A tu per tu con il mare

Articolo di Marina Rita Massidda
Fonte: www.nautica.it

Il faro di Punta Scorno si trova al nord dell’isola dell’Asinara, il luogo si chiama anche Punta Caprara, ma questa denominazione è meno nota, il faro è stato costruito intorno al 1854 e appena fu realizzato (naturalmente furono impiegati diversi anni) entrò in servizio perché era importante e necessaria la sua funzione, infatti, all’epoca vi erano delle carenze nel sistema semaforico del Regno Sabaudo, già dal 1850 il generale La Marmora evidenziò il problema al Regio Comando della Marina.
E’ un faro di prim’ordine con la seguente posizione: Lat. 41° 7′ 9″ N – Long. 8° 19′ 19″ e la luce è bianca fissa. In passato, l’ottica era rotante, praticamente fino alla presenza fissa dei fanalisti (guardiani del faro) ora invece è un’ottica fissa con la luce sempre bianca e lampeggiante, visibile a 28 miglia con atmosfera chiara, l’edificio è una torre circolare alta metri 15,9 basata sul centro di un caseggiato alto 9,1 metri, l’altezza della fiamma è di 28,4 metri sopra la base dell’edificio e metri 80 sopra il livello del mare. L’apparato illuminante è diottrico, cioè formato da prismi disposti superiormente e inferiormente alla fiamma e da una fascia lenticolare che occupa i tre quarti della periferica, di uno specchio metallico che occupa la quarta parte rimanente che è rivolta verso la terra.
La mia famiglia all’isola dell’Asinara è presente da diverse generazioni e precisamente dal 1889. Il mio bisnonno, da Gesturi si trasferì a Cala d’Oliva, sposo una donna di Faenza ed ebbe ben 12 figli, due dei quali continuarono a vivere sull’isola. Uno di essi fu mio nonno paterno da cui mio padre, che prestò dal 1966 servizio al faro di Punta Scorno, quando io avevo solo 9 mesi essendo nata il 20 maggio del ’65. Mia madre aveva solo 27 anni e vivere isolati comportava tanti sacrifici sia per la lontananza dalla terra ferma sia per problemi legati alla salute, per i quali era necessario il pronto intervento del medico che distava 9 chilometri da Cala d’Oliva e la strada per raggiungerlo era impervia, disagevole, con dei tratti pericolosi, ricchi di precipizi e di altre difficoltà. Solo con il fuoristrada si poteva transitare, ma con molta cautela e lentamente.
Questa strada la percorrevo ogni giorno per andare alle scuole elementari, quindi mi alzavo molto presto e ricordo che quando soffiava il maestrale non riuscivo nemmeno a respirare con il vento che mi veniva in faccia mentre uscivo dal portone del faro. Cala d’Oliva, come dicevo, è praticamente il capoluogo dell’isola, il nome, secondo alcuni studiosi, è dato dalla presenza nel passato di tante piante di olivastro. Il suo porticciolo è importante perché vi attraccava il piccolo traghetto che proveniva da Porto Torres. Durante l’estate era ugualmente disagevole vivere al faro ma la bella stagione con il sole, il mare e l’immenso piacere di viverlo ci faceva dimenticare tutti gli inconvenienti dell’inverno. Durante la primavera e l’estate il faro sembrava un luogo incantato, dove il tempo si è fermato, dove non esistono rumori meccanici, solo il fruscio del vento tra le piante e le rocce che col passare del tempo si modellavano come statue, il rumore delle mareggiate e della risacca con onde giganti che ricoprivano gli scogli più alti e gli spruzzi parevano nuvole di fumo di un incendio.
Ricordo, a questo proposito, le navi in difficoltà e i rimorchiatori che andavano a soccorrerle, pareva di vedere un film e rimanevo col fiato sospeso per tanto tempo e quando c’erano le basse maree con delle giornate stupende tutto era meraviglioso. Un vero piacere per tutti i sensi del corpo osservare e contemplare il mare con gli scogli che parevano sospesi nell’aria, luccicanti al sole e incastonati di varie conchiglie, addobbati di erbe marine profumate di salsedine. Poi si sentiva il rumore dei granchi, quelli grossi e pelosi che si affacciavano diffidenti dalle loro tane, per non parlare poi dello stridere delle cicale, intenso e continuo, e il canto dei grilli che sottolineava il cuore dell’estate.
Tutto ciò sembra frutto della mia immaginazione invece era una realtà che appagava gli stati d’animo angosciati dall’inverno. Vivere in un faro, isolato e circondato quasi dal mare come quello dove ho vissuto, e un quotidiano e confidenziale appuntamento con il mare, che si vive intensamente, in tutte le dimensioni, attimo per attimo è come vivere con una persona che ti ama, s’impara a conoscerlo, ad apprezzarlo, a capirlo, ma soprattutto a rispettarlo. Le mie vicende legate al mare sono tantissime, ma voglio soffermarmi su quelle che più mi coinvolsero emotivamente durante la mia infanzia. Ho avuto una fanciullezza molto felice, nonostante vivessi in questo posto disagiato per le esigenze di una famiglia composta soprattutto da bambini piccoli. Mia madre, con il suo carattere ottimista e positivo, non mi faceva notare i suoi timori, non riversava su di me le sue ansie e io vivevo serena, rilassata e tranquilla, al punto che non mi impressionavo nemmeno durante i temporali. I miei genitori mi spiegavano l’evento con naturalezza e quindi i lampi e il rumore dei tuoni non mi impaurivano se mi trovavo a casa al riparo, le stanze del faro, gli altri ambienti erano grandi e quindi il rumore dei tuoni rimbombava molto di più che in un appartamento di città.
Un’altra cosa che mio padre mi abituò a non temere era il “fondale scuro”, cioè con il fondo roccioso; difatti, quando qualche volta andavamo alla spiaggia di Cala Rena (grande o piccola), mi annoiavo perché mettendo la maschera vedevo solo sabbia e trascine (tracine o, più propriamente, dracaene: pesci della famiglia dei Trachinidi dalla puntura molto dolorosa) e delle trombe in paradiso; invece, a me piaceva il fondale roccioso, ricco di tante varietà di pesce, di numerose tane, di crostacei come le aragoste, le cicale, le “capre marine” e i polpi, mi divertivo tantissimo con loro come se fossero dei compagni di giochi, e poi era bello nuotare tra le nuvole di piccoli pesci che si nascondevano tra le alghe e sparivano a un tratto come per magia.
Cala Rena, come dicevo prima, è formata da due spiagge (una più grande, l’altra più piccola) esposte a levante come tutte le spiagge dell’Asinara, e sono divise da un piccolo promontorio roccioso. Sono due spiagge di grande fascino, la sabbia è impalpabile e candida, con grosse striature di rosa nel bagnasciuga. Noi preferivamo quella piccola, era più riparata, più intima, c’è tuttora un albero quasi sulla sabbia e lo usavamo come ombrellone, inoltre, l’acqua era più profonda vicino alla riva quindi non ci si allontanava tanto per godere di un bel bagno o una bella nuotata. Le spiagge sono dominate da una torre chiamata “Torre del Barbarossa” e nella spiaggia più grande c’è ancor oggi un bosco di ginepri secolare e il profumo che si può sentire è piacevolissimo, è veramente indescrivibile!
Nonostante la presenza di queste due cale a solo un chilometro di distanza con un paesaggio paradisiaco, alla fine preferivamo di più la costa sotto il faro con due banchine, una esposta a ponente, con un fondale meno profondo e il largo si prendeva dopo un po’, gradualmente, la cala è più raccolta diciamo anche più interessante come genere di fondale, mentre la cala di levante, ugualmente bella ma meno raccolta più esposta al mare aperto con un fondale subito alto, con qualche tratto sabbioso dove ospita razze e sogliole. Con queste due cale esposte così si poteva sempre usufruire del mare calmo, da una parte o dall’altra si poteva uscire in barca, in canotto o nuotare, solo quando il maestrale era forte non si poteva nemmeno andare alla cala di levante perché c’era risacca, allora con un po’ di “brumeggio” e “pastetta” per esca, ci mettevamo nelle insenature frizzanti di risacca a pescare saraghi e occhiate, insomma, il mare ci dava l’opportunità di non annoiarci; sin che si aveva a che fare con il mare la solitudine non si sentiva, ma anche se si avvertiva durante i brutti periodi con le intemperie era una solitudine diversa da quella che purtroppo spesso si avverte anche in città o tra la folla!
Quotidianamente il mare ci dava delle sorprese anche piccole, apparentemente insignificanti, ma comunque belle novità e la noia non si faceva mai sentire. Anche pescare un pesce a volte più grosso del solito, con un determinato tipo di esca o sperimentare una nuova lenza “mio padre si divertiva a inventarne tante” e se quest’ultima dava dei buoni esiti anche questi eventi erano belle novità. Ricordo una cernia che mio padre pescò, di quanto fosse grossa e di quanta erba avesse sulle squame della schiena.
La pesca delle ricciole mi divertiva tantissimo, avveniva solitamente a settembre sulla secca di levante, questa secca ha un fondale che oscilla tra i quattro e i cinque metri, ci sono tane di grossi pesci e immergersi è un’emozione, si vede un mondo fantastico. La prima volta che mi tuffai dalla barca con maschera e pinne, dopo un po’ arrivò una ricciola a osservarmi incuriosita con uno sguardo dolce quasi umano. Anche i muggini sono dei pesci curiosi e se rimani nell’acqua immobile arrivano anche loro a fare “gli onori di casa”. Come dicevo prima, la pesca alle ricciole mi divertiva, con i filaccioni, come esca solitamente si usavano delle aguglie che gettavamo 5 o 6 per volta. Quando iniziavano a scomparire tra le onde significava che la preda aveva abboccato, allora era emozionante vedere tirare su piano piano questi pesci con pazienza, cautela e prudenza per fare in modo che non strappassero la lenza, oppure scappassero con un colpo di coda. Solitamente questa pesca avveniva con il cosiddetto “mare lungo” che come sappiamo provoca un dondolio che porta facilmente il mal di mare ma… grazie al cielo non so cosa sia questo stato di malessere! Penso di aver avuto un buon “collaudo”! Per andare alle scuole elementari che si trovavano a Cala d’Oliva a circa 18 chilometri (andata e ritorno) di strada dissestata, partivo prestissimo la mattina in compagnia di mio padre su di una “campagnola”. La strada non era agevole e ogni volta si trovavano ostacoli, come rami e fossi, dovuti alle piogge violente; insomma, ogni volta c’era una novità.
Una mattina d’inverno, ero in quinta elementare, io e mio padre rimanemmo a bocca aperta dallo stupore, vedendo arenato sulla riva della Cala Rena Grande un balenottero, attraversammo a piedi il bosco di profumati ginepri e poi ci precipitammo subito sul luogo: era morto da pochissime ore. Arrivati a Cala d’Oliva informammo le autorità del posto che subito si precipitarono per osservare l’accaduto. La notte andai a letto pensando che a poco più di un chilometro giaceva un balenottero morto e riflettevo su quali cause potevano aver ucciso questo cetaceo, forse le correnti marine? Forse si era smarrito dal branco? Forse era malato?… Osservare i cetacei, ma vivi, era emozionante, dall’alto del faro era spettacolare guardarli così massicci, imperiosi, con il loro spruzzo potente a zampillo, tanto grandi ma allo stesso tempo piccoli rispetto all’immensità del mare.
Una mattina, con mio padre in barca cercammo di avvicinarci a un capodoglio, ma con discrezione, da lontano per non disturbarlo e per non incorrere anche noi in eventuali rischi. Ricordo che si parlò a lungo di cetacei in quel periodo nell’isola e a scuola, premetto che la scuola era composta solamente da una pluriclasse di 16-18 bambini, la maestra colse l’occasione per approfondire l’argomento che fu di spiccato interesse, il discorso “balene” poi trovava interdisciplinarità con tutte le materie scolastiche così, nell’anno della quinta elementare, anche in classe si respirava aria di mare…
Il ricordo più emozionante che ho vissuto al faro di Punta Scorno è legato ai gabbiani. Nell’isola ci sono i gabbiani reali e i gabbiani corsi, i primi li chiamavo dalle zampe gialle i secondi dalle zampe verdi. I gabbiani reali sono uccelli dalla corporatura robusta, con zampe giallastre, piedi palmati, becco forte e ricurvo, giallo come gli occhi, ali lunghe e appuntite, sono volatori eccezionali e alternano il volo planato a quello battuto. Invece, il gabbiano corso (ed è con uno di questi che ho vissuto un’esperienza emozionante) ha un aspetto e una corporatura più delicata, è bellissimo, con becco amaranto e occhi scuri. Per nidificare sceglie scogliere isolate o piccole isole, non è ingordo e invadente come quello reale e non è disposto a cibarsi di tutto. Il gabbiano corso vive del pesce del mare pulito, è un gabbiano in via di estinzione, ha un volo agile e leggero, diciamo elegante, ha il volo simile ad altri uccelli di alto mare, come le berte e le sterne. E’ un piacere osservare sia i reali che i corsi quando volano leggeri con il vento in una dimensione senza confini. Al faro vi sono anche cormorani, abilissimi pescatori, e ricordo che parevano dei soprammobili quando si mettevano in cima agli scogli con le ali aperte per asciugarle. Infatti, il cormorano, nonostante viva praticamente in acqua non ha lo strato di grasso che impermeabilizza le penne. Con i gabbiani instauravo un buon rapporto di amicizia, socializzavo e con uno in particolare nacque una vera e propria singolare amicizia e intesa. Lo chiamai Mommolo, un nome dal suono labiale onomatopeico nei confronti dei suoi movimenti buffi e goffi di quando era piccolo.
Una sera di metà giugno del 1976 stavo remando sul mio canottino gonfiabile e mi addentravo nelle varie insenature della Cala di Ponente, proprio perché si era verificata da poco una fortissima mareggiata e delle volte mi era capitato di trovare qualche gabbiano o cormorano ferito o prigioniero in qualche roccia che con poche rudimentali cure riuscivo a rimettere in sesto e a salvarli. Quel giorno invece scorsi a un tratto la testa di un giovane gabbiano corso dietro un tronco incastrato tra gli scogli dalle onde, subito pensai che fosse morto, era immobile, esanime, fragile, aveva circa tre settimane di vita, chissà come sarà finito lì, pensai, e le ipotesi erano tante, comunque non c’era tempo per indugiare, lo presi con grande delicatezza, mi accorsi che era ancora vivo e lo portai a casa, gli preparai un nido artificiale con dei maglioni di lana vecchia, tagliando a metà un fustino vuoto di detersivo per lavatrice (prima infatti i fustini avevano la forma cilindrica).
La notte non dormii per niente, cercavo di imboccargli con uno stecchino dei piccoli pezzetti di pesce crudo, fu un’impresa quasi impossibile ma alla fine, dopo numerosi tentativi, vi riuscii. In una settimana si riprese un pochino, rimaneva sempre accovacciato ma teneva la testa dritta e mangiava, insomma a passi lenti progrediva. Dopo quindici giorni di cure si “reggeva in piedi” ed era buffo vederlo dondolarsi insicuro su quelle zampette esili. Iniziò così a stare bene, mangiava tutto, camminava con sicurezza, iniziava a emettere il suo caratteristico verso vivace ma stridulo per la giovanissima età, insomma, Mommolo stava benone! Tra me e lui ci si capiva subito, veniva con me in canotto si cullava con me sul materassino e quando nuotavamo insieme mi divertivo ad andare sott’acqua a solleticargli le zampette palmate ma… non volava. Nonostante spesso lo sollevavo da terra per invogliarlo apriva un po’ le ali ma niente, pareva che non avesse l’istinto del volo e quindi mi preoccupavo, vedevo gli altri gabbiani della sua età volteggiare sicuri nell’aria ma lui niente, come se fosse una gallina, ma con la fedeltà e la comprensione di un cagnolino o anche di un micio, insomma era veramente addomesticato. Una sera come tante camminavo per la salita che portava al faro, era stata una giornata di mare stupenda. Mommolo naturalmente camminava al mio fianco, il tramonto era particolarmente rosso brillante, acceso, infuocato, il mare assumeva un colore blu scuro screziato d’argento dovuto allo splendore dei raggi del faro che riflettevano sull’acqua; sembrava di essere in un luogo incantato di quelli descritti nelle fiabe per bambini. A un tratto, ai bordi della strada, notai un grande cespuglio di erba molto morbida come cotone, presi con dolcezza Mommolo tra le mani lo accarezzai a lungo, lo rassicurai, poi lo sollevai in alto in direzione del cespuglio, così, se fosse caduto giù, lo avrebbe protetto dall’urto, invece spiccò il volo con agilità e decisione.
Fu una grandissima emozione vederlo volteggiare su di me in un’atmosfera fantastica di luci e colori della natura, il suo verso, anzi oserei dire il suo canto, richiamò altri gabbiani e fecero un eco, sono sicura che era un suo modo per ringraziarmi.
Da quel giorno iniziai a vedere sempre meno Mommolo, ormai era diventato grande, iniziò a cambiare ancora una volta il piumaggio fino a diventare bianco e grigio. Infatti il gabbiano alla nascita più che delle piume ha una specie di peluria color verdognolo e pois neri, poi le piume mutano, diventano nere, bianche e marroni, poi diventa del tutto bianco e grigio e nero. Di Mommolo potei osservare quasi le tre fasi della sua vita.
Ora ho trentacinque anni ma non c’è stato un giorno della mia vita in cui non abbia rivolto almeno per un istante il pensiero a questa esperienza legata al mare, alla terra e al cielo.

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