Luci sul mare

Articolo di Barbara Calanca
Fonte: www.sardegnaedintorni.com



Fari e fanali

Nell’antica Grecia, sulle opposte rive dell’Ellesponto, vivevano due giovani innamorati: Ero e Leandro. Ogni notte Leandro attraversava a nuoto lo stretto per raggiungere la sua bellissima amante che, con una fiaccola accesa, lo guidava e l’attirava a sé. Ero rappresenta il faro, Leandro il navigante. Entrambi accomunati da un unico destino: quando il vento spegnerà la fiamma, Leandro si perderà tra i flutti ed Ero, per il dolore, si ucciderà. Il mito divenne la traccia per dipingere la forza invincibile dell’amore che, come dice Virgilio, “tutti fa ardere della stessa furiosa fiamma”. Ma la simbologia va oltre: il faro conduce alla salvezza, allontana dai pericoli, non rappresenta soltanto un segnale. È la torre di guardia e la fortezza, nel tempo sarà il minareto e poi il campanile. Infine darà vita ad un’altra idea fondamentale che si svilupperà anche nell’architettura: il porto ideale.

La storia

Il nome “Faro” deriva da Pharos, l’isolotto sul quale sorgeva il primo faro conosciuto dalla storia: quello d’Alessandria d’Egitto, definito una delle sette meraviglie del mondo antico. Fu inaugurato nel 280 a.C. all’epoca del re Tolomeo Filadelfo e consacrato “a favore dei navigatori agli dei salvatori”, come recitava l’epigrafe dedicatoria. Gli studiosi identificano questi dei nei Dioscuri, divinità della luce, splendenti, che i navigatori vedevano durante la tempesta sulla cima degli alberi della nave, simili ai fuochi di sant’Elmo. La fiamma del faro sembrava loro l’apparizione della divinità protettrice. Il grandioso faro d’Alessandria d’Egitto era alto circa 130 metri e sormontato dalle statue delle divinità. Sulla sua cima, di notte, era mantenuto acceso un fuoco di legna resinosa e di sostanze oleose. La sua luce, visibile dalla distanza di 20 leghe, era proiettata grazie ad uno specchio concavo di metallo (si dice ideato dallo stesso Archimede).

Un’altra delle sette meraviglie del mondo classico, con funzione di guida, fu il famoso “Colosso di Rodi” che durò solo 56 anni, prima di essere distrutto da un terremoto. L’enorme statua, alta 32 metri, dominava l’ingresso del porto dell’isola. In una mano alzata reggeva un braciere con il fuoco per illuminare la navigazione.

I Romani, che avevano ben chiara l’importanza di questo sistema di segnalazione, costruirono molti fari degni di nota: ad Ostia, il porto principale di Roma, in Spagna, in Francia e in Inghilterra. In seguito alla caduta dell’impero romano e al calo del commercio, i fari caddero in disuso. A partire però dal XI secolo, con il rinnovato slancio dei traffici marittimi, ci fu una rinascita della loro utilità (la Lanterna di Genova e la torre della Meloria, furono entrambe costruite nel XII sec.).

Il progresso fu lento, ma in tutta Europa, dal 1800, il numero degli impianti di segnalazione luminosa aumentò continuamente fino a subire un incremento rapidissimo negli ultimi due secoli.

Levoluzione del faro

A questo periodo risalgono anche le due grandi scoperte che hanno rivoluzionato l’esistenza dei fari: l’invenzione della corrente elettrica e quella delle lenti di Fresnel.
Anticamente la luce dei fari si otteneva bruciando del legno, poi il carbone e anche le candele, che però non producevano un livello soddisfacente d’illuminazione, per quanto numerose fossero. Nel tempo, furono usate le lampade ad olio, a vapori di petrolio, infine furono utilizzati i gas ad acetilene. Nel 1905, a rendere ancora più vantaggioso l’uso di questo gas, fu l’invenzione dello svedese Gustaf Dalén che ideò un procedimento per l’accensione automatica dei fari ad acetilene, una sorta di valvola solare. Per questa scoperta, che consentiva un risparmio dieci volte inferiore nel consumo energetico, vinse, nel 1912, il premio Nobel per la fisica. La vera rivoluzione fu l’invenzione dell’elettricità alla fine del XIX secolo, che rese possibile la costruzione di fari completamente automatici.
La totalità dei fari esistenti adotta un sistema ricercato di lenti, messo a punto, nel 1822, dall’ingegnere francese Augustin-Jean Fresnel. La luce prodotta, posta al centro focale di questo sistema, è concentrata e diffusa in un unico fascio che illumina il giro dell’orizzonte seguendo la rotazione del sistema ottico.
La portata luminosa di un faro è fondamentale: è la massima distanza, misurata in miglia marine, cui il segnalamento può essere scorto in rapporto all’intensità della sorgente luminosa, alla visibilità meteorologica e alla sensibilità dell’occhio dell’osservatore.
La caratteristica luminosa è, invece, il segno distintivo del faro, ciò che lo rende facilmente riconoscibile. È costituita da una particolare sequenza d’impulsi luminosi (luci, splendori e lampi) e d’intervalli bui (eclissi) oppure da una speciale colorazione della luce stessa (rossa, verde o gialla).
Dal 1910 in Italia i fari sono direttamente gestiti dalla Marina Militare che si avvale di tecnici militari e civili. In Francia sono gestiti dalla Direzione degli Affari Marittimi e delle Genti di Mare (DAMGM).

I fari delle Bocche di Bonifacio

In principio era il buio della notte, scuro come le sagome degli scogli affioranti disseminati nello Stretto, qualche volta illuminati solo dai raggi della luna, responsabili d’innumerevoli naufragi in ogni epoca storica. Poi ci furono i religiosi, gli eremiti che nella seconda metà del 1200 si rifugiarono nelle isole ed accesero dei fuochi per aiutare i naviganti a trovare un rifugio sicuro tra i passaggi pericolosi dell’arcipelago delle Bocche di Bonifacio.
Solo a partire dal XIX secolo furono costruiti i fari che oggi conosciamo e che ancora guidano il navigante.

Capo Pertusato

Di notte, arrivando da ovest, la prima luce che appare all’orizzonte, sulla sinistra, è quella del faro di Pertusato che si erge sull’omonimo capo a 99 metri sopra il livello del mare. È entrato in servizio nel 1844 sulla propaggine estrema della Corsica che domina tutto lo stretto delle Bocche di Bonifacio.
La sua luce bianca è illuminata da una lampada alogena di 1000W e la sua portata luminosa è di 25 miglia. È ormai completamente automatizzato, senza guardiano e non si può visitare.
Una strada in salita, ad est della bella cittadina di Bonifacio, porta fino al faro posto su un edificio bianco con gli spigoli neri. In primavera è un bel percorso, allietato dalle fioriture di tutti i colori e da un panorama superbo. Nella parte che guarda verso le isole di Lavezzi, il mare sottostante assume sfumature da cartolina, soprattutto in quel tratto che circonda l’isola Piana. Nella zona sono sorti moderni campi da golf che richiamano il turismo internazionale in ogni stagione dell’anno.
Il nome “Pertusato”, che vuol dire “ forato ”, sottolinea la presenza di una galleria naturale che attraversa da parte a parte il promontorio sul quale è arroccato il faro.
All’inizio del sentiero in terra battuta si incontra anche l’edificio del semaforo, di colore bianco. Sotto di esso le falesie calcaree cadono a strapiombo con un effetto impressionante. Ad ovest, in basso, il faro della Madonnetta segnala l’ingresso nel porto di Bonifacio e, arroccata in alto, la cittadella genovese guarda la costa sarda con la penisola di Capo Testa.

Capo Testa

Il faro di Capo Testa, alle porte di S. Teresa di Gallura ha una portata di 17 miglia. Rappresenta l’ingresso occidentale nelle Bocche di Bonifacio. Dal faro sono ben visibili la Corsica e le isole dell’Arcipelago della Maddalena. La torretta a pianta quadrata a due ordini di terrazze sormonta il fabbricato che ospita il personale.
Costruito nel 1845, funzionava inizialmente ad olio vegetale. Nella grande lanterna c’è un’ottica fissa che emette un gruppo di tre lampi bianchi ogni 12 secondi.
Il faro di Capo Testa fu testimone, dieci anni dopo la sua costruzione, di una grande tragedia del mare: il naufragio della “Semillante”. Era il 15 febbraio 1855 quando il vascello a tre alberi della Marina Imperiale francese, partito il giorno prima da Tolone e diretto in Crimea, con a bordo 750 uomini, si schiantò sull’isola di Lavezzi, durante una tempesta di sud ovest nelle Bocche di Bonifacio. Il farista di Capo Testa raccontò che alle 11:00 del mattino di quel fatidico giorno, aveva scorto con difficoltà, tra le nuvole basse, una fregata avanzare a secco di vele verso la costa sarda, come se avesse un’avaria al timone. Poi di colpo la vide issare la trinchetta (una piccola vela di prua) e virare verso le Bocche scomparendo alla vista. Questa ed altre testimonianze furono decisive per l’inchiesta che ricostruì la storia di quel naufragio. La nave finì sull’isolotto dell’Acciarino, nella parte sud ovest di Lavezzi, dove sorge un monumento commemorativo a forma di piramide in granito.
Nel 1987 l’edificio del faro è stato avvolto dal parafulmine a gabbia di Faraday, dal nome del chimico e fisico inglese che la inventò, dimostrando che in un conduttore cavo non si ha nessuna azione da parte di cariche elettriche esterne. È ancora abitato dal fanalista con la sua famiglia.
Nel vecchio semaforo e nelle costruzioni che si trovano nella vallata, insiste un progetto di ristrutturazione, del Comune di Santa Teresa di Gallura, per la creazione di un Centro d’Educazione Ambientale, nell’ambito dell’area marina protetta di Capo Testa-Punta Falcone.

Isola di Lavezzi

Dalla banchina di Cala di Giunco, sull’isola di Lavezzi, attraverso un breve sentiero, si raggiunge l’edificio del faro, costruito nel 1874, dopo il naufragio della Semillante. La cala è aperta a sud ovest ed in fondo c’è il cimitero di Furcone che ospita una parte degli sfortunati uomini della fregata francese. Nell’isola, l’Ufficio Ambiente della Corsica, con la Riserva Naturale delle Bocche di Bonifacio ha ristrutturato l’edificio del faro che è utilizzato come base d’appoggio per i ricercatori e gli addetti alla Riserva.
Nel terreno circostante, negli anfratti tra le rocce, nidificano le berte maggiori, una specie rara e protetta d’uccello marino. Per questo, per non interferire con il loro habitat di riproduzione, sono stati tracciati dei sentieri appositi per i visitatori.
Alla base del faro è facile comprendere il fascino che l’isola esercita sul visitatore: quel suo essere guardiana del mare delle Bocche, l’asprezza del suo paesaggio dove si aprono piscine naturali dai colori indescrivibili, la conoscenza della sua anima che infonde un senso di pace e d’armonia.
La vista è unica: a sud la Sardegna con Capo Testa e Santa Teresa di Gallura, ad ovest le alte scogliere calcaree di Capo Pertusato in Corsica, ad est le isole dell’Arcipelago di La Maddalena con il faro di Razzoli.

Razzoli

Il faro dell’isola di Razzoli si erge a picco sul mare, fu costruito nel 1843 e attivato nel 1845. Prima dell’arrivo della corrente elettrica, la grande lampada d’acetilene richiedeva, per l’accensione, il lavoro di così tante persone che nell’edificio abitavano tre famiglie. Nel 1969, a causa delle lesioni perimetrali dell’edificio, le disagiate difficoltà di mantenere il personale a turno sul posto, il caseggiato fu dichiarato non più abitabile. Oggi è abbandonato. Un sistema di pannelli solari fa funzionare automaticamente il nuovo faro: un’alta torre situata davanti alla facciata nord del vecchio edificio, costruita nel 1974. La sua luce bianca ha una portata di 13 miglia. Una luce rossa, di portata inferiore, indica il pericolo delle isole di Lavezzi.
Vi si arriva a piedi, lasciando la barca ancorata nel fiordo di Cala Lunga, per percorrere poi il chilometro del vecchio tracciato dei binari che servivano a trasportare il materiale combustibile e le derrate alimentari fin sulla cima. Da alcuni documenti della Regia Marina, del 1938, risulta che al faro erano assegnati anche due asinelli adibiti al trasporto dei materiali: Menelik e Martina.
La visita all’interno del faro riporta ad atmosfere d’altri tempi, sono ancora visibili i locali delle cucine con le grandi cappe sui banconi dei fuochi, i pavimenti dell’epoca e ovunque la vista è di una bellezza indescrivibile. A nord si stagliano le alte montagne della Corsica che ad inizio primavera sono ancora innevate; sotto, le scogliere dell’isola, sorvolate incessantemente dai gabbiani reali, sprofondano nelle acque cristalline. Alle spalle, una grande vallata, con ginepri nascosti tra rocce granitiche; tante preziose specie vegetali e, in alto, il volo dei corvi imperiali. Il Parco Nazionale di La Maddalena ha in progetto il recupero del vecchio edificio.

Punta Filetto di Santa Maria

A Cala Santa Maria c’è un molo di cemento, di fronte al quale si trovano alcune case nascoste dalla vegetazione e tra queste si apre un sentiero in terra battuta che porta fino al faro di Punta Filetto. Attivato nel 1913 dalla Marina Militare Italiana, funzionava con alimentazione a petrolio. Una volta era una casa rossa, mentre oggi l’edificio è di colore bianco e completamente in abbandono, anche se la sua luce è ancora attiva grazie ad un meccanismo automatico. Negli anni ’50 c’erano due fanalisti che ne assicuravano il funzionamento. Si chiamavano Domenico Morello e Mario Morlé, nella casa-faro vivevano con le loro mogli e tredici bambini. In un pezzo apparso sul Corriere Maddalenino nel 1958 firmato da Mario D’Oriano era descritta la vita di queste persone. Si trattava spesso di nuclei familiari numerosi, legati al consorzio umano soltanto dai mezzi della Marina, che settimanalmente approdavano nell’isola. Quando il rimorchiatore si affacciava nel canale di Spargi, gli abitanti del faro scendevano lungo un viottolo fino al mare a prendere o portare notizie o per imbarcarsi per La Maddalena.
Nel dicembre del 1972 il faro è stato automatizzato e il personale è stato ritirato. La sua luce bianca, a quattro gruppi di lampi ha una portata di 10 miglia. Di fronte, isolato sullo scoglio, il faro di Corcelli dall’inconfondibile sagoma nera a strisce rosse, attivato nel 1936. L’edificio del faro è di proprietà del Parco Nazionale dell’arcipelago di La Maddalena che ha in progetto la sua ristrutturazione.

Punta Sardegna

Fu attivato dal Genio Civile nel 1913 ed elettrificato nel 1932. ha una portata di 11 miglia. Negli anni dal 1946 al 1947 il suo fanalista fu una donna: Genoveffa Balzano. Nelle vicinanze della banchina, poco distante dal molo, si trova la cabina elettrica di trasformazione. Nel giugno 1975 è stato automatizzato e ritirato il personale.
Il faro è stato concesso all’Università di Trieste, con assegnazione perpetua e gratuita dal Ministero delle Finanze.
Una convenzione regola i rapporti tra il Comune di Palau (promotore dell’iniziativa), il Gruppo di Ricerca per la Geologia Marina dell’Università di Cagliari e il Dipartimento di Scienze Geologiche Ambientali e Marine dell’Università di Trieste.
I soggetti interessati si sono impegnati in un progetto per la realizzazione di un Osservatorio sulle Coste e sull’Ambiente Naturale Sottomarino (OCEANS) per la salvaguardia del patrimonio marino e costiero delle Bocche di Bonifacio. Le attività principali saranno: il monitoraggio, la raccolta, l’analisi e l’elaborazione di dati attinenti ai sistemi costieri e litorali.
Più in generale, si svolgeranno tutte le attività inerenti le Scienze del Mare quali la protezione, la gestione e il monitoraggio dell’ambiente marino, l’evoluzione costiera e dei fondali, la geologia, la sedimentologia, l’oceanografia fisica, ecc., in ordine ai progetti d’interesse nazionale ed internazionale di enti pubblici e privati.
Sarà promossa la formazione, anche attraverso corsi di specializzazione rivolti ad un’utenza nazionale ed internazionale, di operatori scientifici subacquei. Una particolare attenzione sarà dedicata alla divulgazione ed informazione scientifica, con particolare riferimento agli operatori e agli studenti del Comune, mediante l’organizzazione di convegni, conferenze e seminari.

Capo dOrso

Fu attivato dalla Marina Militare nel 1924. Si trova in riva al mare, alla fine di un sentiero di terra battuta, alla base della fortificazione di Capo d’Orso. Ha una portata di 10 miglia.
In alto, sorge l’omonimo monumento naturalistico che caratterizza la costa di Palau, la Roccia dell’Orso, di fronte all’isola di Santo Stefano. Nei millenni i processi di idrolisi hanno forgiato questo masso granitico, a picco sul mare, conferendogli la forma di un grosso orso in cammino, quasi pronto a gettarsi in acqua. Era già noto in epoca romana, con il nome di Arcti promontorium. Secondo l’interpretazione di Bèrard, uno studioso francese dei primi del novecento, in questo punto della costa, vivevano i terribili Lestrigoni, il mitico popolo d’antropofagi descritti da Omero nel decimo libro dell’Odissea, ai quali Ulisse scampò con gran pericolo e la dolorosa perdita di molti compagni.
Anche se il faro di Capo d’Orso si trovava sulla terraferma, la sua particolare posizione geografica gli conferiva lo stesso tipo d’isolamento di quelli sulle isole. Fino agli anni ‘60 non esisteva, infatti, la strada e alla casa- faro si arrivava solo via mare. Furono i fanalisti, che ci vivevano con le loro famiglie, a creare la stradina in terra battuta che parte dalla base della fortificazione omonima.

Capo Ferro

La costruzione del faro ebbe inizio nel 1858; fu ultimato ed attivato nel 1861. Si trova ad un’altezza di 52 metri sopra il livello del mare, sul promontorio che domina la rinomata Costa Smeralda. La sua portata luminosa è di 24 miglia con una sequenza di tre lampi bianchi in 15 secondi. Segna l’ingresso sud-orientale delle Bocche di Bonifacio. La costa intorno è rocciosa, scoscesa ma ben segnalata. La vista è unica: a est il vecchio semaforo e, sotto, il fanale di Punta nord-est. Davanti, l’isola delle Bisce, Caprera, i Monaci e, in fondo, la Corsica. L’immobile è costituito da una torre cilindrica che si eleva da un edificio bianco a due piani ove sono ubicati gli alloggi dei due faristi con le rispettive famiglie. La torre, alta 18 metri, è sormontata da una lanterna poligonale a vetri piani. L’iniziale sorgente luminosa a petrolio ad un lucignolo, nel 1938 fu sostituita con una lampada da 1500W elettrica, alimentata da tre gruppi elettrogeni autonomi. Oggi c’è un’ottica rotante da mm 375 di distanza focale al posto della vecchia lanterna e la luce è data da una lampada alogena da 1000W/110V con sorgente elettrica da rete.
Dal 1984, Gianfranco Cuccureddu, uno dei due faristi, si occupa del suo funzionamento. Quando dalla finestra della sua cucina, esposta a nord, intravede, alcune notti, la luce del faro di Punta Chiappa, in Corsica, distante circa 40 miglia, sa che l’indomani ci sarà burrasca da tramontana o da maestrale. Anna Grieco, sua moglie, è la figlia dell’ultimo fanalista di Punta Scorno, all’Asinara. Come non pensare alla simbologia degli eventi: Anna è un po’ la luce stessa del faro, da sempre vissuta al suo interno, che ha guidato Gianfranco, originario di Chiaramonti, dopo tanti altri lavori, tra l’Italia e la Germania, verso il porto ideale.

La vita nel faro

Negli anni dal 1956 al 1961 furono istituite le scuole elementari per i figli degli Agenti dei Fari, avvalendosi delle norme sulle “Scuole Popolari Volanti” che si proponevano di portare l’istruzione nelle piccole comunità rurali. La luce del faro della conoscenza arrivò alle famiglie dei fanalisti dell’Arcipelago, illuminando anche le menti dei genitori. Attraverso i diari dei maestri si evidenzia uno spaccato di vita dell’epoca del tutto singolare.
Se oggi il faro è circondato da un alone di fascino e mistero, non lo era certo per chi negli anni passati ci lavorava e ci abitava.
Le famiglie, spesso numerose, vivevano a stretto contatto tra di loro, senza privacy, senza luce elettrica, isolate dal resto del mondo. A parte l’occasionale visita di qualche pescatore, l’unico contatto con il mondo esterno era rappresentato dagli addetti al rimorchiatore della Marina che li riforniva di viveri. Se il mare era grosso, poteva capitare che quest’ultimi scarseggiassero anche per quindici giorni. La scuola dei Fari, per la sua singolarità, non sfuggì all’attenzione della stampa dell’epoca e il giornalista Vittorio G. Rossi, ne descrisse gli aspetti in una serie di servizi dal titolo “piccolo mondo antico e moderno”. Scriveva il giornalista, in un articolo apparso sul Corriere della Sera il 17 settembre 1958, reduce da una visita al faro di Razzoli, nell’arcipelago di La Maddalena: “C’erano i conigli selvatici, le capre selvatiche, le lucertole, le bisce, i corvi e il rumore del vento. Il rumore del vento poteva anche aumentare o diminuire, ma non si fermava mai; passava le finestre e le porte chiuse, entrava in casa ed era come il rumore di un carrello da miniera che passava sopra la testa e non smetteva mai, giorno e notte di passare”.
La vita nel faro non era quel mondo incantato che spesso si immagina, era vita dura per tutti, per gli adulti come per i bambini. I problemi e il lavoro quotidiano non risparmiavano nessuno. A volte i faristi, per arrotondare lo stipendio, erano anche pescatori, come Giovanni Morello, fanalista di Santa Maria, chiamato “zi Nannino” e tenuto da tutti in gran considerazione. Oppure erano agricoltori, come i faristi di Capo d’Orso.
I bambini crescevano selvatici, avevano paura degli estranei e, come i loro genitori, ignoravano tutto quello che esisteva al di là di quel piccolo microcosmo.
Per questo la Scuola dei Fari rappresenta anche la sua simbologia. Come scrisse il giornalista Rossi, “Sotto il sole la grande lucerna è come un occhio spento, mentre sui tavoli dei bambini è una luce vivida, intensa”.

Quale futuro?

Il fascino del faro è rimasto immutato nel tempo, anzi, il suo mito è accresciuto in quest’epoca attuale percorsa da incertezze e confusione, basta fare un viaggio virtuale sugli innumerevoli siti internet dedicati ai fari nel mondo.
Gli edifici dei fari sono diventati meta ambita per molti. Per alcuni sono il simbolo di una scelta individuale di vita, una fuga, perché già di per sé, al loro interno, essi sono un “trovarsi altrove”. Per altri, sono un luogo magico per trascorrere una vacanza alternativa, integrati con la natura e immersi in una dimensione unica, per una scelta di qualità, al di fuori del turismo di massa.
Per i Comuni, le Università, gli Enti Parco, sono spesso un patrimonio da recuperare e utilizzare ai propri fini istituzionali. La loro posizione geografica si presta alle attività legate all’ambiente e all’ecosistema marino: la fiamma di Ero che attira il visitatore e lo guida verso la conoscenza e la comprensione dei misteri del mare.

Foto di Barbara Calanca:
1) Nuovo faro a Razzoli
2) Il faro a Lavezzi
3) Faro di Capo d’Orso
4) Faro di Capo Ferro
5) Faro di Punta Nord-Est e in lontananza il faro delle bisce

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