I templi del Mediterraneo

Articolo di Enrica Simonetti
Foto di Francesco Macina
Fonte: www.marevivo.it

E’ l’ora del tramonto, fa caldo. Essere chiusi nella piccola campana di vetro di una lanterna, avendo di fronte solo il mare, è incantevole. Il vento fortissimo provoca leggeri spostamenti d’aria, oscillazioni capaci di ricordarci che siamo davvero in alto, in cima alla torre di un faro ad attendere che la lampada si accenda e cominci il suo giro notturno attorno alla costa. Già, ma quale costa? Il fascino dei fari è quello di essere un po’ terre di nessuno. Potresti essere ovunque: su un’isola o sul pennone di una nave, a Livorno o a Marsiglia. Sali per i 400 scalini della torre di S. Cataldo, a Bari, e ti sembra di aver lasciato lontano mille miglia il caos e il cemento della città. Sei in una metropoli come Napoli, ma se guardi verso il mare non te ne accorgi neanche. I fari – ha scritto Predrag Matvejevic – sono simili ai templi del Mediterraneo, hanno tratti comuni con i monasteri. Piccole oasi di pace con un unico comune denominatore: la semplicità del quotidiano.
E’ inutile addentrarsi nel mondo delle torri sul mare pregni di ricordi letterari e romantici. Perché i fari sono case come le altre e i faristi ne sono i custodi. Non c’è eroismo nella storia delle lanterne: solo tanto amore per il mare. Fatto sta che questo amore forse non è stato capace di generare altro amore, tanto che i nostri fari italiani rischiano di essere dimenticati. L’automatizzazione ha reso alcune torri dei simulacri disabitati, spesso esposti all’erosione, all”‘assalto” della salsedine e del tempo.
Andiamo a Capo d’Otranto, uno dei fari più belli del Sud d’Italia: è arroccato sugli scogli, tutto in pietra di carparo, costruito nel 1850, quando l’unico mezzo di collegamento verso il centro abitato era un asinello o la nave che arrivava a rifornire d’acqua la gente del faro. Oggi questa torre abbandonata ai venti si trova sulla punta più orientale della nostra Italia: un luogo estremo, solitario, circondato di natura selvaggia e di scogliere a picco sul mare. Solo un anno fa si è rischiato che il faro fosse venduto a privati, senza una certezza sul suo futuro utilizzo. Andar per fari è conoscere belle e brutte storie. Il mondo dei fari – dai tempi antichi in cui si mettevano “fuochi” ad illuminare la costa – è in continua evoluzione. Pagine e pagine di libri sono state riempite con storie di fari e di mari tempestosi. Ma l’italian style dei fari ha un fascino tutto suo: non torri spruzzate di salsedine, isolate in mezzo agli oceani, ma case deliziose, in cui la storia della solitudine del “guardiano del faro” s’intreccia con quella dell’orticello, della processione del paese o della notte di paura della tempesta e del miracolo. Ed ecco i tanti fari ritratti da pittori negli “ex voto”, le opere di ringraziamento e di devozione. Ecco la storia di un mestiere, quello del farista, che non deve essere cancellata dal tempo. Uno dei fari più conosciuti d’Italia (anche perché uno dei pochissimi aperti al pubblico) è il faro di Genova, che è tra le lanterne più antiche del Belpaese, dato che ha assunto la foggia attuale – nonostante i restauri successivi – nel lontano 1543. Su questa torre sono stati sperimentati tutti i sistemi di segnalamento marittimo: dagli steli di erica che bruciavano al vento per i mercanti genovesi, al gas acetilene alle lenti di Fresnel e all’elettrificazione. Storie di guerra e di pace si sono susseguite anche attorno alla lunghissima vita del faro di Livorno, costruito nel 1304 e oggi monumento nazionale, dopo il bombardamento dei tedeschi durante la seconda mondiale e il restauro.
Ma non sono solo le torri famose a fare la storia dei fari. Ci sono piccole lanterne che sono autentiche sorprese: una per tutte, quella dell’isolotto del Tino, nell’incanto del Mar Ligure, dove si dice che visse S. Venerio protettore dei faristi e forse primo grande “guardiano”. Qui, su questo scoglio fatto di natura, tra le foglie del bosco e il blu del mare emerge la graziosa struttura del faro, dal quale si gode un panorama davvero unico.
Scendiamo ancora per l’Italia. Le lanterne dell’isola d’Elba ci parlano dell’isolamento di un tempo, della vita tra cielo e mare di chi per secoli ha “guardato” il mare e il fanale. Arriviamo a Gaeta e raggiungiamo via terra il faro: è immerso nel bosco del Monte Orlando, anch’esso tra mare e fogliame. Eccoci in Campania: a Capo Miseno, o sui meravigliosi fari di Ischia e di Capri. Di un faro caprese si parla già all’epoca di Tiberio e si dice che fu distrutto nel 37 d.C. da un terremoto. In Calabria, è fascinoso il piccolo faro di Scilla che illumina lo storico stretto dall’alto del castello normanno. Più giù, percorrendo ancora il “piede” dell’Italia, a Capo Colonne, l’unico faro del mondo che poggia le sue basi in un bosco sacro, quello che fu il tempio di Hera Lacinia: davanti al faro resiste solo l’ultima colonna delle gloriose 48 che reggevano il ricchissimo santuario dell’antichità.
E ancora: piccoli fari dalle delicate atmosfere a Punta Alice, a Capo Trionto, su piccoli promontori dominati dal mare. I faristi raccontano storie di acqua e di sale: in Puglia, a Gallipoli, sull’isola di S. Andrea, ancora oggi selvaggia (e a rischio di vendita), una maestra approdava ogni giorno in barca per fare scuola ai bimbi del faro. E lo stesso accadeva a Vieste, sul Gargano, dove vivevano – in una solitudine a volte difficile e a volte beata – i pochissimi abitanti dell’isolotto di S. Eufemia, un angolo che sembra creato dalla natura per far posto al faro. E, poco distante da qui, l’unico faro “governato” da una farista donna, quello di Punta Preposti.
Vista dall’alto della lanterna, la scala interna della torre del faro ha qualcosa delle rivoluzionarie architetture “a chiocciola” del Gaudì. Fari alti e imponenti come quello di Trieste nascondono vere e proprie sorprese. Ma anche le piccole-grandi torri delle isole, dalla Sicilia alla Sardegna, racchiudono fortissime emozioni. Una per tutte: l’isolotto deserto di Razzoli, dell’arcipelago della Maddalena, in cui il faro del 1845 (disabitato dagli anni ’60) svetta da un paesaggio lunare, con le sue storie e i suoi misteri, quelli che gli isolani ti raccontano quando gli chiedi accompagnarti “laggiù”. In una terra di confine che nei documenti antichi non aveva neanche un nome, perché era solo la terra “al di là del faro”.

Vivere i fari
I fari italiani non sono visitabili senza un permesso specifico, perché considerati “zona militare”. Ci sono però i fari-monumenti nazionali della Lanterna di Genova (si può visitare il sabato e la domenica alle 15, 16 e 17 senza prenotazione, tel. 010/2465346) e il Faro della Vittoria di Trieste (tel. 040/410461). A queste torri storiche e gigantesche vanno aggiunte le lanterne ormai disabitate, ma comunque suggestive per il loro fascino solitario. Un esempio è quello di Capo d’Otranto (5 km dopo Otranto, sulla strada per Leuca), dove una vera e propria “gita al faro” è possibile, percorrendo a piedi per quasi un chilometro la stradella che costeggia gli scogli. Qui sopravvive un piccolo paradiso della natura, fatto di salsedine e di fiori selvatici, aperto a tutti perché il faro del 1850 è dismesso da decenni.
Impossibile accedere negli altri fari. Ma ci sono piccoli promontori su cui spiccano alcune torri (come Punta Alice in Calabria o l’isolotto deserto di Razzoli a nord de La Maddalena) che meritano una visita: il faro può essere solo la “scusa” per una visita. All’estero, invece, non è raro trovare lanterne trasformate in alberghi (dall’Inghilterra all’Olanda): in Norvegia c’è il faro Landego che ha 15 stanze (tel. 0047-75522400); in Croazia sono moltissimi i fari-hotel, ma lo “Sveti Petar” del 1884 ha un minuscolo appartamentino da fittare (tel. 02/86918749). C’è chi ha lasciato che nei fari crescesse e si moltiplicasse la cultura del mare: nel Maine (Usa) e in Francia ci sono fari trasformati in deliziosi musei. In California, alle porte di S. Francisco, un ex faro è diventato museo del surf. Evviva!

I guardiani della luce
Il mestiere di “guardiano del faro” è antichissimo. Le torri costiere di epoca saracena possedevano già un sistema di vigilanza organizzata. E, ancora prima, la paura dei pirati aveva determinato la creazione di una rete di segnalamenti costieri basati sugli specchi.
Oggi, il guardiano del faro è un dipendente civile della Marina Militare: a lui il compito di sorveglianza e manutenzione del faro. AI farista viene dato in consegna spesso l’alloggio del faro, oltre all’auto di servizio (laddove necessaria).
I vecchi metodi di illuminazione a olio e poi a gas acetilene rendevano necessaria la presenza notturna al fianco della lanterna. Le storie dei fanalisti di un tempo sono fatte di questi sacrifici. Periodicamente, l’ammiraglio visitava il faro e relazionava per iscritto ciò che era stato verificato. “Tutto in ordine…”, si legge in alcuni dei vecchi registri che ancora oggi si trovano nel faro di Capo d’Orso, luogo incantevole, isolato “grazie” a centinaia di gradini dal caos della costiera Amalfitana. Con i ricordi e le tracce dei fari della nostra storia si potrebbe creare un museo ad hoc, anche al fine di non disperdere un patrimonio importante che fa parte del passato e dei presente della nostra navigazione.

0
Connessione
Attendere...
Messaggio

Il guardiano non è online al momento: lascia un messaggio.

* Nome
* Messaggio
Login now

Need more help? Save time by starting your support request online.

Your name
Describe your issue
Chat online
Feedback

Help us help you better! Feel free to leave us any additional feedback.

How do you rate our support?