C’era una volta… il farista

Articolo di Paolo Fantini
Fonte: www.ipsema.gov.it/info/Nautes

Continua il viaggio di Nautes tra le professioni del mare. E’ la volta del guardiano del faro solitario custode, nella notte, della sicurezza dei naviganti

« [Achille] s’imbracciò lo scudo
Che immenso e saldo di lontan splendea
Come luna, o qual foco ai naviganti
Sovr’alta apparso solitaria cima,
Quando, lontani da’ bracari, il vento
Li travaglia nel mar… »
Omero, Iliade, libro XIX, vv. 373-378
trad. it. Vincenzo Monti.

Un mare più nero della pece. Nessuna stella, della luna nemmeno a parlarne. Si naviga nel buio più assoluto. All’improvviso, un bagliore fioco. Un tuffo al cuore. E’ la terra. La fiamma è vivida. Un’altra. Basta tenerle a dritta. Si corregge la rotta. Un attimo. Insabbiati. Urla. Clangore di scudi e lance. Assalto.
Nel 930 a.C. il re dell’isola Eubea, che aveva motivi del tutto privati per cercare vendetta, ingannò la flotta dei Greci reduci dall’assedio di Troia che, in difficoltà con le vele, credendo di trovare ridosso, finirono in secca seguendo la luce dei fuochi accesi sui crinali dei monti dell’isola, ma nei punti sbagliati.
E’ questa una delle prime tracce storiche che si hanno di segnalazioni visive ad uso dei naviganti anche se, come abbiamo visto, l’uso che ne fu fatto non corrispondeva certamente alle regole del buon vivere. Peraltro, sia pure tra storia e leggenda, questo utilizzo improprio dei fari, perché è proprio di questi preziosi strumenti che intendiamo parlare, non sembra sia stato così raro nella storia della navigazione. Se ne trovano tracce persino nel mito dei vichinghi, con storie di agguati e affondamenti misteriosi che sono state poi travasate addirittura in racconti nordici di fantasmi, e il fenomeno, semplice e redditizio per ogni fascia di delinquenti marinari, è proseguito con successo fino a quando il progresso tecnologico non ha reso possibile fare a meno della sorgente luminosa sostituendola o integrandola con altri mezzi di
segnalazione, meno “falsificabili”, quali il segnale radio o satellitare.
E’ difficile individuare con esattezza il momento in cui i navigatori ricorsero all’uso di uno strumento che segnalasse loro la vicinanza della costa. Certamente è solo coi Fenici che non ci si accontenta più delle rotte “a vista” e ci si avventura in vere e proprie traversate anche notturne in cui ci si orienta con le stelle e la luna, forse il primo vero faro dell’antichità. Non a caso, proprio la luna, la semitica Ishtar, l’Astarte mediterranea, divenne la protettrice della navigazione.
Di sicuro il primo faro a terra fu il semplice fuoco di un braciere. E qui fa la sua comparsa un’altra figura fondamentale, quella che oggi chiamiamo “farista”, l’addetto al buon funzionamento del fuoco, alla sua difesa dal vento o dalla pioggia, sorta di novello Prometeo, certo più fortunato del suo modello ma anche lui esposto a inenarrabili sofferenze e privazioni nello svolgimento del suo lavoro.
La prima figura mitica che incontriamo nella storia dei faristi è una donna: Ero. La vicenda narra di Ero e Leandro, due giovani innamorati che abitavano sulle opposte rive dell’Ellesponto, lo stretto dei Dardanelli. Ogni notte Leandro attraversava a nuoto il mare che separava le città di Sesto ed Abido per raggiungere l’amata che, con una fiaccola accesa, lo guidava verso di sé. Durante una notte di tempesta una folata di vento spense la fiamma, Leandro si perse tra le onde ed Ero, per il dolore, si uccise. Questo mito divenne una fonte ispiratrice per parecchi poeti classici, come Virgilio, Ovidio, fino a Dante Alighieri che inserisce i due amanti nel Purgatorio.
Evidente la simbologia: Ero rappresenta il faro, Leandro il navigante; il faro conduce alla salvezza, allontana dai pericoli.
Eppure, il faro si chiama faro e non Ero. Perché? Fin dall’antichità, come detto, un modo per indicare alle navi l’accesso ai porti o per segnalare paraggi pericolosi fu quello di accendere fuochi sull’alto di rocce. La costruzione di torri in mattoni
portanti fuochi può essere attribuita ai Greci, ai Libici o ai Cusciti: si hanno fonti, Eschilo fra queste, che parlano di una segnalazione fissa sul promontorio Sigéo nella Troade, all’entrata dell’Ellesponto, che sarebbe stata attivata verso il 1000 a.C.
Il primo faro di cui si abbiano notizie certe e scritte, certo non il più antico ma sicuramente il più famoso al mondo, fu portato a termine nel 280 a.C. sull’isolotto di Pharos posto davanti ad Alessandria d’Egitto, dall’architetto greco Sostrato su commissione del re Tolomeo Filadelfo. Poiché i Romani lo chiamavano Pharos di Alessandria, ne derivò il termine “faro”. Annoverato tra le sette meraviglie del mondo antico, si ritiene fosse una torre a tre piani con una base quadrata di 30,5 metri di lato e alta 137 metri, in cima alla quale di notte veniva mantenuto acceso un fuoco di legna resinosa e di sostanze oleose, la cui luce sarebbe stata in seguito proiettata in lontananza, sembra oltre 20 km, grazie a degli specchi riflettenti parabolici, la cui invenzione è attribuita ad Archimede (287-212 a.C.).
Ma la fantasia di Sostrato fu infinita. Gli spigoli del piedistallo erano ornati da quattro giganteschi démoni marini, muniti di corni: i leggendari Tritoni, creature mezzo uomini e mezzo pesci. All’arrivo di una nave, un ingegnoso sistema di contenitore con acqua, riscaldata dal braciere, consentiva la fuoriuscita di getti di vapore, in pratica un antenato dei moderni “fog horn” (corni da nebbia). Un miracolo di ingegneria era anche il sistema di specchi situato all’interno del faro, che permetteva di guardare a distanze fino ad allora inconcepibili. Attraverso un tubo semovibile infisso verticalmente, poteva essere avvistata anche la più lontana imbarcazione: si trattava, probabilmente, del primo periscopio della storia.
Questa “meraviglia”, rimase in piedi, subendo varie trasformazioni, fino al XIII secolo quando, a causa di un violento terremoto, crollò. Nei fondali del porto sono in corso da anni lavori di ricerca e recupero dei pezzi della costruzione.
Assai più breve, appena mezzo secolo, l’esistenza di un’altra delle sette meraviglie del mondo classico, anch’essa destinata alla navigazione: il Colosso di Rodi. L’opera, del sec. III a.C., è attribuita a Carete di Lindo, discepolo di Lisippo, che secondo la tradizione non potè ammirarla finita perché si suicidò avendo prematuramente terminati i fondi che gli erano stati assegnati per realizzare quel progetto. Secondo Plinio, l’enorme figura umana, forse una rappresentazione di Elios, il dio sole, era alta 32 metri, costruita in pietra ricoperta di piastre di bronzo: una mano alzata sorreggeva un braciere, mentre le due gambe poggiavano sulle testate dei due moli che rinserravano il porto, l’Emboricos, e sotto passavano le navi che entravano e uscivano.
Un’affascinante ricostruzione può essere goduta nel kolossal di Sergio Leone, “Il colosso di Rodi”, che si chiude fedelmente con la distruzione della statua ad opera di un terremoto nel 226 a.C.
Il primo faro in Europa fu costruito dai romani. L’imperatore Claudio costruì la torre di Ostia nel 50 d.C. e dello stesso periodo sono i fari di Pozzuoli e Messina, mentre quello di Dubris (Dover) e il Gesoriacum di Boulogne, edificati nel 41 d.C. da Caligola come torri difensive, vennero ristrutturati dallo stesso Claudio, per facilitare la navigazione nel canale della Manica. Si ricordano anche i fari di Ravenna, Ancona, Capri ed altri nelle lontane provincie. In seguito alla caduta dell’impero, molte flotte furono disarmate e questi fattori furono responsabili, in gran parte, della caduta in rovina di parecchie segnalazioni costiere e portuali.
A partire però dall’XI secolo l’aumento dei traffici marittimi condusse ad una rinascita della loro utilità che si accompagnò all’introduzione dell’uso della bussola. Fu Genova, nei primi anni del sec.XII, a sentire l’improrogabile necessità di dotarsi di un faro vero e proprio, forse il più famoso ancora oggi, la Lanterna. Costruita nel 1139 e rifatta, nella sua veste attuale, nel 1543, è costituita da una torre quadrangolare in muratura alta 120 metri e, originariamente, nel suo braciere ardevano rami di ginestra. Le cronache del tempo parlano del cosiddetto “diritto di fuoco”: secondo consuetudini medievali, ogni padrone di nave, al suo approdo, era tenuto a pagare un tributo per la tenuta del fuoco.
Era così che si trovavano le risorse per garantire lo stipendio del farista, anche se non mancano esempi di “volontariato”: il pio monaco Raineri custodiva un fuoco per guidare di notte chi navigava nello stretto di Messina, mentre l’eremita Venerio teneva un braciere sull’isola del Tino all’imboccatura del golfo di La Spezia. Quanto all’approvvigionamento del combustibile, anch’esso aveva un costo legato alle sue continue trasformazioni: nel corso dei secoli, infatti, si è passati dalla legna all’olio, dal carbone alle candele. Lo sviluppo dei vari sistemi fu lento e nessun tipo di combustibile prese il sopravvento su altri. Ogni faro aveva in uso il prodotto più facilmente reperibile nella zona. Una svolta decisiva nel modo di produrre la luce sarà data dalla disponibilità di due nuovi prodotti: la paraffina e i gas, fino all’avvento dell’energia elettrica.
Certamente il consumo di combustibile aumentò considerevolmente, ma l’importanza dei segnalamenti era tale da annullare ogni tipo di difficoltà di approvvigionamento, e furono emanate leggi protezionistiche per impedire l’abuso dei prodotti necessari alla luce dei fari. Si dice che Cosimo de’ Medici, all’epoca della costruzione della torre del faro per il porto di Livorno, avesse emanato un editto dove si prescriveva l’adulterazione dell’olio d’oliva in consegna ai guardiani dei fari in modo che questi non ne facessero commercio, né tanto meno ne facessero uso domestico.
Restando in Toscana, anche Pisa, per facilitare l’accesso al porto e segnalare le secche della Meloria, fece costruire nel 1154 su di esse una torre a base quadrata alta 20 metri con braciere. Fu il primo faro al mondo costruito in mare aperto su di un basso fondale. E sempre in tema di record, ricordiamo che il primo faro nel nuovo mondo fu la torre di Sandy Hook che dal 1764 guida i naviganti dentro il porto di New York.
Torniamo alla figura del farista. Quello che può sembrare un mestiere romantico, è sempre stato in realtà assai duro e massacrante. Un tempo, erano la pioggia e il vento a creare allarme e continui problemi e il farista s’ingegno nel costruire parapetti, coperture e muretti di protezione. In seguito i fari vennero concepiti per contenere all’interno un fuoco coperto con sistemi di ventilazione e camino per i fumi. Questo sistema presentava l’inconveniente di annerire i vetri che chiudevano la stanza della lanterna e che quindi dovevano essere continuamente puliti per più volte nel corso della stessa notte con operazioni che non risultavano certo agevoli, considerato anche lo scarso spazio a disposizione.
In tempi più recenti, oltre alle solite operazioni di pulizia (non più dei fumi ma della salsedine) il farista doveva caricare ogni 4 o 5 ore il meccanismo rotante ad orologeria che faceva girare la lanterna. E poi, riparazioni continue, controllo delle
strumentazioni sempre più sofisticate e delicate.
Il tutto in una condizione di vita non certo esaltante che, se pure è migliorata nell’era moderna, non può non essere influenzata pesantemente da eventi che solo apparentemente possono sembrare straordinari. E’ sufficiente, ad esempio, una tempesta perché in certe situazioni si possa restare per giorni e giorni isolati e senza cibo o generi di prima necessità.
Tutti i guardiani del faro, almeno quei pochi che sono rimasti in attività in tutto il mondo, hanno sempre sostenuto che il mestiere presuppone una grande capacità di sacrificio e di sopportazione della solitudine, una forte volontà e, soprattutto, la serenità di stare bene con sé stessi. Ormai sono rimasti davvero in pochi, i fari sono tutti automatizzati e c’è anche chi sostiene che, con tutta la strumentazione elettronica in dotazione alle navi, siano superati, ma questo non è vero, perché sono sempre un valido aiuto alla navigazione in caso di emergenza o per il soccorso delle piccole imbarcazioni.

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