Il faro della passione

Articolo di Paola Richard
Fonte: www.blumareonline.it

Mestieri. Il “re” di Cozzo Spadaro, il figlio d’arte di Capo Sandalo e il reggente di Anzio. Sono fra gli ultimi a guardia delle torri di segnalamento luminoso. Il fascino di un’attività in via di estinzione

Il nome viene dalla torre di segnalamento luminoso costruita sull’isola di Pharos, di fronte ad Alessandria, nel terzo secolo a.C. Nello stesso periodo fu eretto il Colosso di Rodi, alto più di 30 metri, che sovrastava il porto della città tenendo in mano una torcia. Poi fu la volta delle lampade a olio e ad acetilene, fino ai moderni fari ad alimentazione fotovoltaica.
Oggi c’è chi sostiene che con le moderne strumentazioni satellitari le caratteristiche segnalazioni luminose da terra siano diventate inutili. A testimoniarlo anche il fatto che l’ultimo concorso per un posto da fanalista nella Marina militare risale al 1987. In molti, però, continuano a sognare di fare il guardiano del faro, almeno per un po’. E la passione resta accesa anche per chi, ormai da tempo, è abituato a svolgere questo lavoro solitario. “Ogni faro ha un suo segnale luminoso caratteristico – racconta ad esempio Silvestro Di Marco, guardiano del faro di Anzio – e da ex navigante conosco bene l’emozione di riconoscere il fascio luminoso quando si arriva dal mare”. Oggi di fari non se ne costruiscono più, così gli attuali guardiani sono davvero gli ultimi custodi di questi monumenti a picco sul mare. Alcuni di loro hanno raccontato a Blumare la loro esperienza.

La prima luce d’Europa
Tre lampi bianchi ogni 15 secondi. E’ il primo saluto europeo ai naviganti che vengono da Sud. Quello di Cozzo Spadaro è infatti l’ultimo faro di avvistamento situato nell’estrema punta meridionale della Sicilia, a Portopalo di Capo Passero (Siracusa). Costruito alla metà dell’Ottocento, è oggi all’avanguardia per funzionamento e tecnologia. “Prima veniva alimentato ad acetile – spiega Giovanni Lupo, oggi incaricato della sorveglianza del fanale principale assieme ai segnalamenti adiacenti sull’isola di Capo Passero, su quella delle Correnti, sullo scoglio di Porri e a Pozzallo – Mi ricordo che c’erano i bomboloni da sostituire ogni 15 giorni. Adesso invece utilizziamo pannelli solari che caricano le batterie e 1 faro si aziona automaticamente di notte”. All’interno della scala a chiocciola che sale alla lanterna, lungo l’asse centrale del vortice, scorre ancora però il peso-motore del meccanismo di riserva a orologeria. Cazzo Spadaro è infatti un segnalamento aeromarittimo e funziona anche come radiofaro. Insomma, se ormai le imbarcazioni si orientano con il satellite, è comunque meglio che non rimanga spento.
“Il faro è alto 36 metri da terra e 83 dal livello del mare – prosegue Giovanni – E’ di conforto alle grandi navi che passano di qui, ma serve soprattutto alle piccole imbarcazioni e ai pescatori che escono di notte”. Giovanni fa il guardiano da 23 anni per scelta e ha prestato servizio prima ad Ancona, quindi a Ustica. “Ho cominciato perché il faro mi ha sempre affascinato – spiega – Mi ricordo che ero piccolino e lo vedevo all’inizio del paese e mi sembrava che all’interno ci fosse “sua maestà”, tanto la torre è imponente”. La carriera non è stata tutte rose e fiori. Per Giovanni passare da una città come Ancona alla piccola isola di Ustica “è stata una vera avventura: abbiamo trasportato mobili e masserizie con l’Ape attraverso le stradine del paese e lungo la mulattiera che arriva al taro. Lì parlavamo solo con i gabbiani. Il posto si chiama punta dell’Orno morto!”.
Così Giovanni Lupo è tornato alla sua terra d’origine e adesso vive nella grande torse ottagonale con la moglie e la figlia di 13 anni. Ha coronato il suo sogno, anche se ogni tanto deve combattere con il mare grosso per raggiungere gli altri fanali in mare e i mille inconvenienti legati alla manutenzione. Spiega che il guardiano del faro non è una mansione specifica dove si fa una cosa sola: bisogna essere meccanici, motoristi e saper fare un po’ di tutto. Per il resto si vive da “re”.

Sulle rotte dei Fenici
L’isola di San Pietro, a sud-ovest della Sardegna, era impiegata come base portuale già da Fenici e Cartaginesi, che probabilmente all’epoca usavano accendere grandi falò di segnalazione sul promontorio roccioso. Nel 1737 Carlo Emanuele III affidò questo piccolo regno agli esuli liguri cacciati dalla città tunisina di Tabarka e, circa un secolo dopo, fu costruito nell’estrema parte occidentale dell’isola un bel faro in pietra rosa lavorata a scalpello. Bruno Colaci è qui dal 1972 ed è un “figlio d’arte”: la, prima volta che entrò in un faro aveva solo quattro anni. Accompagnava il padre, guardiano dal 1945. “Sono 39 anni che faccio questo lavoro – racconta Bruno – Ho iniziato come si comincia qualsiasi mestiere comune. All’inizio sono stato all’Asinara, quindi a Vieste, nel Gargano, sull’isola di Santa Eufemia, sull’isola dei Cavoli in Sardegna, a Santa Maria di Leica e anche a Genova”.
Di fari ne ha girati tanti, insomma, compreso quello della città della Lanterna. “Ma il servizio è uguale dappertutto – tiene a sottolineare – Quello che cambia è se si sta in mezzo alla gente oppure no. Ovunque si lavora dalle otto alle 13 e poi un’ora dì sorveglianza la sera, coree da regolamento. Cambia il tempo libero. Con questo lavoro ce n’è tanta di libertà! Si sta con la famiglia, si va al mare, si legge, si guarda la televisione. Si fanno cose per ammazzare il tempo insomma”.
Al farista di Capo Sandalo piace il Suo lavoro: “Se potessi scegliere rifarei di nuovo questa vita. Non è che sia un granché, ma non è brutta come si può pensare! Si vive vicino al mare, si respira aria buona, c’è la natura, c’è tanto da vedere e tanto da imparare”. La vista sulle antiche rotte fenicie è davvero mozzafiato e la lanterna del faro è spesso circondata dai rari e bellissimi falchi della regina che nidificano nelle scogliere dell’isola. Bruno si rammarica del fatto che il suo è un mestiere che sta scomparendo. Tutti i posti che ha lasciato sono stati ora automatizzati e non ci vive più nessuno. Anche il faro di Capo Sandalo è in realtà controllato da un computer che sta in paese a Carloforte. “Ma finché ci sono io preferisco controllare di persona” ribadisce Bruno.

Il “reggente” di Anzio
Il reggente del faro di Anzio si chiama Silvestro De Marco. Mostra gli ingranaggi del motore e le lenti cristalline dal profilo Fresnel, ideate dall’omonimo fisico francese, che dalla metà dell’Ottocento concentrano la luce in fasci dalla portata di 20-30 miglia. Ruotando intorno a una lampadina da 1.000 Watt proiettano due lampi ogni dieci secondi. Sotto la torre, costruita da Pio IX nel 1866, c’è una spiaggetta molto affollata in estate e i resti della villa romana di Nerone. “Sono nato come navigante – dice Silvestro – Ho lavorato 15 anni come capitano di lungo corso, poi mi sono sposato, ho avuto tre figli e ho dovuto fare una scelta di vita”. Racconta del concorso nel 1981, quando per 33 posti parteciparono 300 persone: “Sono stato fortunato, sono stato preso e, dopo Venezia e San Remo, ho fatto di tutto per venire ad Anzio. Dal 1990 sono stato trasferito qui, dove finirò la mia carriera. Non che non mi piacessero le altre destinazioni – precisa – ma era diverso. Il faro di Venezia è molto alto: ben 450 scalini da percorrere 4 volte al giorno. Poi c’era la nebbia e le zanzare in estate. La nebbia era affascinante, ho scattato alcune foto dalla cima in cui c’era il sole sopra la coltre bianca. Le zanzare un po’ meno”. Anche Silvestro mostra una grande passione per il suo lavoro: “Se si bloccasse il faro in un giorno di festa o lontano dall’orario di lavoro basterebbe trasmettere l’avviso ai naviganti e intervenire il giorno dopo. Però, c’è l’amor proprio: sentire per radio che il faro di Anzio è spento mi darebbe troppo fastidio, anche perché siamo qui apposta”. Il guardiano di Anzio non si sente inutile, ma ammette: “Il faro è sorpassato, tecnicamente non è più di aiuto a nessuno, ma ha una funzione psicologica. Da navigante posso dire che quando vedevamo il fascio di luce conosciuto pensavamo di essere vicini a casa. È un po’ il cordone ombelicale con la terra. Poi serve ai pescatori locali e alla piccola navigazione. Quindi non siamo inutili, cerchiamo di fare del nostro meglio”.
D’altronde quello del farista è un lavoro molto ambito. Silvestro racconta che nel 2003 è apparso sul sito della Marina militare l’appello per un possibile nuovo concorso: “Le richieste sono state 30mila e c’era chi chiedeva di lavorare gratis! C’è anche chi è riuscito a farsi affidare un faro in affitto, come quel pittore olandese che ha vissuto a Palmarola per sette anni”. Nel tempo però il personale effettivo è passato dalle 531 unità del 1981 alle 230 attuali e non sembrano prospettarsi nuovi posti di lavoro. Chi va in pensione non viene sostituito. “Io ho tre figli, l’unica che è ancora qui con noi ha 30 anni e dice sempre “chissà che tristezza quando ce ne andremo!” – ricorda Silvestro – Quando andrò in pensione dovrò lasciare il faro, ma cerco di non pensarci. Ogni giorno, qui, è un giorno affascinante in sé”.

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