E il guardiano del faro fa l’albergatore

Articolo di Anna Parrella
Fonte: www.corriere.it/lavoro

Un tempo servivano per illuminare la notte ai marinai e fare da guida alle barche, poi con i “potenti mezzi di automazione” molti fari hanno perso utilità e i loro guardiani hanno smesso di custodirli.
Seducenti e misteriosi, però, questi edifici. Che si affacciano sulle coste italiane e continuano a incantare con la loro imponenza e il loro fascino catturando fantasie e sogni di avventurieri e romantici.
Eppure il progresso ne ha resi molti inutilizzabili e così, tra varie ipotesi e infinite proposte, il governo ha pensato di dismetterli e poi venderli.
Una faccenda complessa, tuttavia, quella di queste dismissioni pubbliche e ancora in alto mare è proprio il caso di dire ogni tipo di decisione in proposito. Poco chiare sono le competenze e da definire quali e quanti i fari dismissibili, anche se in un audizione tenuta in Senato lo scorso anno il ministro della Difesa, Antonio Martino, aveva già elencato una serie di fari siciliani dismissibili.
Una volta districata la matassa burocratica, varie sarebbero le possibilità di riutilizzare queste strutture. Senza andare troppo lontano da casa nostra, la Croazia rappresenta un esempio ben riuscito di riutilizzo di fari dismessi: opportunamente ristrutturati, essi sono diventati meta di un turismo alternativo.
Un idea, questa, che non dispiace affatto agli albergatori italiani, che già si dicono interessati alla cosa. E anche per il governo il “modello croato” potrebbe rappresentare una opportunità per coniugare la necessità di «fare cassa» con l esigenza di salvaguardare il valore artistico e storico e allo stesso tempo creando nuovi posti di lavoro.
La strada però è ancora lunga e tortuosa. Corriere Lavoro ha perciò provato a fare un poco di chiarezza in merito e ha tentato, per quanto gli è stato possibile, di capire se un domani non troppo lontano anche noi, potenziali “vacanzieri avventurosi”, potremo riposarci nella confortevole stanza di un faro tricolore.

“Museo o centri di osservazione e ricerca”

I fari italiani sono 205, sparsi su circa 8 mila km di coste; fino ad alcuni anni fa erano riferimento indispensabile per chi solcava le acque del Mediterraneo, poi il progresso e la tecnologia li hanno mandati in pensione. Stessa sorte è toccata alla maggior parte dei faristi: 600 negli anni Settanta, oggi solo 160.
“Questo ha reso disponibili oltre un centinaio di unità abitative” dice Francesco Bosi, sottosegretario di Stato alla Difesa con delega alla Marina. Soddisfare l’esigenza di “far cassa” attraverso la vendita di queste strutture non è così semplice perchè “la decisione di dismetterli, quali e quanti, deve essere il frutto di un concerto interministeriale”
La faccenda delle dismissioni resta intricata, perchè oppone maggioranza e opposizione e per problemi prettamente tecnici. Senza trascurare poi che “lo stesso Ministero dell’Ambiente – aggiunge il sottosegretario – potrebbe opporsi, attento com’è alla tutela e alla salvaguardia delle aree marine protette, zone meno commercializzate e commercializzabili”. Questo fa a pugni con l’idea di creare ristoranti o alberghi all’interno di fari, perchè “l’apertura al pubblico renderebbe necessario l’approdo di numerose barche”. Il problema resta complesso inoltre per il bisogno di coniugare l’esigenza di tutelare il valore storico-artistico dei fari con l’aspetto propriamente economico. In virtù di questa necessità, la proposta del sottosegretario “è di attuare la concessione demaniale più che l’alienazione, perchè il concessionario è costretto a rispettare determinati vincoli e pagare delle multe nel caso non rispetti i patti”. Al modello croato, basato sulla vendita dei fari, sarebbe preferibile “vedere i fari storici diventare musei, centri di osservazione e ricerca meteo-marina nel rispetto dell’ambiente nel quale i nostri fari sono inseriti”.
Tuttavia creare strutture alberghiere al loro interno potrebbe essere un’idea non disprezzabile, purchè finalizzata a “conservare lustro e dignità ai nostri fari più anziani evitandone il degrado conseguente all’abbandono”.

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