L’antico faro di Molfetta, nato da una tragedia

Fonte: www.quindici-molfetta.it

Storia di un simbolo della città. Gli ex voto. Lo scienziato Giuseppe Saverio Poli

Francesco Padre, Giovanni Padre… la sfilata di pescherecci è il terreno sul quale poggia il faro di Molfetta, il più antico di questo tratto di Adriatico, attivato nel 1857 dal Regio Ufficio del Genio Civile. Un corteo di scafi e corde disegna la scenografia della torre in pietra, ancora oggi in perfetto stato, abbellita da un artistico parapetto.
Anche qui il mondo dei pescatori si nutre di quegli aspetti religiosi e folkloristici che abbiamo riscoperto alle pendici di altri fari. Tutta la strada che costeggia il porto, fino all’imbocco del molo su cui poggia la lanterna, è la sintesi della storia della città, con il duro lavoro della gente di mare, con le avventure, le tragedie e le antiche incursioni.
Non sono poche a Molfetta le testimonianze votive che narrano di miracoli in mare; nelle chiese sono ancora presenti dipinti ed ex voto (in alcuni è raffigurato pure il faro) che riflettono – come se fossero specchi – l’identità mai perduta del borgo marinaro, oggi città moderna che non dimentica la sua autentica risorsa: il mare. Passeggiare attorno al porto è un po’ gustare questa atmosfera, esplorando anche quanta parte di scienza e biologia marina sia nata qui, dove visse – proprio in una casa che affaccia sul molo – Giuseppe Saverio Poli, nato nel 1746, , come narra la targa sul frontale del palazzo in cui ebbe i natali.
C’è una targa anche sul faro (che si trova sul gomito formato dal Molo foraneo col Molo San Michele) e in poche righe è riassunta la storia della torre bianca ottagonale: . E’ quasi una voce narrante a condurci nel viaggio in questa struttura in pietra, alta 18 metri (22 sul livello del mare), posta accanto al caseggiato a due piani nel quale vive il farista. Lo zoccolo cilindrico, sempre in pietra chiara, è la base del faro, abbellito da un terrazzo con una robusta ringhiera.
Non fu facile giungere alla costruzione definitiva della torre. Infatti, il progetto approvato per una spesa di 4.697,57 ducati fu avviato nel 1853 sull’estremità di Levante del molo di tramontana, dato che si pensava in questo modo di facilitare l’ingresso nel porto alle navi del Lloyd austriaco, con i piroscafi che settimanalmente si fermavano a Molfetta (provenienti da Trieste) per continuare il viaggio verso la Grecia. I lavori cominciarono spediti, ma un anno dopo, la sera del 24 settembre, si verificò una tragedia che di fatto fece crollare la funzione del costruendo faro: una barca da pesca, a causa della burrasca, finì contro il piroscafo austriaco , danneggiandolo e poi affondò, trascinando in acqua tre pescatori. Ci si accorse quindi che la costruzione dei nuovi moli creava una forte corrente e che l’entrata più sicura del porto era certamente quella di ponente: di qui, la necessità di spostare il faro sul lato opposto. Molte furono le polemiche burocratiche sul costo dell’operazione, ma alla fine la torre già quasi eretta fu abbattuta e ricostruita nel punto in cui è ora, al riparo dai venti di tramontana. Il 12 gennaio del 1857 il faro fu acceso, diventando così il primo a sorgere in un porto dell’Adriatico, il grande porto di Molfetta che già a quei tempi era scalo di tante traversate.
Anche oggi la zona del faro non è mai solitaria. Al tramonto, i pescatori organizzano i loro carichi, dispongono le reti, avvolgono il cordame intriso di alghe e indurito dalla salsedine. Il faro sembra sorvegliare silenzioso su queste scene di vita quotidiana, che si ripetono qui da millenni, perché tutta la storia di Molfetta è fatta di vitalità marittima, di scambi e contatti continui dei quali un prezioso documento è l’alleanza nata nel 1148 con Ragusa (l’attuale Dubrovnik): una sorta di patto di amicizia politica e commerciale che è anche uno dei più antichi di quelli che si conoscono delle città adriatiche in Puglia.
Nel borgo si respira quest’aria marinara, commerciale e oggi anche industriale. Ma è la pesca, con l’accattivante bellezza del porto e di ciò che sorge tutto intorno, a fare da vero fulcro della città.
Salendo per la scala elicoidale che porta in cima al faro, ci si affaccia sul regno del mare e dell’uomo: il colpo d’occhio è la decisa separazione tra il centro storico e il resto, con le testimonianze architettoniche antiche sviluppatesi attorno al porto, oltre la banchina Seminario, la banchina S. Domenico, il molo S. Michele e il molo S. Vincenzo, quello delimitato dal faro, oltre il quale si estende il molo foraneo.
Dall’alto, le cupole del Duomo Vecchio si stagliano alla nostra vista, tutt’uno col mare, tutt’uno con il borgo; la chiesa, che è la più grande fra quelle pugliesi di stile romanico a cupole in asse, risente nella sua struttura delle continue modifiche, dato che la costruzione – iniziata nel XII secolo – è durata per tutto il secolo successivo, mentre la facciata (mai completata) si deve a restauri molto più moderni. Per tutto il molo, corre la muraglia in pietra, ma lo sguardo va ancora oltre, verso la piazza, la Dogana, il Palazzo Seminario che sembra abbandonato, il vecchio mercato.
A piedi, si può attraversare il borgo cercando tracce antiche della Molfetta marinara. Anche nel Santuario di S. Maria dei Martiri preziosi resti della cupola dell’altare maggiore (iniziata nel 1162 per volere del re normanno Guglielmo I) sono conservati insieme a testimonianze pittoriche di limitato valore artistico ma che ci riportano a quel faro sul molo, a quella religiosità marinara tipica di moltissime città della costa pugliese, calabra e campana. Sono due, qui, gli ex voto nei quali è dipinto anche il faro inteso come : il primo è un olio su tela del 1850 che racconta la caduta in mare di un marinaio, la disperazione degli altri e lo sguardo protettore della Madonna, raffigurata a sinistra del faro (sotto, è visibile la sigla votiva VFGA – voto fatto grazia avuta – con il nome dell’offerente, ); l’altro raffigura drammaticamente un naufragio, con il faro e la Madonna dei Martiri all’orizzonte. La torre e la Vergine appaiono qui come due forme miracolose di salvezza, due chiarori nel buio della tragedia.
La figura della Madonna è legata alla tradizione dei pescatori molfettesi. L’8 settembre di ogni anno, un corteo di barche attraversa il porto trasportando in processione la statua di Maria; e tutta la festa si basa sull’antica leggenda di un pellegrino che, ammalatosi di ritorno da un lungo viaggio in Terrasanta, fu ricoverato e salvato insieme a tutti i malati della città, grazie ad un quadro della Madonna che aveva portato con sé da Gerusalemme. Così nasce la chiesa dei Martiri affacciata sul mare, con l’antico ospedale annesso, così rifulge il miracolo osannato dalla gente del paese.
Molfetta è il porto, il ricovero delle antiche e moderne avventure: nel Duomo sarebbe stato sepolto – agli inizi del 1300 – il figlio del duca di Baviera, Corrado, fattosi monaco ed eremita, reduce da esperienze spirituali in Terrasanta e morto a Modugno nel 1155. Tutta la zona è stata da sempre il centro di partenze e arrivi, traffici, domini e distruzioni. I pescherecci che “forano” la vista del mare non esprimono solitudine, ma comunicazione e anche il faro con il suo fascio di luce che domina sul borgo e sull’acqua, è metafora del viaggio, della ricerca.
Proprio la scienza è un altro squarcio di storia illuminato dal faro. Come dicevamo più sopra, un illustre cittadino molfettese è quel Giuseppe Saverio Poli, scienziato settecentesco noto in mezzo mondo, che fece della sua nascita in una cittadina di mare il tesoro della sua ricerca sulla biologia marina. E’ suo il manuale , pubblicato a Parma in due volumi nel 1791 e nel 1795, di interesse scientifico e tipografico, data la preziosa veste utilizzata per illustrare le conchiglie del mare Adriatico, quelle del Tirreno e del mar di Sicilia. Curiose le immagini classificate dallo studioso, messe insieme grazie – si sa – al materiale fornitogli dalla e dalla collaborazione di amici e colleghi, tra i quali c’era lo scienziato bitontino Michele Troia. Il testo, in latino, è un esempio classico di divulgazione scientifica, dato che l’autore fa precedere le tavole da note in italiano e francese, non trascurando notizie sull’uso gastronomico e culinario degli stessi molluschi. Poli viaggiò molto, fu membro della Royal Academy di Londra, visse e insegnò a lungo a Napoli, dove morì dopo aver abbandonato i suoi studi di malacologia (pare anche a causa della delusione provocata per l’aver trovato distrutto dopo la rivoluzione del 1799 il suo acquario, di tante osservazioni scientifiche).
La passione per il mare, eletto a luogo non di mito ma di lavoro, è la caratteristica della gente di Molfetta: in alcuni dei cantieri che si affacciano sul porto ci sono i vecchi , che ancora oggi costruiscono bellissime barche in legno, lavorate con le proprie mani. Qui il mare trasuda fatica. Eppure, guardare oziosamente l’orizzonte dall’alto del faro, seguire il volo dei gabbiani che sfiorano le cupole del Duomo e atterrano sulle banchine del porto, è occupazione d’un fascino innegabile. Noi in cima, con solo l’infinito dell’orizzonte negli occhi, mentre sotto la vita continua.

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