…la luce fu

Articolo di Alberto Cunto
Fonte: Diogene

Con il “progresso”, le colate di cemento… dopo quasi 80 anni di onorato servizio

“Uomini, marinai, aiutano altri marinai, in balia del mare a ritrovare la strada di casa… Questi uomini sono gente diversa. Il guardiano del faro è un personaggio che muove la fantasia. I fari più isolati sono come navi ferme nel mare oppure in perpetua navigazione; che mai conoscono il vociare, gli odori, il traffico del porto. Il fanalista vive nel contatto continuo e assorbente degli elementi, ma l’isolamento rende la sua vita al cospetto delle manifestazioni naturali una costante comunione con queste. Soltanto gli elementi sono i suoi interlocutori, oppure se stesso. Così egli sviluppa tra mare e nuvole sue meditazioni e proprie filosofie e il giorno che metterete piede sulla sua scogliera, il colloquio sarà soltanto la continuazione di quel suo ininterrotto monologo con le cose e con se stesso…”. Intriso di romanticismo, questo è il simpatico quadretto che lo scrittore e poeta Franco Patini traccia del guardiano del faro. Il farista è quello che accudisce con cura la sua lanterna, in modo che nella notte non venga meno quel fuoco indispensabile ai naviganti per schivare i pericoli e le tante insidie dei crocevia del mare. Sono circa 500 i semafori marittimi distribuiti lungo le coste nazionali e li troviamo ovunque sussistano concrete condizioni di rischio: all’estremità di lontani promontori, nei porti, sulle isole (anche le più sperdute) e in prossimità di secche o scogli affioranti, ed è proprio questo il caso di Scalea e fondamentalmente per tale motivo decisero di costruirvi “il faro”. Edificato alla sommità della Scalicella, tra ciuffi d’erba alta e odorosa ginestra, a pochi passi dagli scarni resti di quella che fu la Torre di Giuda (Vittorio Faglia dell’Istituto Italiano dei Castelli, forse il maggiore esperto di fortificazioni costiere, qualche anno fa propose di restaurarne i ruderi come monumento alla inciviltà del secolo ventesimo e testimonianza del nostro operare incolto), esso venne attivato dal Servizio Fari e Segnalamento Marittimo della Regia Marina, il 7 dicembre 1922.” Addossata ad una casa, la torre merlata di forma quadrata è sormontata da lanterna, l’una e l’altra dipinte di rosso con merlatura e fregi bianchi…”, così il “nostro” faro viene descritto in un rapporto stilato negli anni ’30. Nella stessa relazione viene specificato che l’alloggio è costituito da un piano nel quale sono presenti tre camere, la cucina e i servizi e che aderente alla torre vi è il casotto destinato a lavatoio. A tergo della costruzione è presente una minuscola costruzione adibita a forno e deposito materiali, oltre alla cisterna per l’alimentazione dei servizi igienici. Sullo spiazzo antistante si dispone di una fontana per l’acqua potabile alimentata dalla condotta della rete idrica urbana, una di quelle costruite in ghisa note come “vedovelle”, tanto comuni una volta e ora diventate ricercati cimeli del nostro passato. Alto alla sommità 12 metri e sessanta, esposto perennemente al teso greco e all’umido libeccio, il suo fascio di luce spazzolava 25 miglia di mare ed aveva la durata di un secondo su quattro di eclisse. All’inizio per raggiungerlo si utilizzava la mulattiera che s’inerpicava lungo le falde della collina e per andare alla stazione (essendo il treno, all’epoca, l’unico mezzo di trasporto per gli spostamenti di più largo respiro) si faceva poi uso della solita carrozza. L’energia elettrica per l’alimentazione veniva fornita dalla Ditta Sabatini del posto e sempre secondo la citata relazione, i figli in età scolare dei faristi potevano frequentare le scuole elementari presenti in paese. Tracciata la statale 18 sul finire degli anni ’20, si colse l’occasione per costruire una strada degna di tale nome, atta a consentire l’accesso ad ogni genere di veicolo. Nel corso del 1939 il faro venne ampiamente ristrutturato, adeguandolo all’evoluzione tecnologica del tempo. Poco dopo entrammo in guerra e per ovvi motivi di sicurezza dopo qualche mese il faro fu oscurato, sopperendovi con l’attivazione del “semaforo” di Capo Scalea o Dino. Nel corso del conflitto gli alleati lo bombardarono dal cielo e lo cannoneggiarono dal mare, ma grazie alla loro nota imprecisione il faro non ebbe a registrare danni. Nel dopoguerra subì ulteriori modifiche e aggiornamenti, a cominciare da quelle del ’53 che comportarono la sostituzione della quasi totalità delle apparecchiature elettriche diventate ormai obsolete. Altre modifiche vi furono apportate nel ’69 e nel ’72, mentre nell’aprile del 1977 fu incrementata la portata del fascio luminoso a cura dello stesso personale presente in zona, previa la sostituzione della lampada e l’adeguamento dell’impianto di alimentazione. Sono tanti a Scalea a ricordare con nostalgia quel fascio di luce che nella notte si proiettava sul mare; dall’alto dei suoi 98 metri collina compresa. Poi venne il progresso, quello comunemente identificabile con le colate cementizie di cui si è tanto discusso e da solitario quale era in pochi anni il faro ebbe a subire le aggressioni di quell’opinabile sviluppo ciò, unitamente alle mutate tecniche di segnalamento e informazione, prima di aver compiuto gli 80 anni di onorato servizio, contribuì ad accelerarne la sua dismissione. Ad accudirlo per ultimi furono gli agenti Mario Falovo e Vittorio Marino e fu proprio uno di loro a chiudere per l’ultima volta l’interruttore il 1° settembre 1981, in ottemperanza a quanto disposto da MARISPEFARI (Ispettorato Fari della Marina Militare) con ordinanza 2/11648 del 23 giugno dello stesso anno. E fu così che il faro di Scalea, segno distintivo di primaria importanza del panorama locale e N° 2680 nell’elenco dei fari italiani, in quella data venne definitivamente soppresso. Diventato in seguito struttura civile, adibita a normale abitazione, oggi è quasi indistinguibile nella selva di edifici dall’estetica più o meno condivisibile, in stridente contrasto con quanto enunciato nel convegno sulla “Rete Europea” tenutosi a Pisa a fine ottobre”98: “Le torri e gli edifici turriformi costituiscono una speciale eredità culturale dell’ambiente costruito e per la loro configurazione dominano il paesaggio connotandone l’immagine, oltre a valorizzare sensibilmente l’identità di una città…”.

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