Malaparte e la croce cinese

Articolo di Igor Mann
Fonte: www.lastampa.it

[…] Sul taschino del pigiama (di seta) di Malaparte era un piccolo ricamo, un disegno semplice e pur complesso. «È il segno della longevità – spiegava Curzio -, un regalo dei miei amici cinesi. Non è soltanto una scaramanzia, è un conforto. Un aiuto nel caso uno debba andarsene. Si può continuare a vivere anche dall’altra parte, nel nuovo campo assegnatoci dal fattore. Sarà un vivere più difficile, ma forse meno faticoso. Perché, come sappiamo, viver bene è abbastanza facile, ci riescono in troppi. Il difficile, si sa, è morir bene. A me sarebbe sempre piaciuto riuscire nelle cose facili. Ma non mi è mai stato possibile. Gli è che mi piacciono troppo le cose difficili. E costa fatica, alle volte. Tanta».
Curzio Malaparte preferiva la luce smorzata. Aveva imparato ad apprezzarla in Cina e così desiderava che nella sua stanza non entrasse mai gran chiarore soverchio. Un pomeriggio, però, volle che spalancassi la finestra. Il pomeriggio del 13 di aprile dell’anno 1957. Diceva contento: «È aprile, si apre la finestra ed è primavera. Lasciamola entrare, le basta un momento. Adesso richiudi pure, Igor. Grazie. Anche se si chiude la finestra è primavera lo stesso. È entrata. Oramai se tocco qualcosa è primavera: primavera è nell’aria, dappertutto. Nell’acqua che verso nel bicchiere. Bevo la primavera nell’acqua. In un sorso d’acqua appena. È così».
Quand’era laggiù, in Cina, in quell’ospedale vicino al Fiume Azzurro, gli accadeva sovente di pensare alla primavera. Nell’aria era un soave color di rosa, raccontava Curzio. Erano le persiane alla finestra a far rosa la luce. Ed anche verde. O grigia. O d’un azzurro velato d’argento. Come l’azzurro della Montagnola e l’argento degli Ulivi di Poggibonsi e di Colle d’Elsa. Di Spazzavento. Socchiudendo gli occhi, Malaparte diceva: «Allora io mi trovavo d’improvviso in mezzo ad un paese toscano. In Cina la luce fa di questi miracoli».
I cinesi dicono che la luce è buona ed occorre esser gentili con lei, occorre trattarla bene, la luce, non impadronirsene avidamente. Si è gentili con la luce e la luce ti regala tanti colori. Come accadeva laggiù, quando Malaparte era in ospedale vicino al Fiume Azzurro. Correva il novembre eppure la luce aveva i toni delicati della primavera. Lo stesso accadeva sotto Natale. Curzio, tuttavia, non era più sollevato da quella luce gentile. Il direttore dell’ospedale gli domandò cosa mai avesse. «Lei ha perduto la serenità», osservò. «Avevo promesso – spiegò Curzio -, ai bambini dei fari, ai figli dei guardiani dei fari che ogni notte s’accendono in Italia, che gli avrei fatto fare un buon Natale. Poveri bambini così lontani e sperduti, sempre insidiati dalle serpi, senza giocattoli. Avevo sperato di poter essere di ritorno a casa per Natale, ma ero ancora in ospedale. Mi dispiaceva per i bambini dei fari. Li avrei delusi». Perciò Malaparte era triste, di umore cattivo. Neanche la luce che filtrava dalla finestra riusciva a dargli sollievo. Ma il direttore sorrise. Come solo i cinesi sanno e non si capisce se sono commossi o indifferenti, se t’amano oppure ti odiano. Non si capisce. Mai. Sorrise, il direttore, e disse: «Anche qui ci sono bambini come quelli che lei dice. Sono quattro, i figli del guardiano del faro che sta in mezzo al grande fiume. Che differenza passa tra un bambino e un altro, tra un bambino italiano o cinese o russo o americano? Sono tutti bambini».
«Così i figli del fanalista cinese ebbero inaspettati regali. E fu anche un buon Natale per me – diceva Curzio -: mi raggiunse un telegramma molto bello. Il ministro Tambroni aveva stanziato un milione per il Natale dei fari, per i bambini italiani che vivono soli. Fu un buon Natale anche se mi trovavo in ospedale e l’Italia era dall’altra parte del mondo. Anche se il dolore mi rodeva le ossa e mi rubava il sonno. Un Natale coi bambini dei fari».
I bambini del fanalista cinese vollero ringraziare Malaparte. Vennero in ospedale, con un regalo per lui. «Oh come mi batteva il cuore – diceva Malaparte -. Il loro regalo erano due vasetti in cui guizzavano due pesciolini. Li avevano pescati nel grande fiume che va lontano, spiegarono». Curzio avrebbe dovuto immergere le dita prima in uno, poi nell’altro dei vasetti, e sfiorare i piccoli pesci. Così il suo male, la malattia cattiva sarebbe passata ai pesciolini. Una volta tornati sul faro, i bambini li avrebbero restituiti al grande fiume e il fiume li avrebbe portati via, loro e la malattia chiamata cancro ancorché Curzio rifiutasse d’avere il cancro: «Ho la tubercolosi, io. L’ho presa pei gas d’iprite quando giuocavo a carte coi morti di Bligny», diceva sfidando la verità.
Una volta giunti al mare, anche i pesciolini avrebbero perduto il male ed esso sarebbe sparito per sempre. «Feci come dicevano – raccontava Malaparte -, sfrullai con le dita nei vasetti e i piccoli sussurrarono soddisfatti. Si inchinarono, ripresero i vasetti, e dopo essersi nuovamente inchinati andarono via. Camminavano piano, attenti che i pesci non guizzassero fuori poiché bisognava versarli nel grande fiume azzurro che li avrebbe portati lontano. Loro e la malattia. Oh come mi batteva il cuore: ora che te ne parlo, Igor, scopro d’esser stato felice».
[…]

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