L’Enfer des Enfers

Articolo di Piera Calo’

Pur conoscendo bene la classificazione amministrativa dei fari, i guardiani preferiscono farne un’altra molto personale ed evocativa che va dall’Inferno al Paradiso. L’Inferno è un faro come Ar-Men, con con condizioni di vita difficili, un rumore assordante di tempeste a ripetizione, turni acrobatici. Il Paradiso è la calma di un faro a terra, molto confortevole, con giardino, animali e vita familiare tranquilla. Fra i due estremi c’è il Purgatorio. Si comincia la vita di guardiano del faro nell’Inferno e si finisce a terra in un Paradiso che preannuncia la pensione.

Con l’avvicinarsi del mio ottantesimo anno di età, mi piace ancora passeggiare da solo; è diventato una sorta di rituale. Vado sulla scogliera, scendo alla spiaggia, guardo la mia torre illuminata e poi torno indietro. Non mi sento solo; mi è sempre piaciuto rimanere da solo. C’è molta differenza tra essere soli ed essere solitari. Se potessi tornare indietro, penso che farei ancora il guardiano del faro. Ma ho la sensazione che lo spirito che aleggia attorno ad un faro stia cambiando; la sua calma, la sua solitudine, esistono ancora? Che cosa ha in serbo il futuro per questi fuochi in mare?
C’è un’immagine che mi torna sempre in mente, ed è quella del mio faro senza persone dentro. Provo angoscia, spavento, incubo più totale. Non si ha il diritto di non abitarlo. Ora è tutto automatizzato; di sicuro non lo rivedrò più. Nella mia esperienza di guardiano ho visto albe e tramonti, momenti propizi al sogno e alla meditazione, ma anche burrasche, tempeste, naufragi. Sono momenti di estrema paura, ma è proprio questa che ci fa sentire vivi. Jack London la chiama
sorella della vita.
Vivere il faro è anche un modo per dominare la paura; io non amo la gente che dice di non aver mai avuto paura, sono dei bugiardi o degli stupidi.
Ricordo ancora perfettamente la burrasca peggiore che io abbia mai vissuto. Un pomeriggio, il tempo umido e stagnante cambiò all’improvviso. Grosse nuvole si raccolsero a SW e una brutta linea scura, bassa, comparve sull’orizzonte marino. In breve tempo il vento forte si trasformò in bufera scendendo con tutta la sua forza su Ouessant.
Era dicembre e, certamente sull’isola quella notte nessuno si sarebbe avventurato nella bufera. Io e il mio compagno Le Galli, dalla sommità del, faro, osservavamo con sempre maggiore apprensione il montare della marea e non vedevamo l’ora che arrivasse il momento in cui sarebbe cambiata, permettendo così ai battelli di salvataggio di arrivare fino a noi.
Intanto restavamo al nostro posto per assicurare il servizio di luce del faro. Guardando il mare, ci sembrava di essere nell’Inferno degli Inferni!
Onde alte ed enormi si frangevano contro le alte rocce all’imboccatura dello stretto di Fromveur velocemente si dirigevano verso l’interno. Gli spruzzi arri va vano fin sopra il faro e l’acqua superò il livello più alto, quello della lanterna.
Il vento e il mare sembravano gridare all’unisono.
All’improvviso un rumore: qualcosa fu scagliato contro la finestra che si ruppe e l’aria impetuosa, soffiando, spense la lanterna. Dalla vasca a mercurio fuoriuscirono i vapori, le riserve di petrolio si sparsero nella stanza, l’acqua entrò ad ondate dalle finestre rotte. Noi pensammo di essere inghiottiti dalle onde.
Passammo cinque giorni e cinque notti da incubo!
Quando la bufera cominciò a calmarsi, giù al cantiere la Compagnia di Salvataggio mise in mare la motovedetta Confiance che, malgrado il vento forte, riuscì a metterci in salvo.
Ancora una volta Ar-Men, il vecchio faro di pietra, era salvo. Ma noi avevamo la paura negli occhi.
Giunti finalmente in salvo sulla scogliera, dove il vento toglieva quasi il respiro e il mare si schiantava sugli scogli, guardammo la nostra lanterna in lontananza e un senso di solitudine ci pervase.
Quando, alla fine, il vento cadde completamente e il mare si placò, la pace sembrava avvolgere tutto; ma in quella solitudine eterna, qualcosa di enigmatico e d’inquietante rimase nell’aria.
Oggi, a distanza di anni, ho qualche difficoltà a spiegare la mia grande passione per questo pezzo di roccia, la più lontana dalla costa, a 30 chilometri dalla punta di Ruaz e a 12 chilometri dall’isola di Sein.
Ma non potrò mai dimenticare il giorno in cui, per la prima volta, vidi il faro di Ar-Men; fu come un colpo di fulmine, e decisi che sarei andato là a vivere, in quella candela che sorge dall’acqua.
Certo, non si diventa guardiani del faro per caso. Noi anziani non smettiamo di ripeterlo: il mare non si apprende sui libri, bisogna averne la vocazione.
Ora la vita in un, faro è cambiata: c’è l’elettricità, la televisione, il radiotelefono, ma le tempeste, i turni impossibili, le veglie interminabili, l’umidità, il freddo, sono sempre là. E poi, nemico insidioso, la noia.
Gli antichi dicevano: Sul faro, la prima persona che incontri è te stesso. Ed è così che impari a conoscere la tua anima e a vivere all’unisono con quella del tuo faro.
Ora che vivo a terra, in questo avamposto di terra bretone, mi avventuro spesso su queste rocce, solo con me stesso, per riposare e per lasciare che lo sguardo scorra tranquillo sul mare.

L’alta silhouette di pietra del faro di Ar-Men, in mezzo ad un mare agitato da incessanti risucchi, a volte sembra che tremi e, i suoi ondeggiamenti, hanno una nota di minaccia. Una leggenda dice che il faro è stregato!
E’ come un boato cavernoso che parte dalle cavità della roccia in fondo al mare e, spinto dal vento, sollevato dal mare, giunge terribilmente angoscioso lassù in alto dove i guardiani del faro, prigionieri volontari rinchiusi nella torre, ascoltano ,impotenti. I venti soffiano dal nulla, increspano il mare, poi aumentano sempre più, urlano e gridano e il grido echeggia nelle fenditure della roccia, fino a perdersi nel vuoto. Non c’è mai silenzio in quegli anfratti rocciosi che sembrano appartenere ad un’altra era, in cui esistevano le sirene, belle come angeli ma perverse come demoni, il cui canto era un richiamo d’amore per sedurre il cuore di giovani marinai.
Qui, dove finisce la terra o dove, soprattutto, finisce mare per i marinai spinti dalle correnti, qui dove i cormorani bagnati d’Oceano vivono al ritmo delle tempeste e delle bonacce e volteggiano e gridano sulla schiuma del mare, tuffandosi di tanto in tanto in cerca di cibo, qui il Mare e la Terra sembrano avvinghiati in un terribile abbraccio: “il grande Mare, come un gigante ubriaco, che singhiozza nel sonno e russa forte, e la Terra, sua compagna, che non può dormire ansima in preda ad un affanno inespresso”.

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