterna di Genova. Mi ha inoltre detto che questo è un faro d’altura attivato nel 1866 e che i fari d’altura sono stati attivati tutti tra il 1800 e 1870. Del faro di Punta Maestra mi ha raccontato che a causa di prelievi di metano nella zona sta lentamente sprofondando e che sono state messe delle pompe aspiranti per svuotare la piazzetta che unisce gli alloggi dei faristi al faro. Dopo avermi illustrato i meccanismi della lanterna e le bellezze naturali che si possono vedere dalla cima di un faro, ci siamo salutati.

12 giugno 1997: Palinuro, il faro più in alto d’Italia

La lanterna situata a 206 metri sul livello del mare è la più alta del nostro territorio. E’ decorata da ferri battuti e in particolare da teste di leone come scolo dell’acqua. Il faro è stato ristrutturato circa cinque anni fa ma a causa dei forti venti e della salsedine in alcuni punti l’intonaco è stato corroso rendendo visibile i mattoni sottostanti. Il farista, persona molto cordiale, mi ha raccontato che ogni due anni la zona viene bruciata per consentire un miglior pascolo e per disinfestarla dai rettili, così per evitare che le fiamme arrivino al faro devono tenere pulito dai rovi la zona circostante.

15 giugno 1997: l’isola delle Correnti

L’isola delle correnti si trova sull’estremità meridionale dello stretto di Messina, durante la bassa marea si collega alla Sicilia. Al momento della mia visita non c’era la bassa marea così sono stata costretta a fotografare il faro dall’altra sponda. Alcune persone hanno attraversato a nuoto lo stretto. Per arrivare al punto più vicino al faro ho dovuto fare circa 100 metri a piedi sulla spiaggia a una temperatura di 40 gradi centigradi e a quel punto mi è venuto un mal di testa pazzesco che non è passato fino al giorno seguente. Il faro si trova sulle mura di un fortino impenetrabile.

Il faro dalla strana forma: Scoglitti

Era il 16 giugno quando sono arrivata alla cittadina di Scoglitti e come mi era capitato molto spesso non sono riuscita a trovare il faro subito, così ho chiesto informazioni alla prima persona che mi è capitato di incontrare. Era una guardia giurata che stava prestando servizio davanti ad una banca in una piazzetta, che ho scoperto dopo essere la piazza principale del paese. In ogni caso, la guardia giurata molto gentilmente mi ha indicato la direzione da prendere per il faro. Il faro si trova al porticciolo, dove la mattina vendono il pesce fresco, infatti al momento del mio arrivo ho fatto molto fatica a trovare un parcheggio, ma con calma e pazienza ho aspettato che si liberasse un posto. Finalmente parcheggiata l’auto sono riuscita a osservare il faro nei suoi dettagli. La prima cosa che salta all’occhio è la forma un po’ particolare: non è molto alto ma la sua torre ha un balconcino che la divide in due. Non ci sono altri fari con questa particolarità in Italia. Un altro particolare di questo faro è che la torre si trova al centro del caseggiato, come il faro La Rocchetta a Venezia. Il caseggiato che sostiene la torre non è nelle migliori condizioni, anzi direi che non durerà ancora molti anni.

Dieci minuti ad arrivare, un’ora per tornare

Il 19 giugno, dopo aver attraversato la città di Palermo sono arrivata a Capo Zafferano. La stradina a curve che porta al faro è larga quanto la macchina, con lo strapiombo sul mare da una parte e la roccia sporgente dall’altra. L’unica cosa positiva è che è asfaltata e che per un lungo tratto dalla parte dello strapiombo c’è un muretto alto fino allo lo specchietto dell’auto. Ci sono voluti solo dieci minuti ad arrivare al faro, ma sfortunatamente quando sono arrivata ho notato che l’unico posto dove invertire la macchina si trova dietro il cancello d’ingresso al faro, il quale è chiuso con catena e lucchetto. Mi sono detta “Una cosa per volta”: ho fotografato il faro da diversi punti di vista, sono entrata da un passaggio pedonale attraverso il muretto di recinzione per avere diversi scorci del faro e poi ho iniziato la lunga e difficile impresa di ritorno. Inserita la retromarcia e andando con molta cautela sono arrivata alla prima curva, a quel punto sono iniziate le mille manovre per schivare la roccia sporgente da una parte e il muretto dall’altra, inoltre la curva era di circa novanta gradi. Come questa prima curva ne ho trovate altre. Dopo più di un’ora che ero bloccata nella mia avventura in retromarcia sono finalmente uscita da quei due chilometri infernali, sudando 10 camicie, passando un ponticello senza muretto di delimitazione e un tratto a strapiombo sul mare. A quel punto ho cercato un bar dove mangiare qualcosa dopo una faticaccia del genere, ma erano già le due e non facevano più panini, così per calmarmi mi sono consolata con un gelato.

Punta Stilo: 23 giugno 1997

Erano le 11 di mattina quando sono arrivata al faro di Punta Stilo, in Calabria. Il farista, dopo aver fatto il solito controllo del mio permesso per fotografare il faro e dopo aver mandato il figlio a fare una fotocopia dello stesso, si è rilassato e mi ha lasciato fotografare il faro da tutti i suoi lati compresa la targa del faro. Ci siamo seduti sotto un bellissimo albero dove abbiamo chiacchierato per un po’, mi ha detto di essere lo zio del farista di Scilla (che si trova sulla costa tirrenica della Calabria). Sono quasi trent’anni che fa il farista e che è stato assegnato a diversi fari di cui Capo Zafferano dove è stato per circa dieci anni. Il faro si trova su una collinetta e il panorama è stupendo, una vista a 360° sui dintorni. Il farista mi ha raccontato che è una bellissima posizione ma che ha anche i suoi difetti perchè un anno c’è stato un incendio a causa della siccità e tutta la zona ha preso fuoco. Non avendo la possibilità di fuggire si sono dovuto barricare nel faro e quell’anno il vento ha spinto le fiamme fino al caseggiato del faro. Fortunatamente loro non sono stati lesi dalle fiamme, ma si sono molto spaventati. Mi ha spiegato che il lavoro del farista è quello di mantenerlo funzionante, lavorano sei ore al giorno, 36 ore alla settimana di cui una domenica su tre devono essere reperibili.

Il faro di Capo Colonne: Crotone

Verso le 16,30 del 23 giugno sono arrivata al faro di Capo Colonne. Di fianco al faro ci sono dei resti greco-romani con un tempio dedicato a una dea del mare. Nel passato questo tempio possedeva 49 colonne di cui oggi ne rimane solo una. A causa di questi resti Greco- Romani le autorità hanno deciso che il faro adiacente doveva avere una colorazione che non disturbasse l’ambiente, così fu colorato di un beige simile al terreno circostante e non bianco come prescritto da regolamento sui fari. La lanterna è una L3, la cupola è in ferro battuto con inserti di teste di leoni come scolo dell’acqua piovana, una volta la ringhiera attorno alla lanterna era anch’essa in ferro battuto e riprendeva il motivo dei leoni nelle giunture, ma durante le ristrutturazioni fu murata e infine sostituita con l’attuale ringhiera in acciaio. Il farista con cui ho avuto il piacere di parlare, il Sig. Fulvio, mi ha fatto entrare e salendo attraverso una bellissima scala a chiocciola in marmo verde mi ha raccontato tutto ciò che sa su questo faro. Arrivati in cima ha fatto funzionare il vecchio sistema del peso motore, che una volta veniva utilizzato per far ruotare la lanterna. Il sistema funziona come un carillon, si carica una molla con la manovella e questa molla permette ad un peso di scendere lentamente giù per la tromba delle scale facendo girare degli ingranaggi che fanno girare la lanterna. Mi ha permesso di fotografare tutta la lanterna, anche i più piccoli particolari in ottone. Mi ha raccontato che essendo vicino ai resti della torre di Pitagora molti turisti scambiano il faro per una cattedrale. Lui sostiene che a causa della lanterna in ferro battuto e della sfera alla sommità può essere scambiato per una chiesa stile arabo. Una volta una coppia di persone anziane trovando il cancello aperto e il farista seduto sulla scale d’ingresso è entrata. La signora si è inginocchiata sugli scalini, li ha baciati e si è fatta il segno della croce, poi ha chiesto al farista quando ci sarebbe stata la funzione; il farista, rimasto stupito dalle azioni della signora, ci mise un po’ prima di rispondere pensando a come dirle che quello non era un santuario ma il faro e che il santuario si trovava a poca distanza nella zona della torre di Pitagora. La coppia di anziani si scusò e se ne andò.

Punta Alice: 24 giugno 1997

Il 24 giugno attraversando un boschetto di eucalipti ho raggiunto il faro di punta Alice. Avvicinandomi sempre di più ho notato che attraverso la finestra sulla torre del faro si intravedeva la scala a chiocciola, e mi sono detta “devo fotografarla in qualche maniera”. Arrivata, ho chiamato il farista e insieme abbiamo chiamato il comandante Belli per controllare se il permesso fosse valido. Dopo che il comandante ci ha dato l’OK siamo saliti sulla scala a chiocciola. Ho notato che questa scala era particolare è l’unica scala di un faro italiano ad avere delle decorazioni in ferro battuto lungo tutto il suo percorso, così prima di salire l’ho fotografata. Arrivati in cima ci siamo messi a chiacchierare, il farista mi ha raccontato che sono molti anni che è di servizio in questo faro. All’inizio non c’era la strada asfaltata che arrivava fino a quel luogo così isolato, inoltre non c’era ne corrente elettrica ne acqua corrente. Questa situazione durò per parecchi anni. Anche lui, come la maggior parte dei faristi con cui ho avuto il piacere di colloquiare, fa parte di una famiglia di faristi: suo padre era farista e suo nonno fu il primo farista italiano. Mi ha raccontato di una terribile avventura avvenuta nel 1975 dopo che una mareggiata così alta sommerse tutta la zona intorno al faro. Sono stati salvati dalla guardia costiera grazie al telefono (per foto vedere il capitolo “Dentro al faro”). Sono stati caricati e trasportati sulla costa uno alla volta. Mi ha detto che è stato l’incidente più traumatico che gli sia mai successo.

24 giugno 1997: marito e moglie, figli di faristi

Dopo essere stata alla sede di Mari-Fari di Taranto e aver parlato con il comandante Giovanni Belli su i vari fari della sua zona, mi sono diretta al faro di San Vito. Lì mi aspettava il farista, una persona molto simpatica e cordiale, che mi ha raccontato la sua storia. Lui è figlio di un farista, ora in pensione, e anche sua moglie è figlia di un farista. Si sono conosciuti mentre i reciproci padri prestavano servizio al faro di Torre Canne. Lui ha sempre vissuto in un faro, ama molto il suo lavoro tanto da essere il rappresentante dei faristi italiani nei sindacati. Fotografando la lanterna mi sono accorta che era diversa dalla altre, infatti è l’unica lanterna in Italia costruita in Inghilterra, ed è l’unica dipinta tutta di bianco.

26 giugno 1997: il faro dell’isola di S. Andrea a Gallipoli

Avevo appuntamento la mattina presto con i faristi di S.M. di Leuca, i quali tra l’altro hanno il compito di fare dei controlli anche al faro di S. Andrea. Ci siamo incontrati alla capitaneria di porto dove hanno ormeggiato la barca per raggiungere l’isola. Secondo il loro parere la barca in dotazione è un residuo bellico della seconda guerra mondiale, l’imbarcazione va a batteria e al momento di partire si scoprì che si era scaricata durante la sosta tra una visita e l’altra. Hanno chiesto alla capitaneria se ci davano un passaggio all’isola e con una velocissima motonave siamo arrivati all’approdo dell’isola. L’isola è molto piatta, senza un albero, gli unici manufatti visibili sono il faro e una stradina soprelevata che conduce ad esso. Ho chiesto come mai la strada fosse soprelevata e mi è stato risposto che spesso ci sono delle mareggiate e che tutta l’isola viene sommersa, ecco perchè è stata costruita in modo da rimanere sopra il livello dell’acqua. Sono più di vent’anni che il faro è disabitato e attualmente i suoi soffitti stanno crollando, inoltre è preso d’assalto dai vandali, che come si sa non risparmiano niente di ciò che è abbandonato. A causa di questo declino i faristi hanno deciso di smantellare tutto ciò che non era utile, hanno smontato il sistema del peso motore, la lanterna e il gruppo elettrogeno. Il faro è alimentato da batterie a energia solare e la lanterna è composta da sette lampadine di cui una in funzione e le altre sono di riserva in caso questa si fulminasse. I faristi mi hanno raccontato che in questo faro c’erano cinque appartamenti di cui uno veniva riservato, in caso di alto mare, alla maestra, altrimenti veniva utilizzato dai superiori quando venivano a fare i controlli. La scala a chiocciola che conduce alla lanterna è di 187 scalini.

1 luglio 1997: l’unica donna farista

Avevo appuntamento alle 10 di mattina con la signora Rita all’ingresso del centro turistico di Pugnochiuso, da dove si raggiunge il faro di Torre Preposti. Per raggiungere il faro si percorre un sentierino molto stretto in mezzo a una pineta. Alla signora Rita piace molto vivere in questo faro perché è isolato (tranne i mesi estivi) le piace non essere disturbata ma; essendo l’unica farista donna che vive in un faro, è continuamente avvicinata da “giornalisti insolenti e maleducati”, cito le sue stesse parole. L’unica compagnia che desidera sono i suoi tre cani, di cui uno da masseria, e una decina di gatti che gironzolano intorno al suo faro. Il dottore e il supermercato più vicini sono a Vieste, a circa 20 Km da Pugnochiuso. I viveri vengono trasportati dall’auto, parcheggiata all’albergo “Al faro” con l’aiuto di una carriola. Sono vent’anni che fa la farista; mi ha detto che ci sono altre fariste in Italia ma sono di servizio in uffici della sezione Mari Fari, lei è l’unica che presta realmente servizio in un faro. Da 14 anni è in questo faro e il più pericoloso incidente avvenuto qui è stato nel 1985, quando un grosso incendio ha raggiunto il caseggiato del faro e l’ha circondato. All’epoca sia il faro che l’albergo erano alimentati da bombole a gas. La maggior parte degli inquilini dell’albergo erano stati evacuati in tempo ma alcuni non avevano sentito l’allarme incendi. Così quest’ultimi, la signora Rita e la figlia 18 enne per paura che tutto saltasse in aria dovettero allontanarsi dalle strutture. Furono intrappolati tra l’incendio che avanzava e il mare tanto che decisero di buttarsi in acqua sperando che qualcuno sarebbe passato di lì prima o poi, infatti proprio allora stava passando un peschereccio che li trasse in salvo tutti. Dopo questa esperienza la signora Rita è un po’ terrorizzata da arbusti secchi che facilmente possono prender fuoco. Ma in ogni caso a lei piace lavorare in questo posto, perché è molto tranquillo. Mi ha confidato che se fosse possibile vorrebbe vivere qui anche dopo esser andata in pensione, ciò che accadrà fra qualche anno. Abbiamo pranzato insieme e mi ha riaccompagnata all’albergo. Dopo i saluti sono ripartita per la tappa successiva.

Ancona: 4 luglio 1997

Come faccio sempre, mi sono diretta al porto e ho chiesto informazioni su dove si trova il faro. La persona a cui ho chiesto informazione mi ha dato le indicazioni di come raggiungere la vecchia entrata del faro che da molti anni non è più in uso. Così ho dovuto telefonare alla sezione Mari-Fari responsabile di questa zona, che è quella di Venezia. Dopo varie telefonate a causa delle cadute di linea sono riuscita a mettermi in contatto con il farista di Ancona. Ci siamo dati appuntamento davanti a un palazzo molto noto e da lì mi ha guidato fino al faro. Il faro si trova in collina e precisamente sul colle Cappuccini. La zona è di proprietà militare e non vi si può accedere senza un permesso. Peccato perchè all’interno della zona c’è la struttura del vecchio faro, fatto costruire dallo stato pontificio nel 1860 quando Pio IX era papa. La struttura è stata restaurata di recente dalle belle arti ed è stato scritto un articolo pubblicato su un giornale locale sui recenti ritrovamenti venuti alla luce. La vecchia scala a chiocciola che portava alla lanterna, ora non più visibile, scende in un locale sotterraneo probabilmente usato per attrezzature inerenti al funzionamento della lanterna. Il nuovo faro si trova nelle vicinanze ed è una struttura recentissima, circa del 1972. Il farista e sua moglie sono delle persone squisite, mi hanno invitata a pranzo e mi hanno regalato una copia dell’articolo sul vecchio faro. Sono originari di Favignana, Sicilia; sono stati in servizio anche al faro di Punta Maestra e di Chioggia. Abbiamo fatto il giro del faro sia dentro che fuori, ho fotografato anche il farista. La signora mi ha detto che i colleghi di lavoro sono molto interessati a ciò che riguarda il mare, specialmente i fari. Così le ho detto che appena avrei stampato qualcosa riguardante i fari le avrei inviato una copia. Ci siamo salutati e sono ripartita.

La torre del 1700, Rimini: 5 luglio 1997

Sono arrivata a Rimini e il farista era rientrato dalla sua licenza di vacanza solo da qualche ora. Mi ha detto che la base del faro era una vecchia torre del 1700 e che l’attuale faro è stato ricostruito dopo l’ultima guerra, quando per scopi militari i fascisti lo fecero saltare in aria. Per accedere alla scala che conduce alla lanterna bisogna passare per quello che rimane della vecchia torre, un luogo molto fresco ma anche umido. Il farista, il signor Vincenzo, è una persona molto simpatica, non sono molti anni che fa il farista ma è un appassionato di fari, colleziona tutto ciò che riguarda i fari, da articoli di giornale a stampe fotografiche. Tra gli articoli della sua collezione ce nè uno proprio sul faro di Rimini. Si legge che fu costruito dall’architetto Luigi Vanvitelli e i lavori iniziarono il 5 Settembre del 1733. Ebbe anche la funzione di torre vedetta contro i pirati Turchi durante le varie scorrerie. Fu ritratto in un acquerello di F. Mazzuoli del 1788. Dopo queste informazioni ci siamo salutati e sono ripartita.

La foce del Po, il faro Bar e Punta Maestra: 7 luglio 1997

Era un caldo pomeriggio quel giorno quando, con una vecchia 132 Fiat, il tassista mi ha portato al faro situato sulla punta del promontorio chiamato Carena ai piedi di Anacapri. Un bellissimo faro color rosa e grigio, giusto in sintonia con l’elegante Capri, persino la stanza della lanterna ha il suo tocco di classe, ricoperta di bianche piastrelle decorate con disegni blu. Con uno dei faristi, il signor Pettrone Bartolomeo, farista da più di vent’anni, abbiamo fatto una lunga chiacchierata: mi ha raccontato del suo lavoro che lo ha portato in diversi posti come al faro di Punta Maestra alla foce del Po e alla Lanterna di Genova. Mi ha inoltre detto che questo è un faro d’altura attivato nel 1866 e che i fari d’altura sono stati attivati tutti tra il 1800 e 1870. Del faro di Punta Maestra mi ha raccontato che a causa di prelievi di metano nella zona sta lentamente sprofondando e che sono state messe delle pompe aspiranti per svuotare la piazzetta che unisce gli alloggi dei faristi al faro. Dopo avermi illustrato i meccanismi della lanterna e le bellezze naturali che si possono vedere dalla cima di un faro, ci siamo salutati.

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