Capo Gallo, camera con vista

Articolo di Daniele Billitteri
Fonte: www.gds.it

Per quanto singolare possa sembrare, Capo Gallo è un luogo che i palermitani hanno frequentato prevalentemente di notte. Malgrado le spiaggette ospitali e il mare sempre blu, malgrado la ventilazione che lo rende un posto ideale per la balneazione anche nei giorni in cui il «pico» del sole è più forte.
Non che di giorno non fosse (e non sia) frequentato, questo no. Capo Gallo, infatti, è la sede deputata del «partito degli scoglisti», robusta corrente del più ampio partito degli appassionati del mare. Niente sabbia da togliere dai piedi prima del ritorno a casa ma solo sassi puliti (catrame a parte), niente «aranciate, birra, cocacuela» nè ciambelle e sfincionelli. Il posto, insomma, passa per luogo tranquillo per «veri appassionati». È vero: la sabbia non c’è neanche a Sferracavallo o in una parte di Isola. Ma Capo Gallo è sempre stato considerato più intimo, più raccolto. Forse anche per la circostanza che per entraci bisognava pagare un dazio. Contestatissima proprietà privata, l’ingresso fu a lungo presidiato da guardiani-bigliettai che non si potevano evitare se non inerpicandosi per un sentiero, quello dell’accesso gratuito demaniale, che però sembrava ai più un «sesto grado» e, ovviamente, non prevedeva l’impiego di un’automobile.
Il fatto di entrare dovendo pagare era per molti una sorta di status symbol (della serie: «Io pago e mi distinguo da voi morti di fame che vi ammassate nella spiaggia libera»). Tuttavia la barriera del dazio era pur sempre una sfida per la nota idiosicrasia dei palermitani nei confronti di qualsiasi tipo di tariffa. Così se ne inventavano di tutti i colori. «Entro un attimo a prendere mia figlia», per solleticare l’animus domestico dei cerberi. Oppure: «Ieri sera sono venuto con la fidanzata e mi è caduto il portafogli mentre mi levavo i calzoni», con tanto di complice «schiacciata di occhio». Ogni tanto riusciva, ogni spesso no. I cerberi erano dotati di un’auto senza targa che sembrava una meari dell’Afrika Korp con la quale intercettavano inesorabilmente i bugiardi cogliendoli placidamente distesi a prendere il sole.
Ma di notte nessuno ci provava. Tutti pagavano senza discutere ed era opinione comune che si «smazzettassero» più biglietti d’ingresso tra le 22 e le due del mattino di quanti non se ne vendessero tra le 10 e le 14.
Tutti in fila: giovanotti con la «zita», ragazzi alla prima esperienza, mariti in costanza di adulterio. Lievi momenti di imbarazzo in questo inevitabile preliminare ma i guardiani, risolvevano tutto con fare professionale e, malgrado il posto di controllo fosse dal lato del passeggero, facevano il giro e si rivolgevano direttamente all’uomo, evitando sguardi curiosi dentro l’auto.
Una volta entrati ci si inerpicava e ci si perdeva in uno dei cento anfratti che il luogo rendeva disponibili. Una enorme «camera con vista» in questo singolare «albergo ad ore» dove più di un matrimonio fu solennemente promesso e più di un altro fu clandestinamente tradito.
D’altra parte, se amore doveva essere, quale migliore scenario se non quello offerto da Capo Gallo? I più temerari andavano fino al faro, specialmente dopo l’automazione che consentì di rinunciare al «fanalista». Il faro è un luogo mozzafiato da dove è possibile spaziare da Capo Zafferano a San Vito Lo Capo sentendosi una stella pulsante in mezzo ad altre due della stessa classe. Solo gli affanni e i sospiri rompevano il silenzio. E le zanzare rompevano le scatole. Unica vera piaga di Capo Gallo, le zanzare erano una sorta di punizione biblica contro la lussuria. Bastava il luccicare di una chiappa sotto la luna perché nutriti stormi in formazione si lanciassero in picchiata a colpire, colpire e colpire. Le provammo tutte ma non era dignitoso, impegnati nei primi teneri preliminari dovere chiedere scusa, abbassarsi i pantaloni e spalmare l’autan a protezione dei punti più esposti.
Ma al faro non si andava solo a promettersi amore eterno attraverso un semplice acconto e il resto in comode rate. Si andava, per esempio, anche a sbevazzare e a cantare regolarmente «armati» di chitarre e armonica. Oppure, addirittura, per parlare di politica. E, a proposito di politica, Capo Gallo fece parlare di se anche quando si scoprì che un gruppo di estrema destra ne utilizzava un pezzo per fare esercitazioni di tiro a segno dopo aver sporcato le rocce con svastiche e croci runiche. Un episodio isolato, per fortuna, che le tiepide notti del Capo non hanno neanche scritto nell’Albo d’oro. Quello presidiato dalle zanzare.

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