Quell’occhio che scruta il mare

Articolo di Giovanni De Carlo
Fonte: Incontri

Un fascino antico e misterioso
I fari sono elementi insostituibili per la sicurezza della navigazione

L’uomo da sempre è affascinato dal mare. Il desiderio di sapere, il sogno di spingersi al di là delle mitiche “colonne d’Ercole”, o più semplicemente oltre quel che può accordare il troppo angusto orizzonte del nostro sguardo, ha rappresentato, e continua a rappresentare, per tutti un inguaribile, irresistibile stimolo di conoscenza.
Chi decide di andar per mare è disposto a sfidarne le insidie, ad affrontarne rischi e pericoli. Ed è stata questa, certo, una delle ragioni che hanno spinto l’uomo a escogitare strumenti che, oltre a facilitare la navigazione, potessero diventare dalla terraferma un sicuro punto di riferimento, soprattutto in condizioni di luce e di tempo sfavorevoli. “Ubi lucet est vita”, recita una scritta trovata su un’antica stele di età romana; come dire che la via, che l’orientamento, che la salvezza, fin dalle epoche più remote sono state indicate proprio dalla luce, dal chiarore dei fuochi che in tempi lontani venivano accesi lungo le coste, sulle alture, o dal fascio di luce dei fari moderni. Una storia antica, quella dei fari, giunta fino a noi attraverso le testimonianze dei nostri predecessori, raccontata dai ruderi che ancora costellano gli oltre settemila e cinquecento chilometri della costa italiana o più semplicemente da quanto abbiamo potuto apprendere dalla tradizione scritta e orale. Omero, nell’Iliade, raccontando le gesta dei suoi eroi, paragona lo scudo di Achille, immenso e splendente come la luna, ai bracieri attizzati per segnalare la via ai naviganti; nell’Odissea, parla della celeberrima lanterna di Alessandra d’Egitto, l’enorme costruzione nell’isola di Pharos, alle foci del Nilo, una delle sette meraviglie del mondo, costruita “a favore dei navigatori” e dedicata “agli dei salvatori”. O, infine, la leggenda che ci tramanda l’imponenza della colossale statua del Sole, all’imbocco del porto di Rodi.

Ma c’è un altro aspetto che attribuisce ai fari un fascino tutto particolare, esclusivo. Viene dalle loro caratteristiche di costruzioni solitarie e inaccessibili, selvagge e accattivanti nello stesso tempo, capaci di favorire la meditazione e la riflessione. Un fascino contraddittorio e misterioso sviluppato in un ambiente, odiato e amato nello stesso tempo, dove, nel silenzio del luogo, ciascuno ha la possibilità di estraniarsi, di assaporare il silenzio, “aggrappato” a un lembo di roccia, fra cielo e mare. È il desiderio, il sogno di molti, vivere, anche se per un breve periodo, in una dimensione e in un ambiente diversi, che nulla hanno a che fare col mondo di tutti i giorni. Alzi la mano chi, almeno per una volta, non ha immaginato di evadere dalla propria realtà, di indossare, fors’anche in maniera paradossale e simbolica, i panni del guardiano di un faro. Chi non ha mai pensato di fuggire da tutto e da tutti per ottenere, attraverso l’isolamento fisico, un momento di tregua psicologica. È una necessità insopprimibile, tanto forte da sollecitare la fantasia dei più sensibili ma anche il genio di scrittori, di pittori, di musicisti. Attraverso la loro ispirazione hanno cercato di tradurre, di rappresentare l’esistenza e le sensazioni di coloro che, per scelta o per necessità, hanno l’incarico di governare queste solitarie fonti di luce. L’ambiente, la natura, selvaggia e inaccessibile, sono elementi catalizzatori di un processo introspettivo che difficilmente altre realtà riescono a suscitare. È un tema caro agli amanti della letteratura, a molti romanzieri. Virginia Woolf , per esempio, sceglie proprio un faro per una gita, “Gita al faro” nel corso della quale mette a nudo il carattere dei protagonisti attraverso le vicende della loro vita. Il fascino di questi luoghi non ha mai mancato di sollecitare le fantasie più fervide. I vecchi marinai tramandano storie fantastiche dove la cronaca a volte assume sfumature paradossali, con contorni ogni volta sempre più avventurosi e romantici. Raccontano di pirati sfuggiti alla cattura in cerca di nascondigli sicuri e inaccessibili, di naufragi, di ricchezze enormi, ma anche di assassinii e di fantasmi… Testimonianze dove la verità si confonde con la leggenda, dove la realtà cede il passo all’immaginazione. Certo è che, proprio per la caratteristica del loro compito, i guardiani dei fari sono stati sempre descritti come persone speciali, schive e taciturne, attaccate al proprio lavoro. “Mi sento un milionario perché ho tutto quel che mi occorre. La natura che mi circonda, la quiete che mi dà serenità, la libertà, anche se mi muovo in pochi metri quadrati”, si legge in una lettera inviata ai genitori da un giovane fanalista di Punta Caprara a nord della Sardegna. Poche righe dalle quali traspare la felicità, la soddisfazione di svolgere quell’attività, senza lamentarsi della pesantezza del lavoro, senza recriminare per le ore sacrificate al sonno. La sua, come quella di molti altri, è stata una scelta spontanea, una vocazione quasi. E, infatti, la vita del guardiano del faro, da solo o con la famiglia, è dura. Soprattutto lo era nel secolo scorso quando tutto doveva essere seguito dall’occhio dell’uomo quando, per assicurare il servizio, non ci si poteva assentare un attimo. Ma nessuno si è mai lamentato. Gli impianti più recenti, l’adozione di nuove tecnologie, alleggerendo notevolmente l’impegno dei fanalisti, oggi permettono maggior libertà e meno fatica. Ma veniamo al faro in sé, visto prima come struttura, poi come meccanismo capace di lanciare un raggio di luce a molte miglia dalla costa. Le sue parti essenziali sono una lanterna, una galleria esterna per la sua manutenzione, una camera di guardia, gli alloggi per i fanalisti e per l’ispettore, i depositi.  Sulla sommità, è sistemato il “cuore” del faro, vale a dire la fonte luminosa. Un tempo (lo abbiamo già accennato) era prodotta dalla combustione di legna di particolare qualità. Ma si trattava di un sistema che presentava numerosi inconvenienti primo fra tutti la durata del materiale, del legno appunto, che bruciava troppo in fretta.

L’adozione di metodi alternativi (candele o carbone) non riuscì a risolvere il problema, anzi ne creò altri. Queste due fonti producevano troppo fumo e con esso una gran quantità di fuliggine che, oltre ad attutire la trasparenza dei vetri, rendeva gli specchi poco riflettenti. Un sistema alternativo fu rappresentato dalle lampade ad olio, usate soprattutto sulle coste del Mediterraneo, ricche di uliveti e celebri per l’abbondanza e la qualità dell’olio prodotto. Una curiosità: questo “carburante”, utilizzato per molti anni, era talmente prezioso da suggerire una serie di leggi protezionistiche che impedivano l’utilizzazione per scopi diversi da quello dell’illuminazione. Si racconta, per esempio, che Cosimo de’ Medici, all’epoca della costruzione del faro di Livorno, avesse emanato un editto col quale autorizzava l’adulterazione dell’olio di oliva fornito per la lanterna per evitare che i guardiani ne facessero uso domestico o, ancor peggio, commercio.  La vera svolta, quella che consentì di realizzare una fonte di luce “pulita”, si verificò verso la fine del ‘700 quando un ingegnere svizzero, Aimè Argand, pensò di risolvere il problema del fumo ideando un bruciatore alimentato a petrolio. Era formato da uno stoppino circolare che, inserito in un camino di vetro, creava un tiraggio centrale d’aria. Questo meccanismo consentiva una combustione vivace, stabile e d’alta intensità. Il sistema funzionava ma presentava ancora alcuni inconvenienti. Vennero risolti dal fisico David Hood che. nel 1921 brevettò un sistema ad acetilene, ancor oggi utilizzato in assenza di una fonte di energia elettrica. Si trattava delle fonti di luce di “seconda generazione”. Ma se in un faro la luce è importante ancor più lo è la possibilità di esaltare l’energia luminosa prodotta. In sostanza, il pregio di un faro è costituito dall’efficienza del suo impianto ottico. Assente fino al 1700, divenne indispensabile con l’adozione dei bruciatori ad acetilene e poi ad energia elettrica, con le potenti lampade da 1000 watt. I più noti apparati sono il riflettente (catottrico), il rifrangente (diottrico) e il riflettente-rifrangente (catadriottico). Il primo sistema, con riflettore parabolico, un mosaico con “tessere” di vetro, era noto sin dalla metà del ‘700. Agli inizi dell’800, si pensò di realizzare i riflettori in rame e argento battuti a mano in sostituzione di quelli più pesanti in vetro. Il secondo, riusciva ad aumentare sensibilmente la potenza del raggio luminoso, da trecento fino a cinquecento volte, ma aveva un unico inconveniente: non consentiva ai naviganti di capire da quale faro provenisse il segnale. Il problema venne risolto collocando la lanterna su una struttura rotante, regolata da un movimento a orologeria, capace di intervallare lampi di luce in rapida successione a periodi più o meno lunghi di oscurità, con cadenza periodica. Si trattava di un altro passo verso la realizzazione dei fari moderni, alcuni dei quali ancor oggi in esercizio.
Nel 1822, Augustin Fresnel realizzava una lente diottrica rivoluzionaria, eccezionalmente efficace, formata da un unico corpo sporgente (a occhio di bue) centrale, contornato da anelli concentrici di vetro prismatico, ognuno leggermente avanzato rispetto a quello precedente. Il risultato? Eccellente: la maggior parte dei raggi di luce della lampada centrale veniva rifranta in un unico potentissimo raggio orizzontale. Il progresso tecnico, la recente scoperta di materiali resino-plastico, più leggeri e più facilmente lavorabili, ha perfezionato meccanismi e strutture riducendone gli ingombri e migliorando sensibilmente la resa dei gruppi ottici. L’apparato di illuminazione è diottrico, con otto riflettori sistemati a coppia, uno sull’altro, con lampade a filamenti. Un motorino elettrico permette al gruppo ottico di mutare l’angolazione dei riflettori con la possibilità di una serie variabile di lampi. Gli impianti più moderni non sono importanti soltanto per la loro luce. Il progresso li ha trasformati in stazioni ricetrasmittenti, risponditori radar e radiofari, facendoli apprezzare, soprattutto e paradossalmente, durante il giorno.  Così anche la figura del fanalista, che in passato ha avuto un ruolo centrale, viene a perdere molta dalla sua importanza e del suo fascino. L’automazione dei meccanismi, delle operazioni di accensione e di spegnimento della lanterna, in particolare, si sono notevolmente semplificate limitando l’attività del guardiano a una funzione di mero controllo.

Dalla terraferma al mare il passo è breve. Vogliamo accennare ai battelli-faro, a imbarcazioni prive di propulsione propria (la sala macchine è occupata dai generatori di luce), curiose ma molto utili. (nella foto, il battello-faro “Nore”, conservato presso il Matitime Truste Museum di Londra). All’occorrenza, vengono rimorchiate nel luogo da segnalare (un relitto affondato, una secca improvvisa) e lasciate in ancoraggio. Per evitare che il gruppo ottico oscilli eccessivamente esso è montato su supporti cardanici controbilanciati che, pur in presenza di mare agitato, assicurano una segnalazione precisa e costante.
Attualmente il sistema dei segnalamenti marittimi è di competenza del Ministero Difesa-Marina che ha alle sue dipendenze un Ispettorato dei fari (Marispefari), il quale, attraverso una serie di organi periferici, controlla la qualità del servizio e, in particolare, ha il compito di garantire la massima sicurezza a chi si trova in mare. Sul piano della disponibilità, del numero di punti di segnalazione, di rilevamento e di ascolto, la situazione costiera italiana non è delle più brillanti. In un Paese come il nostro che, come detto, si allunga nel Mediterraneo con oltre settemila e cinquecento chilometri di costa, il servizio dovrebbe rappresentare uno dei punti di forza sia della difesa del territorio sia anche della sicurezza della navigazione. Purtroppo la dotazione degli impianti nel tempo non è stata arricchita e adesso è scarsa e insufficiente. Risultano in attività una quarantina di ricetrasmettitori, nessun semaforo, nessun radiogoniometro, nessun radar. La Francia, nostra vicina di casa, “veglia” con ben trentacinque punti di segnalazione fra semafori, ricetrasmettitori e radar. E le sue coste, quelle che guardano il Mediterraneo, sono un quinto di quelle italiane!

Foto:
1) Il faro, nella parte più alta dell’Isola del Tino, all’imboccatura della rada del porto di La Spezia
2) Venezia, faro della Rocchetta
3) Lanterna (particolare)
4) Il faro e il suo “ausiliario”, isola del Tino (La Spezia)
5) Il comandante con i fanalisti del faro dell’isola del Tino (La Spezia)

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