Il guardiano del faro

Articolo di Giovanni Boscolo
Fonte: Piemonte Parchi

I fari sono stati d’animo. Possono essere (anzi potevano, prima della loro progressiva ed ormai totale automazione) inferni con la loro solitudine e paradisi per gli animali dalla quiete totale. La storia dei fari e della navigazione vanno di pari passo. Nell’antichità segnalazioni luminose riguardavano alcune entrate fluviali particolarmente pericolose, come quella del Tago in Portogallo, o i dintorni tormentati di Stoccolma e qualche porto mediterraneo. Due fari sono entrati nella storia e nel mito: quello di Alessandria ed il Colosso di Rodi. Quest’ultimo probabilmente non fu mai un vero faro, mentre il primo, costruito all’inizio del III secolo a. C. restò a guidare i marinai sino al XIV secolo. Da alcuni anni, archeologi francesi ne stanno traendo i resti dal mare antistante la città egiziana. I romani ne costruirono alcuni: a Marsiglia, a Fos, a Narbonne, a Boulogne, a Fréjus. Ancora oggi a Dover (Inghilterra) si può osservare una torre-faro di epoca romana. Poi il Medioevo portò il decadimento anche di queste istituzioni. I pochi che resistettero furono gestiti da monaci.
Nel 1514 in Inghilterra Enrico VIII diede origine alla Trinità House, l’istituzione che da allora si occuperà dei segnalamenti marini.
In Francia la rinascita comincia nel 1611, quando, dopo varie disavventure economiche e politiche che ne ritardarono la costruzione di 27 anni, viene acceso per la prima volta il faro di Corduan in Francia.
Benchè un po’ sfregiato da una sopraelevazione di 20 metri realizzata nel 1788 il faro è arrivato fino ai giorni nostri. E’ detto anche “faro reale” o la “Versailles de la mer” per la bellezza delle sue linee. Costruire fari in Mediterraneo dove affondano le loro fondamenta sulla terra ferma, è una cosa, sulle rocce di scogli affioranti come nella Manica, un’altra. Talvolta sono state imprese eroiche, che devono fare i conti con le difficoltà tecniche e la violenza delle tempeste. Ormai il guardiano del faro è un mestiere estinto.
Ma fino a qualche decina di anni fa, il mestiere era piuttosto singolare.
Soprattutto, appunto, nella Manica dove la solitudine talvolta era prolungata per la violenza del mare che impediva il cambio.
Certo è un mestiere che nell’immaginario (vento che sibila, onde che tuonano) suscita forse qualche fantasia ma era un lavoro duro.
Sani o malati occorreva accendere al calar del sole: “Matelot, guardiano del faro di Kerdonis, morì il 18 aprile- si racconta di un libro francese sui Fuochi del mare- l’accensione e i servizi sono stati assicurati dalla vedova e dai suoi bambini di 13 e 14 anni…..” Nei fari, si poteva morire di freddo o di fame, quando la tempesta impediva il rifornimento, come accade a Noel Fouquet bloccato su Ar-Men per 101 giorni. Ma la storia dei fari è legata indissolubilmente a Agustin Fresnel (1788-1827). Prima di lui, alimentati da torce imbevute d’olio di balena, o in seguito, dal petrolio o da qualunque altra cosa di combustibile, i fari erano visibili soltanto quando ormai ci si trovava nei paraggi e talvolta era tardi.
Qualche progresso ci fu all’inizio del 1700 con le lampade riflettenti. Ma occorre attendere il nostro Fresnel, diplomatosi al Politecnico a 16 anni, premiato nel 1819 per i suoi studi sulla riflessione. Studi che approfondirà quando fu chiamato a prender parte alla commissione dei fari francesi e che ideò e realizzò un riflettore parabolico con grandi lenti di vetro. La lente messa in opera a Corduan (nel 1823) sorprese per la distanza cui rifletteva la luce dello storico faro.
Da allora non vi sono stati, nella riflessione della luce e nella tecnologia, sostanziali miglioramenti. I fari continuano a funzionare con la lampada di Fresnel, se pur i più moderni alimentati da gas illuminanti.
A quell’epopea di uomini e mezzi il parco regionale francese di Armorique ha dedicato un centro di interpretazione nell’ecomuseo dell’isola di Quesant, un’isola di pochi km quadrati che si protende in mare a nord-ovest della Bretagna, l’imbocco occidentale della Manica dove ogni anno passano all’incirca 50 mila navi. Il centro di interpretazione illustra sacrifici ed eroismi, tecnologie architettoniche, luci e rifrazioni, avventure e disavventure dei fari e dei lori uomini che per secoli hanno con la loro luce rassicurato i marinai alla ricerca nel buio, tra le tempeste, di un punto di riferimento certo.

La Jument, costruito in 14 anni su una roccia di meno di 100 metri di diametro.

Faro des Baleines, isola del Re (Francia) e la scala a chiocciola interna.
(Foto Archivio/Boscolo)

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