“Io, farista per amore su un’isola incantata”

Articolo di Annalisa Martella
Fonte: www.ilmessaggero.it

Da grande avrebbe voluto fare l’impiegato statale. Seduto dietro una scrivania, con orari ben scanditi, uno stipendio fisso. Ci provò perfino a diventare un dipendente delle Fs “ma – sostiene – le raccomandazioni non erano abbastanza”. Figlio di guardiano di faro, la vita gli ha offerto una sola occasione: seguire le orme paterne. Da un mare all’altro della Penisola i primi anni, la “gavetta”. Per poi rimanere, dal 1972 a oggi, nell’isola di San Pietro, meglio conosciuta come l’isola di Carloforte, sulla costa Sud-occidentale della Sardegna a poche ore dall’Africa, per amore di una donna, sua moglie Battistina, nata e cresciuta sull’isola che affiora dall’acqua come una schiena di testuggine. Bruno Colaci è nato a Sanremo nel 1940. A quattro anni e mezzo già viveva in un faro.
Oggi, dopo appena una decina dei cento scalini che portano in cima alla lanterna di Capo Sandalo, il respiro gli si fa più corto. L’Africa non l’ha mai vista, non è mai andato all’estero e non ci tiene neanche. A ottobre del 2005 andrà invece in pensione. “Senza rimpianti”, dichiara. Ma magari al suo posto, ci andrà il figlio Luca, che ha 28 anni ed è “imbarcato”. Uno dei tanti concorrenti che la Marina militare potrebbe esaminare se, come nelle intenzioni, il Ministero della Difesa indirà un bando di concorso per una ventina di aspiranti guardiani del faro. “Guadagno due milioni al mese e mi alzo alle cinque e mezzo del mattino. E’ un’abitudine: nessuno mi obbliga. Controllo il faro, vedo se ha funzionato durante la notte. Nessuna fatica – ammette – oramai è tutto automatico. Fino al ’90 andavo su, tiravo il cavo d’acciaio col peso-motore fatto di pani di piombo, per dare la carica ogni cinque ore. Ma eravamo in tre e ci davamo il cambio. Ora sono rimasto solo e faccio quello che posso per quattro volte alla settimana. Gli altri tre giorni ci pensa il personale della Capitaneria di Porto”.
La solitudine. Non è un capitolo a parte della sua vita. E’ nel Dna di quest’uomo, che ha un cognome pugliese, una cadenza a volte sarda, a volte genovese (tipica dei carlofortini) e quella faccia “un po’ così”, vissuta e disincantata. No, stare da solo non gli dispiace, “non so cosa significhi, qui c’è sempre qualcosa da fare, da rimettere a posto. Altrimenti vado a pesca o curo il giardino”. Per un anno è vissuto a Genova: “Ero stanco di Carloforte, ma poi sono scappato e ci sono ritornato: a Genova c’era troppo rumore. Un caos infernale”. Ha sopportato meglio i tre anni a guardia del faro dell’Asinara, “dove ti davano tot pezzi di pane per tot famiglie. E se non bastava, ti arrangiavi o facevi richiesta al direttore del carcere per la prossima volta. Eravamo carcerati tra i carcerati, ma non mi lamento”. Se non fosse per la bellezza dei luoghi, per la macchia mediterranea e le pinete, per l’odore del mirto che avvolge l’isola come un manto, per i tramonti infuocati che richiamano allo spettacolo in questa stagione pattuglie di turisti, lo stato d’animo, per chi non è abituato a contemplare comunque e sempre lo stesso paesaggio, potrebbe essere lo stesso di un protagonista del Deserto dei Tartari. “Non accade mai nulla. In trent’anni, grazie a Dio, non è mai successo niente di grave. Qualche volta può capitare che cada un fulmine sugli impianti elettrici delle apparecchiature, ma c’è il faro di riserva e tempo a sufficienza per riparare quello principale”. Un presidio sul mare, una sentinella solitaria che fa il suo dovere e quasi quasi non si accorge più di dove l’occhio può arrivare affacciandosi sull’immenso. Non è il caso di parlare di soddisfazione con Bruno Colaci, non ne offre molta a chi lo ascolta, né ne prova lui mentre racconta: “E’ vero, per fare questo mestiere non occorrono particolari attitudini. Una volta bastava la licenza elementare o media. Oggi vogliono il diploma. Io sono anche elettricista, ho imparato l’alfabeto Morse, mi intendo di muratura, ma nessuno me lo ha mai riconosciuto. Non ti chiedono niente, ma in realtà all’occorrenza devi saper fare tutto perché sei solo e un corso di tre mesi a La Spezia non basta. Conta solo l’esperienza”. Per questo sorride e preferisce non commentare le bizzarre candidature arrivate per posta elettronica alla Marina da parte di aspiranti custodi. Eppure una sua teoria ce l’ha: “La verità è che chi vuole venire qui, un altro mestiere ce l’ha e vuole continuare a farlo. Scrittori, parolieri, pittori: quanti ne capitano che mi chiedono informazioni. Si innamorano del posto. Provassero a starci per trent’anni e anche d’inverno, quando arrivano quelle “maestralate” che rovinano tutto. Un disastro per l’orto, gli infissi, l’intonaco. E’ un lavoro che non finisce mai e che bisogna saper fare con pochissimi mezzi, quelli che passa la Marina”. Mezzi non quantificabili, probabilmente irrisori quelli destinati alla manutenzione, su cui Colaci non vuole pronunciarsi, temendo o di svelare un segreto militare o di cadere nel ridicolo. Se qualcuno dei suoi colleghi ha aperto i cancelli alle innovazioni tecnologiche, tra cui Internet, il farista di Capo Sandalo li ha tenuti ben serrati. “Il cellulare? Una rottura di scatole in più. Quando sono qui, qualche volta stacco anche il telefono normale. Se qualcuno mi cerca sa dove trovarmi”. Per spostarsi usa un “Fiorino” Fiat che nel ’90 la Marina gli ha dato in dotazione, senza aria condizionata e con i finestrini ancora a manovella. Ma lui, con quella faccia “un po’ così”, non ci fa caso. Come quando gli chiedi che cos’è il mare per lui e ti risponde: “Per me? E’ solo acqua”.

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