La rivincita del guardiano del faro

Articolo di Vincenzo Sinapi
Fonte: www.ilmattino.it

Tutti vogliono fare il guardiano del faro: la Marina Militare – che gestisce circa 1.500 «segnalamenti marittimi» di vario tipo, dalle boe luminose ai fari monumentali, lungo gli 8.000 chilometri di coste italiane – è subissata di e-mail, lettere e telefonate in cui si chiede come si fa. Le richieste arrivano da tutta Italia: c’è la coppia di coniugi in pensione, che si offre per custodire un «qualsiasi faro sperduto», oppure l’insegnante di pianoforte di 39 anni, che si dice «incantato dalla natura» e che sogna di prendersi cura di «questa – parole sue – affascinante sentinella dell’infinito».
Il problema è che – considerata soprattutto la sempre maggiore automazione dei fari – gli sbocchi professionali in questo campo sono ridotti. Per gestire i fari e i segnalamenti marittimi affidati alla Marina, spiega il capitano di vascello Antonio Peca, sono oggi impiegati una cinquantina di militari e 362 civili, di cui 161 hanno la qualifica di faristi. Soltanto alcuni dei 128 «fari di altura principali», cioè quelli tradizionali, sono ancora abitati: 29 di queste strutture sono addirittura telecomandate e un po’ tutte non richiedono più una assistenza quotidiana, ma una semplice manutenzione periodica. In queste condizioni, di personale ne serve ben poco ed è naturale che l’avvicendamento avvenga per lo più all’interno dell’amministrazione della Difesa: è da più di vent’anni che non si bandisce un concorso pubblico.
«Ma a breve – spiega Peca, che è capo reparto fari della Marina militare – qualcosa potrebbe cambiare. Nei prossimi cinque anni avremo bisogno di 20 nuovi faristi ed è possibile che, per reperirli, si ricorra ad un concorso pubblico. Certo, non parliamo di grandi numeri, ma questo è un mestiere che potremmo definire d’elite, per pochi. Non si richiedono competenze speciali, è vero, ma occorre un’attitudine particolare. Bisogna sapersi adattare, ed anche dal punto di vista economico non è la professione più remunerata del mondo».
Ma che in un faro si viva bene lo dimostra il fatto che per molti decenni il mestiere si è tramandato di padre in figlio, ed è sempre triste abbandonarne uno per sempre. Il comandante Peca di storie ne conosce a bizzeffe. Come quella di Razzoli, un isolotto in Sardegna: «Quando i fari si alimentavano ad acetilene – racconta Peca – la nave che trasportava le bombole con il gas arrivava a Razzoli una volta alla settimana. L’unico mezzo per trasportare le bombole era una mula, che per diverso tempo è stata sottoposta a uno sforzo notevole. Poi, all’improvviso, si è fatta furba: il giovedì, quando arrivava la nave, scompariva dalla circolazione. Tornava solo all’indomani, quando il suo lavoro non era più necessario».
A Razzoli ancora oggi non c’è elettricità, ma il faro funziona grazie a un generatore fotovoltaico che viene controllato da personale che vive alla Maddalena. Invece la mula è morta. I fari a gas non esistono più, quelli più isolati e marginali ormai sono disabitati (ma non tutti: basta pensare al faro di Capocaccia, sempre in Sardegna), però il farista continua ad essere, nell’immaginario collettivo, un personaggio romantico. Peca ricorda con ammirazione il farista di Capo Bellavista, «un pittore di talento che ha dipinto tutta la torre», oppure quell’altro, «un tenore con ottime doti». Ricorda la farista di Torre Preposti, l’unica donna che ha scelto questo mestiere difficile, e quell’ufficiale della Marina Mercantile in carriera che scelse di abbandonare tutto per fare il guardiano del faro a Palinuro.
Ma nel Duemila, cosa c’è dietro la voglia di faro? Di sicuro, il desiderio di dare un calcio al caos delle città. Ma chissà se c’entra anche un recente sondaggio inglese, secondo cui la più gettonata e trasgressiva fantasia erotica femminile è «fare l’amore in un faro con un uomo sposato». O magari con il farista.

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