Gita a un faro di città

Articolo di Enrica Simonetti
Fonte: www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Vita e racconti dei guardiani della torre

Un tempo, il farista era un «isolano». Oggi, la torre bianca ottagonale costruita nel 1869, è immersa nel suo quartiere. Ma varcare il cancello, salire per i 380 scalini e ascoltare i ricordi significa approdare in un altro mondo
Quando si faceva il pane sotto la torre. «A Gallipoli, la maestra arrivava ogni mattina in barca e per noi questa era la scuola». «Un Natale rimasi bloccato nella torre di Vieste per la tempesta»
«E’ lui! E’ il guardiano del faro». Un tempo tutti conoscevano l’uomo del mare, quello che viveva nella casa sotto la torre bianca, a Punta San Cataldo, tra le banchine del porto e la campagna. Non c’era cemento attorno al faro, non c’erano le case, le scuole, i palazzoni spuntati come funghi nel giro di pochi anni.
L’uomo del faro era quasi un «isolano». La torre, costruita nel 1869, era una delle rare «altezze» della nostra città, un campanile sul mare. Bari risultava distante dal faro, tanto che nel vano ancora oggi visibile alle spalle della casa, c’era il forno per il pane. Si panificava all’ombra della lanterna, lasciando che quel profumo di mollica fresca si legasse agli odori forti della salsedine: troppo lontano sarebbe stato andare ogni giorno a rifornirsi in città. La vita in questo faro, nonostante che fosse già un «faro di città», risultava del tutto simile alla vita nelle torri lontane dai centri abitati, ancorate tra mare e terra, praticamente fuori dal mondo.
E anche oggi, varcare il cancello del faro di San Cataldo significa immergersi in una vita «diversa». Fatta di racconti, ricordi e anche di tanta attualità.

I faristi «reggenti» sono 2: due famiglie che convivono nei due appartamenti distinti che hanno come cappello l’altissima torre ottagonale bianca e la lanterna. Gente che fa una vita quotidiana simile a quella di tante altre famiglie baresi: ci sono i figli che vanno a scuola nel quartiere, le mogli che escono per il lavoro o la spesa. E poi, ci sono loro, i guardiani del faro, Gaetano Serafino, 45 anni e Luigi Chianella, 49 anni. Mentre la memoria storica della torre è un uomo di 78 anni, moltissimi dei quali passati alfaro: Michele Chianella, padre di Gaetano.
E’ con i faristi che percorriamo i 380 scalini che ci portano in cima alla lanterna. Una scala a chiocciola sulla quale si aprono le poche finestre della torre, scorci significativi su angoli inediti del porto. La fatica della salita è ripagata dalla vista che si gode dal lanternone, un’enorme campana di vetro riscaldata di giorno dal sole e di notte dalla luce della lampada del faro. Siamo a 66, 40 metri sul livello del mare: ci sentiamo in balìa del vento se usciamo sulla loggetta che fa da «balconcino» alla lanterna. Di fronte a noi, c’è da un lato il mare, dall’altro, si scorgono i confini della città, quella periferia distante miglia e miglia di asfalto. Tra noi e quell’orizzonte c’è nel mezzo un altro mare, fatto solo di cemento e auto. Sotto di noi, ecco la Fiera del Levante, poi l’ingresso del porto, i segnalamenti, le navi traghetto, le barche dei pescatori e le vele da diporto. In lontananza, il borgo antico che di sera  s’illumina suggestivamente; e poi il castello svevo, lo sguardo sulla cattedrale e su S. Nicola.

E’ l’ora del tramonto. Entriamo nella grande cupola della lanterna per assistere a quel rito quotidiano che è ormai l’accensione automatica del faro: un rumore forte mette in funzione il complesso meccanismo che porta il nome del suo inventore, Fresnel. Le lenti di Fresnel sono montate a formare un’enorme palla su un macchinario perfettamente tenuto, tutto in verde smeraldo e ottone (tecnicamente, siamo di fronte ad un apparato ottico rotante). Il motore muove la «palla» che gira attorno ad una lampadina da mille Watt. La lanterna ha un movimento lento, dolce, che quasi stupisce per la sua semplicità, mentre desta meraviglia anche la scarsa in-tensità della luce nel suo diffondersi a partire dalla lampadina. Il segreto della luce del faro, infatti, è negli specchi, nelle lenti che si diramano co-me sfere e semisfere concentriche sui lati della lanterna. Stranezze dei fari: l’intensità della luce si percepisce solo da lontano, ma si può stare a pochi passi dalla lanterna e avvertire semplicemente un delicato chiarore, cogliendo l’intermittenza senza che l’occhio ne risulti «ferito».
C’è un fascino anche nel farsi cogliere dalla luce, dal suo inesorabile cammino. Ma, soprattutto, c’è il fascino del faro come luce che arriva lontano: in mare, verso Oriente e in terra, con la luce intermittente che è visibile – se si guarda bene – anche dalle tangenziali o dai piani alti delle case. Come se il faro, simbolo di comunicazione, volesse resistere, farsi conoscere nonostante il suo essere ormai sovrastato da mille altre luci, da tante altre «torri» di cemento.
Sarà forse questa forza onnipresente del faro ad aver determinato la sua raffigurazione sul sigillo dell’Università di Bari (creato nel 1925). Faro come luce che irradia cultura, tanto che il motto del sigillo recita appunto: «Et lucem sed aliam reddit» e cioè «Dà luce ma di diversa natura». Anche l’Università di Trieste ha il faro come simbolo, con la scritta «Ricorda e splendi».
Ma alla gente che vive sotto le torri, questi simboli dicono poco. Per loro, abitare al faro è condividere un’esistenza con se stessi, con la solitudine e con la compagnia del mare, della luce e delle altre famiglie dei reggenti. Solitudine: ne sa qualcosa Michele Serafino, il farista più anziano, quello che praticamente è da sempre vissuto in un faro: a Bari, nel Salento e in tante altre punte delle coste del Sud. E anche suo figlio, Gaetano Serafino, può dire altrettanto: quando la famiglia viveva a Gallipoli, nel faro sull’isola di S. Andrea, i bambini come lui ricevevano ogni mattina la «visita» della maestra, che arrivava in barca dal paese; perché anche la scuola si svolgeva al faro, tra gabbiani e conigli. E poi, Vieste, altro faro su un altro isolotto: un Natale di vent’anni fa – era il 1981 – Serafino rimase «prigioniero» nella casa sotto la torre, non potendo uscire o essere rilevato a causa del mare in tempesta.
Lo stesso Luigi Chianella, l’altro reggente del faro di S. Cataldo, ha il suo passato di avventura da raccontare: a Bari è  appena arrivato, perché prima abitava in Calabria, a Punta Alice, posto meraviglioso ma letteralmente «confinato» tra un mare bellissimo e profondissimo e una campagna fitta, lontana dal centro abitato di Cirò Marina.
A Bari, la solitudine non esiste più. Ma il fascino del faro si spegne, come una lanterna esaurita, quando si esce da quel che cancello e si torna nella strada, oltre quell’isola di pace «affogata» nella città.

Foto:
1) Il faro di San Cataldo, i due guardiani e l’interno della lanterna, posta a 66,40 metri sul livello del mare (Foto Archivio Fotogramma Bari)
2) I faristi: Gaetano Serafino (a sinistra) e Luigi Chianella (Foto L. Turi)
3) Generazioni di guardiani dei fari: Luigi Chianella, 49 anni con il figlio; al centro, Michele Serafino, 78 anni, con (a destra) suo figlio Gaetano, 45 anni e il nipote (Foto Luca Turi)

Il simbolo del mare affogato dal cemento

Ha del paradossale il destino del faro di Bari. Un destino triste. Il faro non è stato distrutto, ma accerchiato; non è stato abbandonato, ma dimenticato. E’ stato semplicemente affogato dal cemento di quelle belle palazzine moderne ed elegantine che è stato consentito di costruire proprio a ri-dosso della antica torre bianca.
Il faro è di per sé una costruzione isolata: così è almeno nella iconografia della tradizione. La poesia che avvolge questo fungo luminoso deriva proprio dalla sua solitudine, affollata dagli scogli, dal mare, dai gabbiani, dalle margheritine che germogliano spontaneamente nei campi tutt’intorno. Era così anche il faro di Bari: è rimasto una costruzione antica e solida, bianca come la calce per riflettere la luce, eppure ingabbiata, imprigionata, condannata ad essere un palazzo dall’architettura singolare. Un palazzo come tanti, con un cappuccio luminoso, ma abitato come tanti. Il faro di Bari è diventato un «faro di città». Fa parte integrante della struttura urbana e del nuovo modello urbanistico, che tutto appiattisce, massifica, spersonalizza.
Anche il guardiano del faro non è più quell’uomo misterioso e saggio, isolato ma mai solo, consolato dal mare. E’ cambiato anche lui, orgoglioso di fare un mestiere insolito ma non certo invidiato. Fa il guardiano, esattamente come altri fanno il metronotte o il bidello. E’ giustamente integrato nel sociale – come si dice nei convegni ed anche i suoi bambini vivono il quartiere esattamente come tutti gli altri coetanei. Il problema è che quei bambini, a parte il giardino del faro, non hanno gli spazi per giocare, perché anche i loro spazi sono affogati dal cemento, da quei palazzi elegantini sorti come funghi intorno a quella torre bianca al posto delle case basse e sparse dei pescatori. Finora intorno al faro si sono salvati solo piccoli fazzoletti di terreno, inutilizzati. Questo è il rapporto di Bari col suo mare…
(o.p.)

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