Palmaiola, quel faro che illumina il degrado

Articolo di Dario Alfonso Ricci
Fonte: www.iltirreno.it

Giovane scrittore di romanzi e storie di mare, spesso, spinto da una vera e sensibile passione per tutto quello che circonda il mare, ed il mare stesso, mi reco nei posti più remoti e incontaminati delle nostre coste.
Coste che, in un abbraccio a volte salvifico a volte devastante, circondano il nostro grande e amato mare. Spesso queste mie visite, oltre che per placare la mia straordinaria voglia di guardare le bellezze naturali, servono anche a trovare spunti e ispirazioni preziose per la stesura delle mie nuove scritture. Recentemente mi sono recato per una visita “contemplativa” all’isolotto di Palmaiola, quel bellissimo scoglio situato nel bel mezzo del Canale di Piombino e ricoperto da una fitta e rigogliosa vegetazione mediterranea. Una volta sceso dalla barca, ho imboccato lo scosceso sentiero, e dopo una buona camminata sono arrivato su al bellissimo faro. Un posto stupendo, dove forse, ancora oggi è possibile sognare. Da quella postazione solitaria, si può ammirare la distesa infinita delle grandi acque che si aprono oltre l’Elba, verso Capo Corso, e poi ancora oltre, verso Gibilterra, per poi sfociare nell’oceano infinito e senza limiti. La lanterna dell’istallazione di segnalazione è impostata sulle mura di un corrusco edificio di monastico aspetto, tale struttura antica e certamente gloriosa, se contemplata, aiuta a sprigionare emozioni inenarrabili, oramai purtroppo, troppo spesso dimenticate da gran parte degli uomini.
A malincuore ho notato che l’edificio, ad oggi che scrivo, si presenta in uno stato totale di abbandono.
Quella struttura preziosa e affascinante necessita di urgenti interventi conservativi.
Il tetto, fatto in lamiera, è in alcuni punti completamente divelto, in altri totalmente corroso, e non garantisce più da un bel pezzo l’impermeabilità delle sottostanti strutture.
Basta un rapido sguardo, con occhio tecnico, per capire che la copertura metallica del fabbricato non potrà certamente reggere agli eventi atmosferici del prossimo inverno che è oramai alle porte, e già preannuncia con discreta imponenza tutta la sua rigidità.
Capisco anche che un intervento di manutenzione straordinaria a detto edificio necessita di una ingente spesa economica, e comprendo anche che spendere elevate risorse a favore di quel fabbricato ed in onore della poesia che esso promana, sia forse cosa inutile. Edificio peraltro disabitato, e non più forse ritenuto dagli alti comandi della Marina Militare presidio di importanza strategica.
Però chiedo a chi di dovere che venga almeno conservato.
Con piccoli interventi manutentivi, peraltro non troppo onerosi, sarebbe possibile evitarne il dissesto totale, magari ripristinando una parte del tetto oramai divelto.
Sarebbe anche necessario, includendo la spessa nelle opere di ordinaria manutenzione, riparare il muro perimetrale al fabbricato gravemente lesionato, evitandone così l’imminente crollo.
Sistemare anche alcune lesioni strutturali visibili sui quattro lati dell’edificio e ripristinare alcune parti ammalorate di intonaco onde evitarne l’intero sgretolamento e la successiva pericolosa erosione della muratura sottostante. Nessuna istituzione seria o prestigiosa che sia può lasciare alla rovina, all’incuria e al menefreghismo una così bella cosa, ereditata da uomini che, molti anni fa, con fatica, credo ed orgoglio, ne hanno resa possibile la costruzione.

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